Tutte le strade portano agli Appennini

Ci sono giorni nei quali pensi che l’Appennino abbia ancora addosso qualcosa di magico. Non solo quando ci cammini dentro, ma anche quando ne senti parlare e ne discuti con tante e diverse persone.
E non dici magia per caso. Perché le parole giuste, quasi sempre, rompono la bolla dell’ordinario, della prevedibilità, consentono l’irruzione di altre ipotesi di futuro.

Come le parole delle Tavole Eugubine, testo rituale dell’antichità umbra e appenninica, che pronunciate correttamente nel corso di un cerimoniale provocavano l’irruzione del sacro, la ierofania, il ristabilirsi del contatto alterato (Marco Pucciarini, Arthos, 1981).

Senza arrivare a tanto, le parole sull’Appennino, a volte, non sono puro esercizio retorico, ma servono a costruire cammini, a tessere reti, a restituire il nome e quindi l’anima a luoghi solo in apparenza abbandonati, a risvegliare simboli e archetipi, a costruire un’economia della bellezza che possa salvare le nostre montagne e, con esse, raddrizzare la schiena del Paese; a far sì che si possano intravedere le opportunità dei territori sotto un’altra luce, forse la più autentica, come dal buco della serratura di una porta ancora chiusa, ma che nasconde meraviglie.

Le parole dell’Appennino sono quelle ascoltate in una mattina piovosa di fine autunno, sotto la rocca dell’Albornoz a Spoleto con la chiesa di San Pietro davanti agli occhi che si staglia, con i suoi merletti di pietra e le storie scolpite, contro il verde cupo delle leccete dei boschi sacri del Monteluco.
Due montanari e scrittori di montagna come Roberto Mantovani, già direttore della Rivista della Montagna e storico dell’alpinismo e Luca Calzolari direttore di Montagne 360, il giornale del Cai, invitano a raccontare le storie d’Appennino. Anche quelle piccole, soprattutto quelle.
“Perché – dice Roberto Mantovani – il futuro di queste montagne è nelle mani, nei piedi e nei cervelli dei ritornanti”. Dei giovani pionieri, così li ha definiti Paolo Rumiz, che sfidano la burocrazia per cercare di restituire un futuro alle aree interne, alle terre alte che segnano la carta geografica del nostro Paese, che ne hanno costituito il cuore e la storia, che prima erano centro e che ora sono diventate margini. Spazi solo apparentemente vuoti da riempire, idee da sostenere con incentivi e non sussidi, con una politica che, una volta tanto, non ragioni solo nel breve periodo.
Di storie d’Appennino da raccontare ne ha tante anche Luca Calzolari: quelle delle cooperative di comunità che nascono ormai non solo sull’Appennino tosco-emiliano; di Giovanni Lindo Ferretti e della cultura appenninica; delle comunanze; di come la montagna italiana sia il frutto di un’alleanza tra l’uomo e la natura. Un’alleanza il cui contratto è scritto nelle forme del paesaggio appenninico e che oggi rischia di perdersi, insieme alla meraviglia di questo paesaggio fisico costruito nei millenni. Occorre dunque raccontare i risultati raggiunti, le difficoltà, le storture, le storie personali, far sapere, diffondere, chiedere e ottenere attenzione, creare consapevolezza e reti.

Ci pensi mentre ti sposti velocemente verso la Capitale, perché tutte le strade portano a Roma, soprattutto quelle d’Appennino, come la Flaminia. Sull’Aventino, sul colle di Remo, nel convento dei Santi Bonifacio e Alessio, sede dell’Istituto Nazionale di Studi Romani, c’è il Meeting degli itinerari culturali, dei cammini e delle ciclovie, All Routes Lead To Rome.

L’Appennino – dice il segretario generale dell’associazione Cammini d’Europa Federico Massimo Ceschin – è la spina dorsale d’Italia e può tenere insieme la rete dei cammini e delle iniziative che in tante regioni si muovono intorno al tema della mobilità dolce.
Ancora parole sulle reti, dunque. Perché l’Appennino non è un ostacolo, è una via. Come lo è stato per millenni. Un ponte tra terre lontane, con i suoi monti naviganti, un ponte tra terra e cielo, un valico, non solo fisico.

Per questo, con Nicola Mastronardi, l’autore di un romanzo storico, sannita e appenninico, Viteliù il vento della libertà e con Alessandro Giuli, giornalista e curatore di numerosi articoli e studi sulla religiosità romana ed arcaica evochiamo i nomi degli antichi popoli italici, l’alba del nostro Appennino, della nostra sapienza, di Roma stessa. Dell’importanza del sentire ancora l’eco dei passi dei nostri antenati sulle montagne dorsali di un’Italia che nacque con loro prima di Roma, di sperimentare con i nostri passi sui loro, l’archetipica rappresentazione delle percezioni di fronte a una montagna madre, a una sorgente, alla luna tra i rami dei faggi. E non per un puro esercizio intellettuale, ma per restituire un senso alle nostre vie dei canti, quelle piste dei sogni scoperte da Bruce Chatwin e tramandate dagli aborigeni australiani che davano un nome alle cose creandone l’esistenza stessa, così simili ai nostri aborigeni italici, con i loro miti e con il loro senso del sacro al di là del tempo.

Ritrovare i nomi delle nostre montagne, dei nostri Appennini, come nel romanzo di Mastronardi, quando un nonno guerriero, capo dei Sanniti, mostra al giovane nipote che per la prima volta torna nella sua terra sconfitta da Roma il paesaggio e lo fa rivivere nella sua essenza, con le parole…

Disse anche i nomi dei torrenti, dei santuari, dei villaggi e delle foreste. Così rivisse, alla fine di quella giornata, tutto il Pago del Toro Sacro. Le due valli, i suoi rilievi non furono più gli anonimi elementi di un qualsiasi paesaggio. Era stata restituita loro la vita della memoria. E la memoria di un popolo vive fino a quando sarà pronunciato anche solo uno dei nomi che esso ha dato ai monti e ai luoghi che ha abitato”
Nicola Mastronardi – Viteliù

A piazza Cavalieri di Malta, accanto al convento dei Santi Bonifacio e Alessio, sede degli eventi di #AllRoutes2Rome, c’è una porta chiusa alla quale tutti i passanti s’accostano per sbirciare dal buco della serratura e guardare incorniciata come in un tondo diorama, la cupola di San Pietro.
Se ci guardi stasera, dopo tutte queste parole magiche, rischi invece di vederci la cima della Sibilla e la Grande Madre degli Appennini che ti chiama.

Gian Luca Diamanti

Giornalista professionista

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