La realtà aumentata di una cima contro quella del metaverso

Salendo il sentiero montano con il respiro cadenzato dai passi, con i pensieri-tarli che svaniscono, ogni viandante sa, in cuor suo, che la strada imboccata è quella giusta.

Se la capacità di percepire e il suo accrescimento hanno a che fare con la costruzione dell’anima individuale e del suo rapporto con l’anima universale, i luoghi percorsi – certi luoghi innanzitutto – valgono cento libri di filosofia e di metafisica. Soprattutto: la realtà aumentata di un percorso montano vale mille miliardi più del metaverso che taluni intendono offrirci ingannevolmente come superamento dell’universo.

C’è un filo sottile che può collegare la percezione degli antichi alla modernità e aiutarci ad ampliare naturalmente la nostra visione del reale. Troverai più nei boschi che nei libri, diceva Bernardo di Chiaravalle. E, in effetti, gli antichi italici d’Appennino, che su questi stessi sentieri trascorsero le proprie esistenze, non adoravano i boschi, non veneravano gli alberi, quanto il principio divino che non si mostra, se non attraverso di essi, se non attraverso la misteriosa e prorompente vitalità della natura, delle primavere, della vegetazione rigenerata, della resurrezione verde, della maternità miracolosa.

Numen inest, scriveva Ovidio, volgendo lo sguardo ad un luogo animato da un’aura, ad una fonte, ad un albero maestoso. Gli dèi non si mostrano, ora come allora, ma possiamo percepirne la potenza misteriosa in luoghi della natura abitati e permeati dalla loro presenza.

I luoghi dunque sono le porte. Tuttavia la nostra percezione è debole: possiamo, ad esempio, vedere uno spettro di colori limitato; udire solo alcuni suoni; annusare pochi odori.

È un po’ come se – vogliosi di assistere a una corsa di cavalli – non avessimo i soldi per comprare il biglietto e ci mettessimo a guardarla da una fessura della palizzata che delimita l’ippodromo. Vedremmo solo un lampo di quella corsa, una porzione minima. Eppure, potremmo farcene un’idea, ne recheremmo un’impressione.
Questa fessura che si apre non su una corsa di cavalli, ma sull’universo, si fa più ampia nei luoghi naturali, nei boschi, sulle cime, sulle coste solitarie, dovunque insomma cessi o s’indebolisca il rumore di fondo. Questa fessura è più stretta se facciamo affidamento solo sui sensi che normalmente riteniamo conveniente usare nella vita quotidiana.

Tuttavia il mito, ogni mito archetipale, parla chiaro. E gli archetipi non sono solo nomi, ma parte fondante della realtà, mentre noi abbiamo perso la percezione simbolica dell’ambiente circostante: viviamo in una foresta di simboli, che potrebbero aiutarci nella ricerca, ma la nostra percezione è sempre più limitata.

Per chi sale il sentiero montano, o per chi si immerge nelle profondità, come gli antichi eroi del mito, la strada è chiara: il percorso e il luogo straordinario sono, allo stesso tempo, esteriori e interiori. Aiutano a rientrare nell’inconscio, ad assottigliare il proprio io, ad accrescere la propria identità, a riaprire le finestre, a far passare l’aria, a togliere le barriere, a far filtrare la luce. Quella della cima, o della profondità, appare dunque l’unica vera esperienza di realtà aumentata.

Difficile, illusorio e pericoloso paragonarla a quella del metaverso, parola-macedonia modellata sull’inglese metaverse, formato dal prefisso meta, ovvero oltre, dopo e il sostantivo (uni)verse, universo.

Come se, non riuscendo, o non trovando più utile volgere il nostro pensiero al tutto che ci circonda – realmente – e che è volto nella stessa direzione, volessimo creare un altro universo surrogato, a scopo commerciale, o peggio ancora per perseguire o subire un diabolico controllo delle menti. Un metaverso, volto in direzione opposta e transumana, del quale ci illudiamo di conoscere regole e limiti, ma che ci allontana dal sentiero principale, infinitamente più incerto, assolutamente più ricco e libero.

Così, nessun avatar potrà mai provare la nostalgia di camminare incontro alla primavera che ride, della luce sfrontata sui  nuovi vestiti dei monti, delle aurore trasparenti di maggio, dei guadi introvabili, del sapore dei boschi, di pane e ciauscolo, di una birra alla bettola, delle giornate essenziali, della bellezza in guerra col nulla, degli occhi chiari degli dei, di tramonti sorridenti, della quiete di un’aia, delle serate senza schermi, di un fuoco, di chiacchiere lente e infinite, di grilli, ranocchie, speranze, profumi e pensieri storditi eppure limpidissimi…

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