Mille gemellaggi per salvare i paesi d’Appennino

Una santa (o laica) alleanza tra la città e l’Appennino, tra le aree urbane e le aree montane cosiddette marginali, potrebbe contribuire a salvare entrambe? Potrebbe aiutare i “cittadini” a vivere meglio e perfino a ridisegnare il proprio futuro? E potrebbe – allo stesso tempo – invertire la rotta che sta portando al totale abbandono e spopolamento dei borghi della dorsale appenninica?

Un quinto dei comuni italiani è in cammino verso il nulla, un sesto della superficie nazionale viene colpita dall’abbandono e lasciata inselvatichire. Il quattro per cento della popolazione migrerà e due sono le destinazioni possibili: o il cimitero oppure i grandi centri urbani. Due anni fa, in un bel rapporto curato per Confcommercio da Legambiente su dati del Cresme, furono definite ghost town, città fantasma, le mille piazze sempre più desolate e afflitte, le case vuote, le mura sbrecciate, campanili cadenti. Comunità colpite al cuore che lentamente, e nella più assurda e colpevole distrazione collettiva, si avviano all’eutanasia.
Fonte.

Questo è dunque un piccolo sasso nello stagno, forse nell’oceano. E’ la bozza di una proposta-provocazione per promuovere mille gemellaggi tra paesi, aree territoriali interne e città.

Il gemellaggio è una forma di patto tra due o più comunità che decidono di scambiarsi esperienze e di cercare di risolvere insieme i rispettivi problemi. Meglio dunque parlare di gemellaggi tra città e paesi e non di adozione di paesi, perché il rapporto che nasce deve essere di reciprocità.

Perché una città, o una parte di essa, dovrebbe gemellarsi con un paese?Per motivi economici, sociali e culturali. Stessi motivi valgono per la controparte, per i paesi. Per entrambi l’obiettivo nel medio termine è il miglioramento della qualità della vita. Nel lungo periodo potrebbe comprendere anche un riequilibrio e una ridistribuzione della popolazione.

In effetti la soluzione migliore potrebbe essere il gemellaggio tra un quartiere e un paese, ovvero tra comunità anche se non numericamente equivalenti quantomeno non troppo divergenti in quanto al numero di appartenenti: dunque tra un quartiere di una città e un territorio cosiddetto marginale, un’area appenninica che potrebbe comprendere anche più piccoli comuni.

Meglio ancora se tale gemellaggio avvenisse tra aree contigue, città e paesi d’una stessa valle, o almeno dello stesso bacino idrografico. Tale forma di gemellaggio, dovrebbe essere promossa e normata da leggi nazionali e regionali, delibere e regolamenti comunali.

In sostanza? Ad esempio, una volta dato vita ad un gemellaggio, gli abitanti di un quartiere cittadino, attraverso le loro forme associative o istituzionali, potrebbero organizzare gruppi d’acquisto collegati con i produttori del paese o territorio appenninico gemellato.

Perché sempre quelli e non altri? Perché così si creerebbe un rapporto di fiducia tra consumatori e produttori, affidato anche alle relazioni reciproche, alla conoscenza diretta, agli scambi, all’identità creata dal gemellaggio stesso.

Questa è la chiave, il nucleo centrale della proposta: creare un rapporto diretto tra comunità, che si sviluppi attraverso le relazioni umane tra gli individui delle comunità stesse.
Dunque l’economia di questi acquisti (o magari scambi attraverso circuiti di monete locali) si legherebbe ai rapporti diretti e non più impersonali, come sono invece gran parte di quelli dettati dalla forma del mercato attuale; allo stesso tempo questi rapporti commerciali potrebbero essere supportati dai rapporti culturali tra le due comunità: cultura dello scambio di conoscenze, di consapevolezza, di solidarietà, di rapporti tra comunità.
Un esempio: se i gruppi d’acquisto cittadini chiedessero ai produttori gemellati di comprare formaggio, contemporaneamente i ragazzi delle scuole del quartiere cittadino gemellato, i figli delle famiglie che fanno parte del gruppo d’acquisto, potrebbero visitare il caseificio e apprendere quale sia il lavoro che sta dietro la produzione di quel formaggio che poi troveranno sulle loro tavole.

L’altro motivo che dovrebbe indurre le comunità cittadine, o di quartiere a gemellarsi con le comunità dei territori montani e appenninici, riguarda più direttamente la cultura e lo scambio delle conoscenze. La forbice tra lo stile di vita nelle aree interne e quello delle città si divarica e si accorcia sui diversi aspetti. Eppure il confronto diretto non è quasi mai consentito, ma sempre mediato. Portare o rappresentare eventi culturali creati nelle città, nelle aree interne e nei loro paesaggi e, viceversa, contaminare le città con il racconto e la rappresentazione culturale dei saperi delle aree interne, costituirebbe un arricchimento reciproco. Si pensi a esperienze laboratoriali nei paesi e nei quartieri, con docenti e discenti che si alternano.

Fare incontrare le culture di agricoltori, allevatori, artigiani, delle aziende della ricettività, con la cultura dell’innovazione, dell’impresa, della creatività, del manifatturiero, con la cultura accademica, o con le problematiche esigenze dei giovani urbani senza lavoro, creare situazioni di confronto, di scambio e appunto di contaminazione, dovrebbe indurre a ritenere più forte l’esigenza di una complementarietà tra territori contigui, che sostituisca lentamente l’imposizione culturale di una pretesa convenienza del mercato globale e degli spostamenti della forza lavoro a largo raggio, fonte troppo spesso di disagio e sradicamento.

Infine il gemellaggio tra un quartiere cittadino e un paese, come tutti i gemellaggi, prelude a scambi di visite e all’accoglienza reciproca, in una mobilità non più unidirezionale o senza ritorno, ma capace anch’essa di ricreare un rapporto diretto tra i territori contigui. Una mobilità che potrebbe generare ulteriore economia e che dovrebbe consentire a chi vive nelle città di trovare accoglienza periodica, quasi come in un albergo diffuso, o come in una seconda casa di comunità, nei paesi e nei territori marginali, per periodi di relax o di studio, ma anche per lavori stagionali nel settore agricolo, o dei servizi, o per esigenze sociali. E viceversa, a chi vive nei paesi di avere punti di appoggio nelle città per esigenze di studio, di sanità, o di lavoro temporaneo.

Le nostre città non possono vivere da sole, non lo hanno fatto per millenni. Hanno bisogno di un territorio, di un’economia di territorio. Nell’economia attuale questo territorio complementare alle città è stato sostituito dal mondo intero e dall’economia globale. Così i territori più prossimi, tradizionalmente alleati, intorno e a monte delle città muoiono e le città stesse sono sempre più obbligate a dipendere da territori lontani, con i quali non esistono rapporti diretti. Così stanno morendo l’Appennino, la sua economia, la sua cultura e il modo di rapportarsi della montagna con le città. Ci sono nuove strade da percorrere per salvarlo? Sono possibili, auspicabili o necessarie nuove alleanze, alla ricerca di un diverso equilibrio compatibile con la modernità e la qualità della vita?

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