San Giovanni, il sole che cade e l’avventura delle anime vive

Come nel suono di un flauto doppio, o come in una polifonia, le voci di due grandi moderni e diversi cantori d’Appennino s’incrociano e restituiscono vita, ritmo e musica a queste notti di giugno.
I fuochi nella notte di San Giovanni, le fiamme, le danze, le ragazze, le erbe, le magie e gli inganni della ragione che ha torto di Giovanni Lindo Ferretti da Cerreto Alpi e di Vinicio Capossela dall’irpina Calitri.

Sono notti eccezionali e magiche, quelle cantate da Capossela e Ferretti, prima ancora che sante. Ricamate di quella magia antica carica, di eros e tanatos, di furore, nella quale ci si abbevera ancora, seppur con estrema difficoltà, solo in quota, nelle aree interne e nascoste di questo Paese laicizzato, globalizzato, disanimato. Ma non del tutto.

Sono le notti magiche, tragiche e gioiose, seducenti e pericolose del solstizio d’estate: se a valle qualcuno ancora le ricorda è solo perché sul monte c’è chi le ha elaborate e forse, ancora, le onora.

Nella notte di San Giovanni, a Roma, mazzetti di lavanda venivano venduti sul sagrato della basilica del Laterano. Era credenza che spettri e streghe, attirati dal profumo, si fermassero a contare i minuscoli fiorellini dell’erba profumata, per poi essere sorpresi dalla luce del mattino, per loro letale. Ma Roma e le sue tradizioni, specie le più arcaiche, sono figlie d’Appennino.

Così, ora che siamo al termine di un altro dei periodi cruciali del ciclo dell’anno, quello che segue il solstizio d’estate, in Appennino, lungo tutta la catena, da Nord a Sud, abbiamo visto accendersi i fuochi del 21 giugno, poi quelli – più numerosi – di San Giovanni. Fuoco ha chiamato acqua, preceduta dalla raccolta delle erbe bagnate dalla rugiada del mattino ed è iniziato, come ogni anno, il confronto con il mondo di sotto (o di sopra), con le streghe e i diavoli, la lettura dei presagi, l’avventura delle anime vive, nel mondo vero…che non è questo…

Ora le ragazze per San Giovanni
Chiedono al fuoco di svelare gli inganni
Chiedono al cardo chiedono al piombo
Chi avranno un giorno per compagno intorno
E anche le crude Masciare
Questa notte vogliono volare
E ognuno indaga nel cielo
Qualche segno dal mondo del vero
Ma il futuro è scritto nel fuoco

Vinicio Capossela

Le brevi notti del solstizio d’estate, in attesa del sole al massimo della potenza, erano e restano notti speciali, notti di passaggio che chiudono un ciclo e ne fanno iniziare un altro. Notti che mettono in evidenza una crisi cosmica, che aprono le porte della percezione. E come spesso capita in questi casi, bisogna stare attenti, perché quando le porte si aprono può succedere di tutto.

Tra poco arrossa il cielo della sera
Sospeso tra azzurri spazi gelidi e lande desolate
Quietami i pensieri e le mani
E in questa veglia pacificami il cuore
Così vanno le cose, così devono andare

Gio. Lindo Ferretti

“La festa di San Giovanni più che una reliquia, è come un saldo monumento di un’età anteriore alla storia, che il dente del tempo ha intaccato, ma non distrutto”, diceva un antropologo dell’Ottocento, Gennaro Finamore 

Echi lontani e tradizioni che si confondono, integrandosi: Giovanni Battista, l’ultimo grande profeta, rappresenta il sole che tramonta per lasciar posto al nuovo sole che sorge. Così il giorno inizia ad allungarsi quando viene al mondo Gesù il Salvatore e inizia invece ad accorciarsi quando nasce l’ultimo dei profeti: “Bisogna che egli cresca e che io diminuisca” Giovanni 3:30

Così la tradizione e la sapienza cristiana hanno “piazzato” due Giovanni a guardia dei solstizi, l’evangelista esoterico Giovanni per quello d’inverno, il 27 dicembre, e l’ultimo dei profeti, il Battista, per quello d’estate, il 24 giugno. Le due facce di Giovanni, sono dunque come quelle di Giano, il dio ancestrale che tutelava gli ingressi e le uscite, anche quelle del ciclo dell’anno?

