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	<title>Montagna amante Archivi - AppenniniWeb</title>
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	<description>Gli Appennini, una patria in salita</description>
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	<title>Montagna amante Archivi - AppenniniWeb</title>
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		<title>Impara dal mondo verde quale sia il tuo luogo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Nov 2022 19:54:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna amante]]></category>
		<category><![CDATA[appenniniweb]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Prendendo qualche rischio, in una società che ormai sembra rifiutare qualsiasi rischio, ma che ci conduce inesorabilmente verso il rischio</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.appenniniweb.it/2022/11/23/impara-dal-mondo-verde-quale-sia-il-tuo-luogo/">Impara dal mondo verde quale sia il tuo luogo</a> proviene da <a href="https://www.appenniniweb.it">AppenniniWeb</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Prendendo qualche rischio, in una società che ormai sembra rifiutare qualsiasi rischio, ma che ci conduce inesorabilmente verso il rischio supremo, sarebbe interessante chiedere ai ragazzi che manifestano per l’ambiente, di spostare una delle loro manifestazioni sotto un temporale montano, magari nella dimenticata terra alta d’Appennino, magari cercando riparo in una faggeta.<br><br>Certo i temporali sono pericolosi. Ma valgono più di mille parole e di cento slogan artificiali. <strong>“Impara dal mondo verde quale sia il tuo luogo”,</strong> vorrei leggere scritto su un cartello, su uno striscione: non solo i versi di una poesia, ma un programma di vita.<br><br>Nel bel mezzo della <em>cancel culture</em>, il progetto più pericoloso appare infatti oggi quello che mira alla cancellazione non solo della cultura formata nei secoli e nei millenni, ma alla rimozione della centralità dei luoghi intesi nella loro sacralità, prima ancora che nella loro fisicità. Dimenticare i propri luoghi, non appartenervi, non essere connessi con loro, non sentirne il fascino, non confrontarsi con il loro pericolo, non percepirne la grazia, non considerarli più come produttori di senso: questo appare essere il rischio finale e fatale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sbaglia però chi ritiene che la rimozione del senso dei luoghi e del loro immaginario dalla cultura di ognuno di noi, sia un affare recente. Per quel che riguarda l’Appennino e le aree interne, questa faccenda è iniziata un bel po’ di tempo fa. In principio, in effetti, la rimozione dell’idea dei luoghi, luoghi che in realtà hanno creato l’Italia, è avvenuta anche per necessità, per dimenticare o provare a superare il disagio di vite difficili, pericoli eccessivi, difficoltà estreme. <br>Tuttavia – come dicevano nelle nostre campagne &#8211; non si butta il bambino con l’acqua sporca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Così quei luoghi – ora abbandonati, ma profondamente reali &#8211; non sono affatto diventati inutili: ci servono ancora, magari in un modo diverso e possono contribuire in maniera determinante non solo alla <em>transizione ecologica</em>, ma soprattutto ad una rivoluzione culturale che deve, necessariamente esserne il riferimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Nulla ci appartiene, ma noi apparteniamo ai luoghi</em>, innanzitutto a quelli dove siamo vissuti più a lungo e dove hanno vissuto i nostri avi. E poi noi “appenninici”, più d’altri, veniamo dal mondo verde, da generazioni e generazioni di uomini e donne che con quel mondo hanno litigato e hanno fatto pace di continuo, di stagione in stagione. Di persone che si sono misurate, come individui e come comunità, con il mondo verde. Persone che hanno perfino considerato il mondo verde come misura, limite e orizzonte non solo della propria, ma anche delle generazioni future.<br><br>La tendenza del progresso, dello sviluppo capitalistico portato all’estremo, del materialismo illusionistico &#8211; finanziario, è stata quella di farci vivere in altri luoghi, lontani comunque dal mondo verde: le città innanzitutto, poi i grandi inurbamenti metropolitani; infine ci apprestiamo a subire “volontariamente” l’ultimo grande trasferimento di massa, andando ad abitare il luogo più distante dal mondo verde che sia mai stato immaginato: la rete, il mondo virtuale e quindi lo spettrale <em>metaverso</em>.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/11/faggeta-con-cavallo-1024x744.jpg" alt="" class="wp-image-4705" width="617" height="448" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/11/faggeta-con-cavallo-1024x744.jpg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/11/faggeta-con-cavallo-300x218.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/11/faggeta-con-cavallo-768x558.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/11/faggeta-con-cavallo-1536x1116.jpg 1536w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/11/faggeta-con-cavallo.jpg 2048w" sizes="(max-width: 617px) 100vw, 617px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Una naturale evoluzione? Difficile pensarlo, perché comunque, anche se affondati, sprofondati, affogati nel virtuale, restiamo sempre con i piedi per terra e con gli occhi potenzialmente rivolti al cielo.<br>Il problema è che il nostro paesaggio, anche quello interiore, non può ridursi a uno schermo o a una finzione popolata da ologrammi. Non apparteniamo ancora del tutto ai non luoghi e non viviamo sempre con le non cose, quelle così ben descritte dal filosofo Byung Chul Han, che ci spiega come l’essere umano nella cultura attuale sia stato indotto a scansare qualsiasi tipo di legame reale, e invogliato a preferire quelli virtuali.