Quante volte…

Quante volte. Quante volte la sensazione di essere nati nel posto giusto, ma nel momento sbagliato. Con intorno la gente sbagliata. Troppe volte. Dio quante cose calde si sarebbero potute fare qui se solo. Se solo la gente non fosse addormentata da qualche sortilegio. Antico, certo. Che ci fa dormire da secoli. Ed è un modo di chiudere gli occhi che sa adattarsi alle circostanze più diverse. Sempre perfetto. Un po’ d’ignoranza, parecchio individualismo, nessun senso della comunità.

Perché non cantiamo mai una canzone alla nostra terra? Se lo meriterebbe. Altro che se se lo meriterebbe. Conosco terre che non valgono un decimo della nostra, ma che sono così vive nel canto dei loro figli da sembrare dieci volte più belle.

Ma noi no. Noi non lo sappiamo quanto è bella la nostra terra. Il genio del luogo è lì accanto alla strada, e invece guardiamo il contachilometri. Non li vediamo i folletti nei boschi. E ci sono. Io ne ho visto uno poche settimane fa: ha attraversato il sentiero tra i faggi, con un balzo, ed è salito su verso il canalone. Ho appena fatto in tempo a sbirciare il suo cappuccio lungo e peloso. Forse era una lepre. Qualcun altro poco più in là avrà imbracciato il fucile e la magia si sarà dissolta.

Dissolta. E’ per questo che noi non sediamo più sui sedili di roccia, da dove i nostri Padri interpretavano il volo degli uccelli. Noi non vogliamo vedere il futuro, ne abbiamo paura; vogliamo possedere soltanto il nostro presente.

Bisogna lasciare le periferie, i raccordi e le superstrade, i cartelloni della pubblicità, i capannoni delle aziende del migliore dei mondi possibili che trova tanti, tantissimi fans anche qui.

Bisogna smettere di dormire tra le lamiere che corrono sull’asfalto, sui divani davanti ai televisori che non zittiscono mai, davanti agli schermi ai mille schermi che hanno messo, che abbiamo messo, tra noi e la realtà. E se si chiamano schermi, un motivo ci sarà! Bisogna lasciare cadere la maschera, riconoscerla, strapparla via. E riprendersi la terra da cui siamo nati. E lasciare che la terra ci riprenda.
prima
Ritornare. Ritornare a casa. Nella nebbia, nella pioggia, nel fango, nel tepore della casa davanti alle pietre rischiarate dal fuoco, nelle cucine odorose, tra le lenzuola fredde, sotto coperte calde. Tra gente che si conquista la vita, che può imprecare perché sa cantare. Ritornare a casa con i capelli bagnati dalla pioggia, stanchi e con lo sguardo luminoso, con l’anima accesa e con il televisore spento.

Bisogna aver posseduto per capire la profonda necessità del non possesso. Bisogna liberarsi del sapere per intuire, bisogna camminare per risolvere. Bisogna attraversare la nostra terra per ritrovarla. A piedi. E come sennò?

Non bisogna andare tanto lontano. Oppure bisogna andarci, per capire che è giusto ritornare, come un uccello migratore. Perché è sulla strada di casa che, semmai, ritrovi tutto. Che tutto trova un senso. E anche i sentieri più lontani si raccordano. Perché se ridai un’anima alla tua terra, le altre terre con l’anima sono tutte lì accanto. E cadono i confini. E lo spazio si fa sottile e il tempo diventa una convenzione. Resta la ruota delle stagioni, anche quelle del tuo cuore. Che vanno e che ritornano. Restano le sensazioni del tuo animo a contatto con lo spirito, uguali da millenni. E la nostra terra ritrova il suo di spirito, la sua essenza. I suoi geni, i suoi folletti. Le sue canzoni. Che, in effetti, non l’hanno mai abbandonata. Magari sei tu che hai abbandonato loro. Che ti aspettano.

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