Il trekking che non c’è, sull’isola che non c’è

Le foto del trekking appena terminato sono sul tavolo. Uno sguardo d’insieme e ci vuol poco a capire che quasi tutte sono state scattate a panorami ripresi dai monti Martani verso l’esterno. Stupende vedute della Valle Umbra, prima verso sud, con i monti di Spoleto e, sullo sfondo, l’inconfondibile silhouette dei monti Sibillini; poi risalendo verso Nord, Montefalco, Trevi, Foligno il Subasio con Assisi che si arrampica alle sue pendici e in lontananza il profilo del monte-vulcano, l’Amiata. A sud il Terminillo, poi – più a Ovest – il Soratte e via via San Gemini, i monti amerini, Acquasparta.

I profili delle colline che si sovrappongono dolci nella più dolce della campagne umbre, e che si accavallano come le onde nei toni del grigio e del blu alternati alle foschie autunnali. E poi ecco il pinnacolo della cupola della chiesa della Consolazione di Todi e il moderno campanile del santuario di Colvalenza, con la chiave del cielo, che emergono dalla cortina di nebbia generata dal lago di Corbara come fari sugli scogli, in un mare schiumoso e tempestoso del nord.

Quasi una magia. Grazie alla quale i monti Martani ti appaiono, forse per la prima volta, per quello che realmente sono: un’isola.

Un’isola che galleggia al di sopra delle nebbie, delle valli e delle colline umbre: la conca ternana a sud, la valle umbra a est, la piccola valle del Naia e poi la Valle Tiberina a Ovest e a Nord. Un grande, verde, solitario, stupendo massiccio che ha scelto con modestia, ma allo stesso tempo con carattere, il suo posto un po’ in disparte rispetto alla dorsale degli Appennini, allungato per oltre 50 chilometri, al centro della regione che è il cuore d’Italia.

Il fatto che non ci siano cime particolarmente alte (il massimo lo raggiunge alle due estremità, Torre Maggiore a sud, 1121 metri, e Monte Martano a nord, 1094), fa sì che in molti non le considerino neanche delle montagne, i monti Martani. E, in effetti, i produttori di vino della zona che confina con quella del Sagrantino di Montefalco, preferiscono scrivere sulle loro etichette “Colli Martani”.

Ma sopra i colli le montagne ci sono. Sì, è vero, sono poco più alte. Ma abbastanza per far sì che non si possano coltivare, che non si possano invadere con casali, agriturismi, alberghi, ville e villette. E abbastanza alte per nascondere al loro interno grandi e verdi pascoli, imponenti faggete, fossi e torrenti, canaloni profondi, pozze d’acqua, laghetti e sorgenti, boschi fitti una volta regno dei carbonai, pareti rocciose, grotte, antichi monasteri, pievi, borghi intatti dalla speculazione edilizia, mandriani e pastori con le loro vacche e le greggi, valichi, torri d’avvistamento, castelli, resti di templi edificati più di 2500 anni fa con pietre di calcare che sfidano il tempo e gli archeologi con gli antichi misteri umbri non certo inferiori per complessità e per sfida culturale a quelli dei più noti vicini etruschi.

Abbastanza alti, questi monti Martani da essere uno straordinario balcone naturale che ti permette di camminare sospeso tra terra e cielo sopra i più bei paesaggi del Centro Italia, o forse dell’intera Italia. Sopra paesaggi verso i quali il fascino dell’armonia della natura ha attirato e continua ad attirare come un magnete gli spiriti più sensibili da ogni parte del mondo.

In quest’isola che non c’è, c’è un trekking che non esiste più, ma che –con un po’ di pazienza – si può ritrovare.

Si chiama Martani Trekking. E’ stato realizzato con cura, con dispendio d’energie intellettuali e di risorse economiche da un gruppo d’appassionati, dalla Regione Umbria, dal Cai e da tanti altri soggetti istituzionali che – come sempre – è troppo lungo e noioso elencare, alla fine degli anni ’80.