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>“Non abitiamo più la terra e il cielo, bensì Google Earth e il Cloud. Il mondo si fa sempre più inafferrabile, nuvoloso e spettrale. Abbiamo perso il contatto col reale; è necessario invece tornare a rivolgere lo sguardo alle cose concrete, modeste, quotidiane” </p><cite>Byung Chul Han</cite></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Occorrerebbe riannodare il filo spezzato, tornare ai luoghi riscoprendone la sacralità e governandoli con quel po’ di tecnologia che ci serve, non di più, per vivere nel nostro posto, il verde, con maggior sicurezza dei nostri antenati, con maggiore autonomia e libertà, ma con la stessa terra sotto i piedi, con la stessa essenzialità, con gli stessi cieli sopra la testa, facendo tesoro della capacità di relazionarci col cosmo che ci portiamo dentro, nella nostra tradizione (“Quante cose sa il popolo che ha dimenticato”), nel nostro patrimonio genetico.  <br><br>Il futuro ci spinge a rinunciare al troppo, ma non a tutto, ci spinge a rinunciare all’eccesso di virtuale, per tornare ad essere ancorati al reale, ci spinge a riflettere sul nostro luogo, a imparare dal mondo verde quale sia il nostro luogo, ad ascoltare questo mondo con orecchie diverse, a guardarlo con gli occhi e non solo negli schermi, risvegliando tutti i nostri sensi e i nostri geni, a non scartare più l’ipotesi di nutrirci con la terra e della nostra terra.<br><br>Scopriremo allora di avere tante soluzioni diverse, desideri differenti da quelli indotti; scopriremo di saper leggere il mondo con occhi più attenti e forse anche di poterlo davvero salvare andando in un’altra direzione, che non è un salto nel buio. Semmai un salto nel verde, ma nel cuore del verde. Per questo occorre che chi contesta l&#8217;attuale sistema sperimenti l’approccio più profondo per farlo: non con lo <em>smartprhone</em> in mano, ma cercando costantemente il confronto con il mondo verde fuori e dentro di sé. Anche sotto un temporale, magari cercando riparo in una faggeta appenninica, nell&#8217;anima dell&#8217;Appennino.<br><br><br><br><br></p>
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		<title>Il silenzio del solstizio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jun 2022 14:48:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna amante]]></category>
		<category><![CDATA[Montagna musa]]></category>
		<category><![CDATA[solstizio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;odore del fumo, di legna bruciata e di bosco, che ti rimane addosso come un vestito: nobile è chi sa</p>
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<p class="has-drop-cap wp-block-paragraph">L&#8217;odore del fumo, di legna bruciata e di bosco, che ti rimane addosso come un vestito: <em>nobile è chi sa di bosco e di fiume&#8230;</em><br>La consapevolezza dell&#8217;utile inutilità di essere parte di un evento astronomico come il solstizio d’estate, ma anche – più semplicemente &#8211; di far parte di un&#8217;aurora, di un&#8217;alba, di attraversare una fioritura di elicriso, di raccogliere l&#8217;iperico per la prossima notte di San Giovanni. Condividere tutto con chi percorre sentieri forse differenti, forse no. <br>Finito il tempo di altri solstizi, ora è arrivato quello dell&#8217;ascolto del <strong>silenzio del cosmo</strong>. Le cime d’Appennino ne sono il tempio, di questo silenzio fragoroso, che ti rimbomba dentro quando si spengono tutte le altre voci e i rumori di fondo, inutili perlopiù.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/06/solstizio-1024x638.jpeg" alt="" class="wp-image-4585" width="683" height="426" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/06/solstizio-1024x638.jpeg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/06/solstizio-300x187.jpeg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/06/solstizio-768x479.jpeg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/06/solstizio-1536x957.jpeg 1536w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/06/solstizio.jpeg 1600w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /><figcaption>Il tempio italico del monte Torre Maggiore (Cesi, Umbria), nell&#8217;alba del solstizio d&#8217;estate</figcaption></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">Questo, qui in cima, era un tempio e resta un tempio. Il luogo ne conserva la funzione, al di là di ogni interpretazione archeologica o culturale, <strong>l’archetipo vi resiste</strong>, qualcuno direbbe il genio, qualcun altro il Nume.<br>Questo è <strong>il tempio/cima</strong> dove rielaborare i concetti del <strong>limite</strong>, del <strong>bisogno </strong>e dell’<strong>essenziale</strong>; il principio di <strong>responsabilità </strong>non solo individuale ma comunitario; di una <strong>comunità </strong>quindi, non di uno Stato. Di una comunità, cioè di un gruppo di persone nel quale, come in qualche modo sosteneva Adriano Olivetti, ognuno sia in grado d’intravedere il confine e l&#8217;identità, di condividere il limite, le regole e gli obiettivi, di averne consapevolezza, oltre la propria individualità.