Il cuore dell’Appennino in una Yurta e nel libro di Marco Scolastici

Ci sono tante cose nella yurta di Marco Scolastici. Fuori ce ne sono altrettante. Era difficile metterle tutte in cento pagine. Ma lui c’è riuscito. E quando finisci di leggerle, molte di queste cose sono entrate anche dentro di te.
“Una yurta sull’Appennino – Storia di un ritorno e di una resistenza” è in effetti una storia esemplare, un manuale per riprendersi l’Appennino e anche per ritrovare una parte di noi stessi, quella più profonda, quella più attaccata alla terra, quella parte di noi che guarda il mondo con occhi nuovi, ma anche con gli occhi dei nonni e dei trisavoli che sono ancora da qualche parte dentro il nostro cervello, forse dentro i nostri geni.

Il fatto poi che un libro così l’abbia pubblicato Einaudi e che dunque avrà una diffusione ampia, è una notizia incoraggiante per tutti. Soprattutto per chi ha vissuto il terremoto, l’abbandono, la durezza di questa terra che si mescola sempre con la sua bellezza assoluta tanto da rendere epica la narrazione, pur nella sua modernità.
Non a caso, forse, l’autore chiude il libro così:

“Ciclopi, terremoti e bufere facciano quel che devono, io sono Marco Scolastici e dalla mia Itaca non me ne vado più”.

La storia di Marco è vera e commovente, è una storia che racconta la fatica che si fa nel ritrovare la strada di casa e il coraggio che ci vuole, specialmente oggi, specialmente in questo mondo pieno di navigatori e google maps, ma anche di potenti armi di distrazione di massa che ti fanno smarrire e ti portano lontano da dove vorresti e dovresti essere realmente.

Marco Scolastici, con la sua azienda agricola, con le sue pecore, con i suoi asini, con il suo caveau di formaggi sta sull’altopiano di Macereto, ai piedi di due santuari diversamente magnifici e sacri: quello con la mole ottagonale costruito nel ‘500 su un progetto di Bramante e l’altro, eretto dalla mano di Dio, o se preferite dagli sconvolgimenti della terra, del massiccio del monte Bove.

“…qui c’è del miracolo nell’arrivare a mille metri e ritrovarti in una piana che sembra Scozia Galles, o addirittura terra d’altri continenti”, la Patagonia, per esempio.

Quassù c’è arrivato per scelta e per attrazione genetica. Nel senso che i suoi geni, quelli trasmessi dal bisnonno Venanzio, dal nonno e dal papà lo chiamavano. Ma per rispondere a questa chiamata, anzi per sentirne il suono c’è voluto un bel po’, c’è voluta fatica, c’è voluto tanto coraggio.

E la terra, la sua terra, una volta tornato non l’ha accolto a braccia aperte. L’ha accolto mettendolo alla prova. Per fargli recuperare, forse, in pochi mesi, la durezza necessaria a vivere qui. L’ha accolto con il terremoto e con la grande nevicata. Marco ha resistito. Lo ha fatto in una yurta, una tenda mongola che non ha scelto, ma che forse si è fatta trovare da lui e che è diventata una sorta di guscio dentro al quale Scolastici ha ricostruito pian piano non solo la sua azienda, ma soprattutto il rapporto con la sua terra, con i drammi della sua vita familiare, con gli amici, con se stesso, con l’Appennino.

E’ un libro che si legge tutto d’un fiato costruito in dieci capitoli che sono dieci anelli che dall’inizio ti riportano alla fine, che è un nuovo inizio. E’ un libro che quando finisci di leggerlo ti vien voglia di andare su a Macereto e guardare il Bove dalla yurta di Marco Scolastici, mangiando il suo formaggio. In silenzio. Perché non c’è bisogno di altre parole.

“Il silenzio è diluito in tutto ciò che fa parte dell’altopiano. Anche per questo il terremoto è stato sconvolgente: per la prima volta ho sentito le montagne urlare e, dopo l’urlo, i rumori sono diventati gli stessi che si sentono ovunque. E’ stato così per settimane, mesi, poi la natura ha cominciato a ricucire le cose, come è avvenuto milioni di volte nella storia di questa terra. Tra poco il silenzio tornerà a essere intatto…”

Marco Scolastici, Una Yurta sull’Appennino – Storia di un ritorno e di una resistenza. Einaudi, 2018. Euro 14.50

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