Un’esperienza pionieristica per l’Italia centrale. Forse troppo. Il Martani Trekking venne battezzato con tutti i crismi: una guida e una cartina che descrivevano un grande anello a forma di 8. Quasi 120 chilometri di sentieri ben studiati: assolutamente lontani dall’asfalto. Quasi del tutto al di fuori dalle normali carrozzabili in terra battuta che pure attraversavano e attraversano in lungo e largo i Martani, soprattutto a beneficio dei tanti cacciatori che ormai hanno conquistato, armi alla mano, l’isola Martana. Tanti chilometri di sentieri attraverso i valichi nascosti, sulle cime arrotondate e panoramiche, dentro il letto dei torrenti, nelle faggete, alla scoperta delle testimonianze lasciate dall’uomo su queste terre di confine.

Chilometri da seguire guidati passo dopo passo da un’accurata segnaletica fatta di targhette di metallo, romboidali, bianche e rosse, con la sigla MT, per lo più ancorate agli alberi con il sistema ecologicamente compatibile della molla.

Un grande percorso diviso in otto tappe, costellato da fonti, da punti di ristoro con caminetti, tavoli, servizi igienici (a volte anche eccessivi, in mezzo ai boschi…) e alcuni rifugi escursionistici per trascorre la notte.

C’erano insomma tutti gli elementi per far sì che il Martani Trekking diventasse uno dei trekking più interessanti e originali del Centro Italia. Così invece non è stato. Capire il perché può essere semplice e complesso allo stesso tempo. Certo è mancata la promozione. A distanza di pochi anni guide e cartine erano già introvabili e non sono mai state ristampate. Del trekking in queste montagne di mezzo non si è più parlato alle borse del turismo, neanche in quelle specializzate. Le riviste dedicate a questo nuovo modo di immergersi nella natura, sempre più di moda, lo hanno ignorato. D’altra parte non c’erano operatori turistici, e tanto meno strutture organizzate interessate a promuoverne per ricavarne degli utili.

E così eccoci arrivati al 2005, con il percorso dei Martani appena maggiorenne, ma già in pensione.

Ed eccoci qua pronti a riscoprirlo seppure ricorrendo ad una nuova ed originale disciplina, l’archeologia del trekking.

E’ giusto farlo per una serie di motivi. Perché l’iniziativa e il lavoro di quel gruppo di persone che se lo inventarono non vada completamente persa; perché oggi – forse – ci sono le condizioni, o quantomeno i segnali per far sì che questa esperienza possa essere rilanciata. E infine perché questo percorso è capace di dare emozioni tali da giustificare almeno un tentativo di riscoperta.

Zaino in spalla, allora, sulla traccia di quello che rimane del Martani Trekking. Alla ricerca di sentieri che, in alcuni casi, si perdono nel fitto della vegetazione e che in altri sono chiusi da cancellate, oppure sono stati sostituiti dalle nuove carrabili. Alla ricerca dei vecchi segnali che qualcuno ha provveduto a rimuovere con l’accuratezza di chi non vuole estranei tra i piedi, specie quando si è in prossimità di capanni dai quali il volume di fuoco non si attenua neanche al passaggio degli escursionisti sulla testa dei quali ricadono piogge di pallini di piombo, quasi come monito.

Ma se si riescono ad evitare le giornate di caccia, specie quelle al cinghiale, dove i pallettoni sono ben più pericolosi dei pallini, il silenzio torna a regnare sull’isola martana, intervallato al massimo dalle grida dei mandriani. E l’incanto del silenzio è già di per sé un premio sufficiente a bilanciare la fatica della salita e delle ore di cammino con gli scarponi ai piedi.

Il trekking per noi inizia da Cesi, all’estremo sud dell’anello e del massiccio. Proprio dove i Martani mostrano in maniera più evidente il loro profilo di montagne, precipitando nella conca ternana, con pareti rocciose. Qui qualcuno ha perfino aperto delle vie d’arrampicata e delle palestre d’alpinismo. E’ un’eccezione questo versante rispetto alle forme più dolci e sinuose che i Martani assumono sugli altri tre lati. Un’eccezione gradita per l’aspetto paesaggistico e non solo….
(continua?)
Queste sono alcune delle note scritte nel 2005, al termine di un’escursione di quattro giorni sui monti Martani, alla ricerca del tracciato del vecchio trekking, insieme alla guida alpina Stefano Zavka…
Oggi il Martani Trekking, purtroppo, è ancor più dimenticato di allora.

Gian Luca Diamanti

Giornalista professionista

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