<br><br>Le filiere lunghe e infinite della <strong>globalizzazione </strong>vanno accorciate di molto, ormai lo dicono anche gli economisti. <strong>La visione</strong>, invece, va allargata: dall&#8217;individuo alla comunità, dal luogo al paesaggio, dal paesaggio all&#8217;ambiente, dall&#8217;ambiente al cosmo, rientrando nei confini del sacro da dove siamo usciti forse con troppa baldanza e che invece qui, in quest’alba appenninica, sono piuttosto evidenti, seppure apparentemente effimeri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Così, mentre il sole, <em>la nostra buona stella</em>, raggiunge il suo massimo fulgore, per stazionare il tempo che basta a indurci una riflessione, la contemplazione del <strong>fenomeno </strong>dovrebbe aiutarci a capire che i problemi dell&#8217;<strong>ecologia</strong> non potranno essere risolti esclusivamente dall&#8217;<strong>economia</strong>, riguardando piuttosto, in generale, il nostro rapporto con l&#8217;essere. Nell’intersezione, che era e resta problematica, tra il <strong>tempo circolare</strong> disegnato dal sole e dalle sue due porte annuali e il <strong>tempo lineare</strong> che ci è concesso di vivere, occorre provare a recuperare una <strong>visione del mondo</strong>, cercare di costruire l&#8217;idea nuova e antichissima di una società aperta, ma sul modello di quelle tradizionali. Aperta innanzitutto alla consapevolezza della complessità dei fenomeni del cosmo nella sua interezza e ai loro misteri, che possono e devono tornare il metro delle nostre azioni, anche di quelle quotidiane.<br>Così, probabilmente, una semplice <strong>transizione ecologica</strong> con ministeri annessi, non sarà sufficiente a salvare il pianeta, come dicono loro. Saranno necessarie altre transizioni ed azioni, essenziali, semplici, misteriose come il sorgere del sole e limpide come le aurore: un cambio di prospettiva culturale.<br>Può darsi che i <strong>solstizi</strong>, con i loro silenzi nei quali tutto sembra fermarsi per concedere ai viandanti il tempo di interrogarsi, e le cime d’Appennino che ne sono il miglior osservatorio, servano dunque ancora qualcosa…<br></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>“Gli dèi abitano là dove sempre hanno abitato. Ma sulla terra si sono perdute certe indicazioni che si possedevano su quei luoghi”.</p><cite>Roberto Calasso</cite></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.edizioniarktos.it/scheda/il-silenzio-del-cosmo-ecologia-ed-ecologismi-autori-vari-9788870491364/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Per approfondire: &#8220;Il silenzio del cosmo &#8211; Ecologia ed Ecologismi&#8221;, a cura del GRECE Italia &#8211; AA. VV. &#8211; Edizioni Arktos 2021</a><br></p>
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		<title>La pandemia ci riporta sulla montagna di casa: istruzioni per l’uso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Mar 2021 20:10:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cammini]]></category>
		<category><![CDATA[Montagna amante]]></category>
		<category><![CDATA[Montagna]]></category>
		<category><![CDATA[Pandemia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La pandemia e la sua gestione ci hanno tolto molte libertà, ma potrebbero restituircene una fondamentale: la libertà di sentirci a casa sulla montagna di casa e di riconoscerci nella nostra terra, tornando ad amarla.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.appenniniweb.it/2021/03/02/la-pandemia-ci-riporta-sulla-montagna-di-casa-istruzioni-per-luso/">La pandemia ci riporta sulla montagna di casa: istruzioni per l’uso</a> proviene da <a href="https://www.appenniniweb.it">AppenniniWeb</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap wp-block-paragraph">Succede che <strong>ci hanno chiusi dentro i confini dei nostri Comuni</strong>: chi l’avrebbe mai detto!<br>Succede pure che <strong>alcuni Comuni siano più fortunati di altri</strong>. Così nel loro territorio, oltre alla città, ci sta pure la montagna. Prima non se n’era accorto quasi nessuno, nonostante lo sguardo ci sbattesse ogni giorno, magari appena sopra le insegne del Mc Donald’s e dell’ipermercato.<br> <br><strong>Così la montagna di casa è stata snobbata negli ultimi decenni</strong>: meglio le montagne lontane, quelle con gli impianti di risalita, quelle famose, quelle alpine e dolomitiche! Le nostre montagne di casa, invece, sono appenniniche, moderate, arrotondate e boscose: per alcuni, perciò, poco attraenti. Però, <strong>adesso, si prendono la rivincita</strong>: le Dolomiti sono vuote, gli impianti fermi e loro sono prese d’assalto. Si rischia la fila sui sentieri a mezzacosta e di non trovar posto sui prati per la merenda; per non parlare delle strette e malmesse strade in salita dove le auto s’incastrano peggio che davanti ai supermercati nell&#8217;ora di punta (quando c’era ancora l&#8217;ora di punta).<br><br><strong>Per chi è abituato a percorrere le solitudini malinconiche</strong> dei nostri monti, che un po’ sanno di sconfitta ma che tanto ancora riescono a raccontare, tutto questo affollamento è una sorpresa. <strong>Non si sa dire ancora se sia una bella o una brutta sorpresa</strong>, se sia un’occasione, o piuttosto l’ultimo oltraggio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Molti dei nuovi venuti cercano semplicemente aria per respirare, senza mascherine. Altri cercano sfogo. Altri ancora, però, iniziano a cercare…  <br>Molti chiedono indicazioni, come quelli che sbarcano per la prima volta in una grande città senza conoscerla e senza orientamento, alcuni chiedono consigli.<br><strong>Impossibile insegnare la civiltà e la correttezza</strong> a chi non le frequenta anche giù a valle. Ma qualcosa su questa montagna di casa bisognerà pur raccontarla, almeno a quelli che cercano…</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La montagna</strong>, anche quella modesta e appenninica &#8211; potremmo dirgli &#8211; è un altrove. <strong>Non è il balcone di casa e tanto meno una palestra all&#8217;aria aperta</strong> e senza restrizioni Covid. La nostra montagna <strong>è un sistema complesso, è un paesaggio interminabile, un racconto infinito</strong> e, per chi sa coglierle, è perfino un luogo sacro, di ierofanie. Per questo <strong>occorre innanzitutto approcciarla con umiltà e con curiosità</strong>: due qualità che vanno a braccetto.