Essere re d’Appennino

Avere una roccia come sedile, o come trono, quassù in alto, che ti copre le spalle e ti consente di dedicare lo sguardo per ore alla lettura del territorio e alla visione del cielo. 
Si può ancora essere re? 

“Quis ut Deus?”. È una locuzione latina che tradotta letteralmente significa: “Chi è come Dio?”.
La frase risale alla cosmogonia cristiana ed è attribuita all’arcangelo Michele che la pronunciò scagliandosi contro Lucifero quando questi mise in discussione il potere di Dio.
Il nome Michele (מִיכָאֵל, Micha’el o Mîkhā’ēl) è derivato da questa frase.
Il grido di battaglia dell’Arcangelo in ebraico viene pronunciato “Mi ka El”, ovvero: “Quis ut Deus?”.

Siamo in uno dei tanti splendenti e appartati luoghi elevati della Langobardia minor nel centro dell’Appennino, dove gli uomini del Nord elessero Spoleto come una delle loro capitali italiche.
Siamo con le spalle appoggiate a una breve parete di roccia calcarea e qualche metro sopra la testa ci protegge la piccola chiesa di San Michele dei monti Martani.

Siamo in uno dei tanti segnavia della presenza di Michele, il princeps celestis militiae, che convertì i longobardi, prendendo nei loro cuori il posto e il ruolo dell’Odino norreno. Come il dio nordico anche Michele è un guerriero, ha a che fare con i draghi-serpenti e i demoni che si nascondono nelle profondità, non solo quelle della terra. Come Odino combatte contro le forze del caos, affinché si compia l’integrale creazione del mondo, attraverso la distruzione e la rigenerazione, la morte e la rinascita.

La chiesa di San Michele al monte, sopra Acquasparta

Quante volte si ripetono la meraviglia e la ierofania attraverso questo archetipo che si mostra nel mito, nella roccia, nel culto sotterraneo e nella spada?

Qui, sedendo al centro degli Appennini, sulla terra cava di queste piccole montagne dedicate a Marte, protettore delle greggi e della touta, appena sopra gli olivi sacri a Minerva, il mistero di Michele si contempla con serenità.
Con la benevolenza delle Grandi Madri, Cibele e Cupra, delle divinità che assistono le partorienti, Diana e Lucina, si riesce a intuire il grande miracolo di Maria: l’aver riunito la terra con il cielo che gli angeli ribelli avevano tentato di separare e la cui unione è tuttora e più che mai in discussione.

Siamo fatti di terra greve e di cielo stellato. Seduti su una delle rocce dove Michele ha sguainato la spada, proviamo a pensare a chi è con Dio, piuttosto a chi vuol essere come Dio.

Essere un re d’Appennino è possibile, ancora. Facile come bere un sorso d’acqua, ma solo se si siede su un trono di roccia, si addomestica un drago e si è capaci di far sgorgare una fonte.
Oppure, semplicemente, se troviamo il luogo giusto dove fermarci a guardare per un po’ il cielo e la terra, restando in mezzo, in equilibrio, in bilico. Ascoltando.

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