Il mistero, la sua percezione, Il canto, l’incanto e il disincanto. Tutto s’intreccia, nello scrigno d’Appennino. Un grande tesoro, o quel che ne rimane…

S’alzano sotto cieli spenti i canti
Di chi è nato alla terra ora
Di volontà focose speranze
E da energie costretto e si muove alla danza,
danza, danza, danza, danza, danza, danza
Festa stanotte di misere tribù sparse impotenti
Di nuclei solitari che è raro di vedere insieme ancora
E s’alzano i canti e si muove la danza
E s’alzano i canti e si muove la danza, danza, danza, danza, danza

G.Lindo Ferretti

Irrorati dalle energie speciali di queste notti illuminate da fuochi e da speranze, da pallide lune e serpenti di stelle che sembrano fecondare la terra, nell’attesa del sole più forte, eppure ormai declinante, dalla rugiada aurorale del mattino, da Eos, ecco allora i lavacri solstiziali, le pozioni magiche delle nostre nonne che servivano per allontanare i diavoli, i demoni, ma soprattutto servono ora a ricongiungersi con lo spirito della terra d’Appennino.

L’acqua di San Giovanni, il principio femminile di questa festa del fuoco, deve essere preparata con le erbe raccolte prima dell’alba, possibilmente con acqua vergine pescata al buio in una fonte, in un torrente. Cosa metterci? L’iperico che cura le ferite (dal greco hipereikò, spezzo, lacero) e che scaccia i diavoli; la malva che allontana i mali (la malva da tutti li mali salva) che addolcisce, rende molle; le foglie del noce, l’albero di Giove, buone per preparare il nocino, proprio in questi giorni; il caprifoglio con le mangiole o manine, i fiori che favoriscono sogni d’amore; la ginestra, simbolo della luce solare con i suoi fiori gialli; il rosmarino, la rosa del mare, o la rugiada marina, che impedisce alle malie o agli influssi negativi di entrare nelle case, con le sue foglie coriacee e appuntite; la lavanda, buona per lavare, ma anche per confondere gli spiriti maligni e le streghe; la salvia per allontanare il male sotto forma di serpenti e di scorpioni; il basilico che fa sparire le influenze negative prodotte da invidia e fascinazione, ma anche scorpioni e zanzare; il timo che fiorisce in prossimità del solstizio; la menta con la doppia funzione di protezione e di propiziatrice dell’amore. La mattina del 24 giugno ci si laverà con quest’acqua potente.

Ma non è solo questo, non solo questo. I poteri che si muovono sono più grandi e straordinari.
Così, ad esempio, nella piccola e speciale chiesa di Santa Maria, appena sotto Trevi, in Umbria, dove di straordinario c’è anche una pietra rossa dentro la quale bisogna che le ragazze da marito mettano il dito indice e poi facciano tre giri in tondo, per San Giovanni succede il finimondo.
Qui ci sono tante Marie, diafane Madonne bionde, c’era forse Diana, ma c’erano anche tante ragazze belle e brutte che qui venivano per la notte di san Giovanni ad attingere dal vicino pozzo l’acqua che cresceva e fuoriusciva proprio nella notte del solstizio. Un’acqua nella quale si versava l’albume dell’uovo per indovinare che forma avrebbe avuto il futuro marito.
“Nella notte della vigilia della festa del Santo, al pozzo accorrevano anche le nubili invocando la grazia di un marito. In breve tempo, divenne prassi che i giovani, talora malintenzionati, talora con il consenso delle interessate, rapissero le fanciulle che vi convenivano. La processione delle nubili fu così abolita, per scongiurare disordini, diversamente evitabili con difficoltà” (1).

Spaventati i guerrieri, persi alla meta i viaggiatori
La saggezza è impazzita, non sa l’intelligenza
La ragione è nel torto, conscia l’ingenuità
Ma non tacciono i canti e si muove la danza
Quietami i pensieri e il canto
E in questa veglia pacificami il cuore…

Gio. Lindo Ferretti

C’è poi un’ultima tradizione legata al san Giovanni che non fa gli inganni. Quella del comparaggio.
“Commari di San Giovanni/toccamoce li panni/li panni ce toccheremo/sempre comari ce chiameremo”

Essere comare (cum mater) o compare (cum pater) non era cosa da poco nelle società arcaiche. Significava farsi carico dei figli nel caso di impedimento o di morte dei genitori.
La consacrazione dei comparaggi nel giorno di San Giovanni li solennizzava e li purificava, esaltandoli in vere e proprie parentele spirituali, con lo scambio di fiori e fazzoletti.

Così vanno le cose, così devono andare
La saggezza è impazzita, non sa l’intelligenza
La ragione è nel torto, conscia l’ingenuità
Ma non tacciono i canti e si muove la danza
Quietami i pensieri e il canto
E in questa veglia pacificami il cuore

Gio. Lindo Ferretti

Così vanno le cose, così devono andare, nell’Appennino. Dove la ragione è nel torto, ma non tacciono i canti.

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