<br><br><strong>Nessuno può dire di conoscere perfettamente la montagna</strong>, neppure quella di casa. La puoi percorrere mille volte, eppure ti riserva sempre qualche sorpresa: una pietra, una grotta, un toponimo, una storia che non conoscevi. Un raggio di sole che penetra nella faggeta, le nebbie sempre diverse che nascondono la valle, un gregge di pecore dove non avresti pensato d&#8217;incrociarlo, le orme di un lupo o l’incontro fugace con gli animali che la popolano, quelli grandi e quelli minuscoli, i rapaci dal volo ipnotico e i piccoli anfibi che vivono nei fontanili.<br><br><strong>Chi frequenta la montagna da molti anni</strong> ha già sfogliato parecchie pagine di un libro con una trama che sembra non terminare mai, ma che anzi si amplia di capitolo in capitolo. <br><strong>Chi arriva in montagna, anche quella di casa, per la prima volta</strong>, consideri di trovarsi in mano un libro per lui completamente nuovo e di avere l’enorme fortuna di poter iniziare a sfogliarlo. Lo faccia con il rispetto dovuto ad un libro antico, che contiene segreti dimenticati e che, pagina dopo pagina, potrebbe aiutare chi lo legge a star meglio, anche quando torna a casa, a valle. E che servirà a capire meglio pure le montagne più lontane: quelle che potremo tornare a visitare quando ce lo consentiranno.<br><br><strong>La pandemia e la sua gestione ci hanno tolto molte libertà</strong>, ma potrebbero restituircene una fondamentale: la libertà di sentirci a casa sulla montagna di casa e di riconoscerci nella nostra terra, tornando ad amarla.  </p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/03/martani-1024x761.jpg" alt="" class="wp-image-4280" width="729" height="542" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/03/martani-1024x761.jpg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/03/martani-300x223.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/03/martani-768x571.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/03/martani.jpg 1440w" sizes="(max-width: 729px) 100vw, 729px" /><figcaption>I monti di casa, i Monti Martani</figcaption></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>In cerca degli dèi nascosti</title>
		<link>https://www.appenniniweb.it/2021/01/18/in-cerca-degli-dei-nascosti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Jan 2021 22:18:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna amante]]></category>
		<category><![CDATA[Montagna musa]]></category>
		<category><![CDATA[antichi italici]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando si cammina in Appennino può capitare d’incontrare gli dèi. Li trovi nei luoghi in ombra appena percepibili per un</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.appenniniweb.it/2021/01/18/in-cerca-degli-dei-nascosti/">In cerca degli dèi nascosti</a> proviene da <a href="https://www.appenniniweb.it">AppenniniWeb</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap wp-block-paragraph">Quando si cammina in Appennino può capitare d’<strong>incontrare gli dèi</strong>. Li trovi nei luoghi in ombra appena percepibili per un chiarore, in una radura, in mezzo a una faggeta. Oppure <em>splendenti su una cima</em>, tenebrosi in una caverna, fuggevoli lungo un corso d’acqua, perenni tra le pietre dirute di un tempio, nascosti in un angolo di una chiesa, o di un’abbazia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In ognuno di questi luoghi, in effetti, c’è un <strong>segnavia</strong>: a noi spetta riconoscerlo.<br><br>Non si parla qui delle divinità più note, o di quelle esotiche, quanto piuttosto delle più antiche, di quelle cioè intimamente legate all’anima dei luoghi, nate con i luoghi stessi: <em>i luoghi nominati dai numi</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le divinità italiche</strong> sono sorte quando i popoli appenninici delle grandi migrazioni e delle primavere sacre erano capaci di sentire cose che ora raramente avvertiamo.<br>Qualcuno ha definito queste genti delle origini come <em>popoli-fanciulli</em>, ma proprio per questo erano privi di schermi nella percezione del mondo. In più però manifestavano <strong>una volontà di adesione al divino pura, indifferente, disincantata </strong>e, in questo senso, molto virile.<br><br>E dunque, siamo così sicuri che gli antichi italici fossero selvaggi primitivi, superstiziosi adoratori dei fenomeni naturali, perché incapaci di spiegarli razionalmente?<br><br><strong>Giano</strong>, <strong>Saturno</strong>, <strong>Marte</strong>, <strong>Cupra</strong>, <strong>Kerres</strong>, le <strong>Grandi Madri</strong>, la<strong> triade divina degli Umbri</strong>, gli <strong>dei della tavola osca di Agnone</strong>, i <strong>trentamila geni e ninfe</strong> che, secondo <strong>Varrone</strong>, popolavano la terra e i cieli del Lazio: erano semplici fantasie, oppure <em>complessi e raffinati tentativi di comprendere l’essere?</em><br><br><strong>I primi dèi </strong>che abbracciarono con i loro misteri le forre, i boschi sterminati, le rocce e le fonti dell’Italia arcaica, non possono essere allora anche i primi – e forse i più ricchi – capitoli di <em>un’ontologia</em>, oggi purtroppo assai poco praticata?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con loro &#8211; e attraverso di loro &#8211; è forse iniziato, anche nelle nostre terre d’Appennino, <em>il discorso e la riflessione sull’essere e sull’ente</em>?<br><br><strong>I volti di questi dèi</strong> appaiono allora come <em>lampi </em>che illuminano la notte oscura, sono fuochi accesi che indicano un sentiero difficile e in salita, da guardare però a fronte alta, ben svegli e con occhi aperti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il terzo volto di <strong>Giano</strong>, la prima divinità italica, è il volto nascosto. Tra passato e futuro esso simboleggia il presente: l&#8217;eterno presente, ovvero la perenne presenza nascosta e inafferrabile del divino, da riconoscere nell&#8217;istante e nell&#8217;ente.