Ritrovare l’Appennino dei luoghi sottili

In Appennino ci sono migliaia di sentieri non segnati: sono dimenticati, coperti di foglie, di vegetazione, di oblio. Ma non è un’inefficienza del Cai. Non sono sentieri da escursionisti. Sono piuttosto vie che conducono a luoghi sottili.

Luoghi dove incontrare il genius, o il mysterium fascinans, luoghi panici, nei quali avvertire la pienezza dell’essere, assistere a ierofanie, percepire presenze numinose.

Sono spesso pietre i segnavia nascosti che conducono a questi luoghi misteriosi, sono antiche vie perdute, eremi sbriciolati, rocche cadute, radure in mezzo a faggete millenarie; sono pozze, polle e sorgenti; sono castellieri, resti di templi; sono luoghi con una forza possente, dimenticata, ma ancora percepibile. Cercarli non ha nulla a che vedere con l’archeologia, né con il trekking.

In effetti non basta trovarli. Occorre provare a sentire ciò che sentiva chi li ha scelti, chi li ha costruiti, chi li ha percorsi, chi li ha usati. Perché questi luoghi, che restano carichi d’energia, sono in qualche modo come i Peradam che René Daumal faceva trovare agli esploratori guidati da Pierre Sogol alle pendici del Monte Analogo. Purificano l’animo, rischiarano la vista, facilitano l’ascesa.

La percezione del sacro avviene nel mondo dei fenomeni, degli eventi, dell’essere, della terra, del cosmo, della natura. Ogni luogo ha le sue porte e l’Appennino ne ha molte, da aprire con chiavi arrugginite che però sono state forgiate e limate da chi questi stessi luoghi ha frequentato vissuto e animato prima di noi.
Sarebbe inopportuno gettare via il lavoro di chi ci ha preceduti lungo questi sentieri e ritenere che le pietre siano solo pietre, le montagne solo montagne, i boschi solo boschi, i sentieri privi di segnali.

Ripulire e rendere visibili questi segnavia è un dovere. Un dovere verso chi li ha messi, un dovere nei confronti di tutti coloro che passeranno ancora di qui, un dovere verso una civiltà e verso una patria, che sono, appunto, quelle dell’Appennino.

Dovremmo farlo per la costruzione della nostra anima, o almeno per migliorare la qualità delle nostre vite, per provare di nuovo a sentire il cosmo come il vestito di un dio, la primavera, ogni primavera d’Appennino come la sua misericordia (così la pensavano i nostri bisnonni) e gli astri come suoi messaggeri.

Per ritrovare, in definitiva, quella che i Romani chiamavano Pax deorum, una situazione di concordia tra la comunità dei cives e le divinità.

Secondo Varrone erano circa trentamila gli dei e i numi venerati nell’antico Lazio e dagli italici. Il cielo e la natura dovevano essere bellissimi allora.

Gli Appennini sono ancora oggi un grande, lunghissimo balcone dal quale rimirare questo cielo pieno di ierofanie e la terra e le acque che ne sono uno specchio. Improvvisamente senza più alcun sipario.

 

(Foto e elaborazione di Alberto Baldelli)

Gian Luca Diamanti

Giornalista professionista

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