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Saturno </strong>che regnò su investitura di Giano è la forza che va, che nasce dall’invenzione del tempo, capace di portare ordine, d&#8217;insegnare l&#8217;agricoltura e di sovvertire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Così le madri: <strong>Diana</strong>, alter ego femminile di Giano, <strong>Cupra </strong>e <strong>Kerres</strong>, come Cerere, sono un’illuminazione sul grande mistero della fertilità della terra e della donna, sul misterioso ritorno delle primavere nel tempo ciclico dell’anno che si sovrappone a quello apparentemente lineare e finito della vita degli uomini. Riecheggiano <em>l’archetipo del perenne ritorno delle primavere</em> e della <em>resurrezione</em>, come nei <strong>culti misterici di Demetra eleusina</strong> e nel mito dell’accoppiamento tra <strong>Persefone </strong>e <strong>Ade</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Marte </strong>e <strong>Vofione</strong>, <strong>Quirino</strong>, rappresentano lo spirito della comunità e la sacralità della sua difesa.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Gli dèi dei popoli appenninici</strong> servivano così a dare un nome alle forze e alle forme potenti della realtà insondabile universale, ai suoi archetipi e alle reazioni della psiche umana di fronte ad essi, con un’intuizione che si spingeva ben oltre la razionalità.<br><br><strong>Non era dunque la natura ad essere sacra</strong>, ma era (ed è) la presenza del sacro a rendere divina la natura, attraverso le ierofanie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Gli dèi – diceva <strong>Walter F. Otto</strong>, storico delle religioni &#8211; non sono frutto di invenzioni, elucubra­zioni o rappresentazioni, ma possono soltanto esse­re sperimentati”, così la vera religione è “<strong>religione della realtà</strong>”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;<strong>Religione della realtà</strong> significa che l&#8217;uomo sperimenta il divino nelle forze del mondo circostante e in sé stesso: è quella sensazione di forza, di potenza, di pienezza che coglie l&#8217;uomo ad esempio di fronte ad uno spettacolo naturale, oppure quando l&#8217;uomo stesso si sente come preso da una tensione, da un impulso ad agire. Ecco, questa è la teofania, l&#8217;apparizione del dio&#8221;. Non c&#8217;è fede in qualcosa di non tangibile: <em>la presenza delle divinità è un fenomeno</em>, qualcosa che appare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione è <strong>fino a che punto i nostri pensieri debbano ampliarsi per essere in rapporto con il fenomeno</strong>, si chiedeva <strong>Shelling</strong>,<strong> </strong>e tale questione resta d’attualità estrema. <br><br>La questione è anche <strong>dove meglio osservare il fenomeno</strong>.<br>Non tutti i luoghi sono infatti uguali per <strong>percepire la manifestazione del divino</strong>. In alcuni essa appare più chiaramente, come sulla cima di una montagna che consente un’ampia visione, come nel ventre della terra, o osservando la luce filtrante in un bosco.<br><br>&#8220;Nostro compito &#8211; come scriveva <strong>Renato Del Ponte</strong> &#8211; è riassumere, rivivere, percepire il passato in sintonia con le presenze archetipiche immanenti in una data terra in una data stirpe, inverandole per il futuro. Questa è la tradizione&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Gli Appennini</strong>, con le loro vette, con i loro boschi, con i ruderi degli antichi templi, con le chiese e i monasteri che hanno cercato di interpretarne diversamente i geni, sono la terra delle ierofanie, dove il luogo è imprescindibile dal sacro che vi si manifesta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo <strong>gli Appennini sono sacri e restano il vero altare d&#8217;Italia</strong>. Come tali – e per l’enormità del tesoro che ancora celano &#8211; vanno riscoperti e difesi.</p>
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		<title>L’ultimo viaggio di Marzio sui Martani</title>
		<link>https://www.appenniniweb.it/2020/10/11/lultimo-viaggio-di-marzio-sui-martani/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Oct 2020 12:24:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna amante]]></category>
		<category><![CDATA[Montagna madre]]></category>
		<category><![CDATA[monti martani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La storia di Marzio e Diamante, un'avventura genealogica sui sentieri dell'Appennino nel '600</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap wp-block-paragraph">C’era una montagna tra Marzio e Diamante, ma anche un valico. C’erano opportunità e difficoltà, forse tragedie. E c’erano la sfortuna e il coraggio di una donna che di prezioso aveva solo il nome, ma che era dura come quel nome, tanto da farsi ricordare per più di quattrocent’anni, senza farlo sapere a nessuno, o quasi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono cose che succedono nella grande <em>madre/patria d’Appennino</em>, dove, ben nascoste, ci sono le piccole patrie. E, quasi invisibili, le piccolissime madri. Come quelle di ciascuno di noi, o almeno di coloro che hanno la fortuna di ritrovare le radici e la traccia dei propri avi in borghi montani sperduti. D&#8217;altronde siamo in molti, più di quanti si creda, noi <em>italiani-appenninici</em>.<br><br>La mia, ad esempio, è una storia familiare che si giova della carta resistente dei registri parrocchiali, della fortuna di avere un amico <em>genealogista </em>e, infine, delle confidenze raccolte sui sentieri. Perché se la prima parola viene dalla montagna, anche l’ultima spetta sempre a lei.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come quella di tanti, dalla montagna discende infatti la mia stirpe. Che non è discendenza di dotti, né di guerrieri, tanto meno di poeti o di notai. Essa è piuttosto una stirpe legata alla terra, sporca di fango, profumata di bosco e di sudore, attaccata a una montagna che me lo aveva già raccontato a modo suo, prima ancora di consultare le carte.<br><br>La mia è stata dunque una fiera genìa di mezzadri, di contadini, di carbonai, forse di piccoli allevatori, che si è confrontata con l’esistenza quasi sempre nello stesso luogo, almeno negli ultimi  quattrocento anni. Penso perciò che la storia di questa discendenza di montanari sia un bel cammino da condividere, un invito alla ricerca di tante altre radici, di misere e splendide stirpi che hanno fondato la tosta <em>madre/patria-Appennino</em>, prima di tradirla per la valle delle comodità apparenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bene, allora proviamo a raccontarla questa storia di generazioni e radici appenniniche, a volo d’uccello&#8230;<br>Iniziando a sorvolare una piccola e verde montagna, che non fa parte dell’Appennino vero e proprio, ma di una sua propaggine. Una montagna che sta al centro dell’Italia e al centro della sua regione più antica, l’Umbria; forse anche al centro dell’anima italica&#8230;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di questa terra centrale, i monti di Marte &#8211; i Martani &#8211; sono stati da sempre l’ombelico, da quando qui giunsero, con una delle più antiche migrazioni indoeuropee, i misteriosi Umbri, gens antiquissima Italiae. Questa montagna, queste montagne, ne sono state la fortezza e il tempio, luogo fondante della nuova patria di genti che, con i loro riti ancestrali e con le primavere sacre, hanno segnato il volto della Prima Italia, poi quello di Roma e forse un po’ anche quello dell’intero mondo occidentale: scusate la presunzione analogica!<br><br>Ma torniamo coi piedi per terra e con gli occhiali sul naso, perché le tracce della mia stirpe contadina sono di terra, d’inchiostro e di lettere minute.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2020/10/maerzio2-1024x403.jpg" alt="" class="wp-image-4081" width="465" height="183" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2020/10/maerzio2-1024x403.jpg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2020/10/maerzio2-300x118.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2020/10/maerzio2-768x302.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2020/10/maerzio2-1536x604.jpg 1536w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2020/10/maerzio2.jpg 1722w" sizes="auto, (max-width: 465px) 100vw, 465px" /><figcaption>Un estratto dai registri parrocchiali del &#8216;600</figcaption></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">L’inchiostro e la calligrafia minuta, a volte un po’ stentata, sono dei parroci della cura di <strong>San Giovanni di Piedimonte</strong>. Una parrocchia montana, ben fuori le mura di <em>Interamna/Terni</em>, attaccata alle rocce calcaree di una <em>penna </em>che nulla ha a che fare col calamaio, ma che è  un pinnacolo di roccia, sopra il quale ancora svettano i resti di un’ardita rocca.<br><br>A questa chiesa faceva riferimento un territorio pedemontano abbastanza ampio, disseminato di case sparse, abitate da famiglie pazientemente censite negli stati delle anime e che, per la maggior parte, traevano il proprio sostentamento dai piccoli appezzamenti di terreno, dagli oliveti e dalla pastorizia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Basta sfogliare e interpretare (meglio se con l’aiuto di esperti) i ghirigori vergati sui registri, per apprendere che gli uomini e le donne di almeno otto generazioni con il mio cognome sono nati qui, a San Giovanni sotto il monte, dove sono stati battezzati, comunicati e sposati. E qui sono morti, passando il testimone e il cognome ai figli. Nulla di straordinario. Se non fosse che per decenni senza aver saputo dei registri e senza averne avuta alcuna notizia dalla mia famiglia scesa giù a valle almeno tre generazioni fa e che forse un po’ si vergognava delle origini montanare, quella montagna l’ho sempre portata nel cuore, magari per colpa o per merito dello strano sesto senso che qualcuno chiama <em>memoria senza ricordo</em> e che deve avere a che fare col nostro patrimonio genetico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma i cognomi non nascono dal nulla e dal Cinquecento in poi, almeno qui da noi, discendono dai patronimici, quasi sempre. Chissà dunque da dove viene il mio e quando ha avuto origine?<br>Occorre muoversi con cautela, ammonisce il genealogista, perché in questo territorio di cose ne sono successe tante dopo gli Umbri e dopo Roma. Sono arrivati i barbari, che tanto barbari non si dimostrarono perché irretiti dall’antica gloria dell’impero sconfitto. I Longobardi, mentre governavano un vasto territorio dalla vicina Spoleto, costituirono sui Martani un minuscolo stato, che si chiamò contea delle Terre Arnolfe. Poi, sempre di qui sono passati e hanno soggiornato a lungo Francesco d’Assisi e i suoi <em>fratres</em> lasciando impronte profonde. Infine qui hanno guerreggiato le bande di Interamna e di Spoleto, ghibellini e guelfi, per difendere con le armi più o meno elevati interessi di campanile con la scusa dell’Impero e della Chiesa, con Roma, la cattedra di Pietro e le grandi famiglie romane sempre troppo vicine e influenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ad ogni modo, dopo Umbri, Romani, Longobardi, Guelfi, Ghibellini, vescovi e santi francescani, alla fine del ‘500 tra dieci case di pietra e un campanile-torre medievale che ingloba lastre con antiche iscrizioni romane, su un alto poggio sopra la Val Serra, valle stretta e serrata tra i Martani e Spoleto, nel piccolissimo borgo di <strong>Appecano</strong>, nella diocesi di Spoleto, tra i boschi dei Martani, nascevano prima Giovanni Vincenzo e poi suo figlio Marzio. Detto appunto Marzio di Giovanni Vincenzo, patronimico semplice, non ancora cognome. Così è scritto.<br><br>Quest’uomo, questo Marzio dei Martani, doveva essere quasi un avventuriero, oppure semplicemente Appecano doveva sembrargli un po’ ristretto e la Valserra troppo serrata&#8230; così per cercar moglie si spostò un po’ più in là, proprio sotto la penna di San Giovanni, sopra Interamna.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2020/10/appecano-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-4079" width="429" height="322" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2020/10/appecano-1024x768.jpg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2020/10/appecano-300x225.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2020/10/appecano-768x576.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2020/10/appecano-1536x1152.jpg 1536w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2020/10/appecano.jpg 1600w" sizes="auto, (max-width: 429px) 100vw, 429px" /><figcaption>Appecano, in Valserra</figcaption></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">Qui conobbe Diamante, donna dal nome speciale, evidentemente. E la sposò nella chiesa di Piedimonte, trasferendosi nella sua casa. Ma la storia di Marzio e Diamante non fu semplice, perché a leggere negli stati delle anime, Marzio dopo un po’ di anni scompare: morto, scappato, emigrato? Chissà? Fatto sta che Diamante e i suoi figli restano da soli ed è lei che li deve crescere. Tanto che per tutti quelli non sono più i figli di Marzio, ma i figli di Diamante e per sempre, da quel momento, i ragazzi di Diamante e i loro discendenti hanno portato la memoria di  quel nome, Diamanti, figli di Diamante. Un cognome dunque che non è un patronimico, ma un matronimico.<br>Così la genealogia trasforma il mio Appennino in Madre/Patria.<br><br>Ma come mai Marzio era finito proprio a san Giovanni di Piedimonte per cercar moglie? Oggi ci vogliono quaranta minuti d’auto per andare da Appecano alla chiesa sotto la <em>penna</em> di San Giovanni, che ora è detta della Madonna dell’Olivo. Ma le strade all&#8217;inizio del Seicento erano altre. Erano sentieri tra i boschi e andavano in cerca di valichi.<br><br>Così, in una tiepida giornata d’ottobre, basta mettersi gli scarponi e camminare passo dopo passo, da Appecano verso il suo pizzo, fino ad incontrare un valico, detto delle piane. Di qui si scende verso la valle di Terni, ma già si nota la grande mole dello sperone roccioso, ricoperto di verde, della penna di San Giovanni. In meno di tre ore dal piccolo borgo di Marzio si arriva a piedi a casa di Diamante. Non è difficile, non era difficile. Lo confida il sentiero, lo conferma la montagna. Che però si rifiuta di rivelare l’ultimo viaggio di Marzio, quello che lo allontanò da Diamante e che, per questo dette origine al cognome che porto. Magari ci penserà il genealogista a sciogliere il mistero. Oppure l’ultima parola resterà quella della montagna?</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2020/10/le-piane-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-4080" width="427" height="320" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2020/10/le-piane-1024x768.jpg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2020/10/le-piane-300x225.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2020/10/le-piane-768x576.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2020/10/le-piane-1536x1152.jpg 1536w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2020/10/le-piane.jpg 1600w" sizes="auto, (max-width: 427px) 100vw, 427px" /><figcaption>Il valico tra Appecano e San Giovanni di Piedimonte</figcaption></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>NB</strong> <em>I fatti e i nomi riportati non sono frutto di fantasia. Tuttavia l’amico genealogista Luca Paccara, che ringrazio per le preziose ricerche e per i documenti scovati, avrà modo di sgridarmi, perché qualche particolare è un po’ troppo romanzato e qualche passo della storia eccessivamente deduttivo. Però mi andava lo stesso di raccontarla così, come mi sembra di averla capita e come me la sento: Luca avrà un po’ di pazienza…</em></p>



<div class="wp-block-cover aligncenter has-background-dim" style="background-image:url(https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2020/10/diamante.jpg);min-height:181px;aspect-ratio:unset;"><div class="wp-block-cover__inner-container is-layout-flow wp-block-cover-is-layout-flow">
<p class="has-text-align-center has-large-font-size wp-block-paragraph">L&#8217;ultimo viaggio di Marzio sui Martani</p>
</div></div>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>San Giovanni, il sole che cade e l’avventura delle anime vive</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Jun 2020 22:08:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna amante]]></category>
		<category><![CDATA[Montagna madre]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le notti magiche, tragiche e gioiose, seducenti e pericolose del solstizio d’estate: se a valle qualcuno ancora le ricorda è solo perché sul monte c’è chi le ha elaborate e forse, ancora, le onora</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap wp-block-paragraph">Come nel suono di un flauto doppio, o come in una polifonia, le voci di due grandi moderni e diversi cantori d’Appennino s’incrociano e restituiscono vita, ritmo e musica a queste notti di giugno. <br>I <em>fuochi nella notte di San Giovanni</em>, le fiamme, le danze, le ragazze, le erbe, le magie e gli inganni della ragione che ha torto di <strong>Giovanni Lindo Ferretti</strong> da Cerreto Alpi e di <strong>Vinicio Capossela</strong> dall’irpina Calitri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono notti eccezionali e magiche, quelle cantate da Capossela e Ferretti, prima ancora che sante. Ricamate di quella magia antica carica, di <em>eros </em>e <em>tanatos</em>, di <em>furore</em>, nella quale ci si abbevera ancora, seppur con estrema difficoltà, solo in quota, nelle aree interne e nascoste di questo Paese laicizzato, globalizzato, disanimato. Ma non del tutto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono le notti magiche, tragiche e gioiose, seducenti e pericolose del <em>solstizio d’estate</em>: se a valle qualcuno ancora le ricorda è solo perché sul monte c’è chi le ha elaborate e forse, ancora, le onora.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella notte di San Giovanni, a <strong>Roma</strong>, mazzetti di lavanda venivano venduti sul sagrato della basilica del Laterano. Era credenza che spettri e streghe, attirati dal profumo, si fermassero a contare i minuscoli fiorellini dell’erba profumata, per poi essere sorpresi dalla luce del mattino, per loro letale. Ma Roma e le sue tradizioni, specie le più arcaiche, sono <em>figlie d’Appennino</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Così, ora che siamo al termine di un altro dei periodi cruciali del ciclo dell’anno, quello che segue il solstizio d’estate, in Appennino, lungo tutta la catena, da Nord a Sud, abbiamo visto accendersi <strong>i fuochi del 21 giugno</strong>, poi quelli – più numerosi &#8211; di <strong>San Giovanni</strong>. Fuoco ha chiamato acqua, preceduta dalla <strong>raccolta delle erbe </strong>bagnate dalla rugiada del mattino ed è iniziato, come ogni anno, il confronto con il mondo di sotto (o di sopra), con le streghe e i diavoli, la lettura dei presagi, <strong>l’avventura delle anime vive</strong>, nel mondo vero&#8230;che non è questo&#8230;<br><br></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2020/06/Vinicio_Capossela.jpg" alt="" class="wp-image-4019" width="132" height="158" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2020/06/Vinicio_Capossela.jpg 500w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2020/06/Vinicio_Capossela-250x300.jpg 250w" sizes="auto, (max-width: 132px) 100vw, 132px" /></figure></div>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Ora le ragazze per San Giovanni<br>Chiedono al fuoco di svelare gli inganni<br>Chiedono al cardo chiedono al piombo<br>Chi avranno un giorno per compagno intorno<br>E anche le crude Masciare<br>Questa notte vogliono volare<br>E ognuno indaga nel cielo<br>Qualche segno dal mondo del vero<br>Ma il futuro è scritto nel fuoco</p><cite>Vinicio Capossela</cite></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Le brevi notti del solstizio d’estate, in attesa del sole al massimo della potenza, erano e restano notti speciali, notti di passaggio che chiudono un ciclo e ne fanno iniziare un altro. Notti che mettono in evidenza <strong>una crisi cosmica</strong>, che aprono <strong>le porte della percezione</strong>. E come spesso capita in questi casi, bisogna stare attenti, perché quando le porte si aprono può succedere di tutto.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Tra poco arrossa il cielo della sera<br>Sospeso tra azzurri spazi gelidi e lande desolate<br>Quietami i pensieri e le mani<br>E in questa veglia pacificami il cuore<br>Così vanno le cose, così devono andare</p><cite>Gio. Lindo Ferretti</cite></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“La festa di San Giovanni più che una reliquia, è come un saldo monumento di un’età anteriore alla storia, che il dente del tempo ha intaccato, ma non distrutto”</em>, diceva un antropologo dell’Ottocento, <strong>Gennaro Finamore</strong>&nbsp;<br><br>Echi lontani e tradizioni che si confondono, integrandosi: <strong>Giovanni Battista, l’ultimo grande profeta</strong>, rappresenta il sole che tramonta per lasciar posto al nuovo sole che sorge. Così il giorno inizia ad allungarsi quando viene al mondo Gesù il Salvatore e inizia invece ad accorciarsi quando nasce l’ultimo dei profeti: <em>“Bisogna che egli cresca e che io diminuisca”</em> Giovanni 3:30</p>



<p class="wp-block-paragraph">Così la tradizione e la sapienza cristiana hanno “piazzato” <strong>due Giovanni a guardia dei solstizi</strong>, l’evangelista esoterico Giovanni per quello d’inverno, il 27 dicembre, e l’ultimo dei profeti, il Battista, per quello d’estate, il 24 giugno. Le due facce di Giovanni, sono dunque come quelle di Giano, il dio ancestrale che tutelava gli ingressi e le uscite, anche quelle del ciclo dell’anno?<br><br>Il mistero, la sua percezione, Il canto, l’incanto e il disincanto. Tutto s’intreccia, nello scrigno d’Appennino. Un grande tesoro, o quel che ne rimane&#8230;<br></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2020/06/ferretti.jpeg" alt="" class="wp-image-4020" width="171" height="128" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2020/06/ferretti.jpeg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2020/06/ferretti-300x225.jpeg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2020/06/ferretti-768x576.jpeg 768w" sizes="auto, (max-width: 171px) 100vw, 171px" /></figure></div>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>S&#8217;alzano sotto cieli spenti i canti<br>Di chi è nato alla terra ora<br>Di volontà focose speranze<br>E da energie costretto e si muove alla danza,<br>danza, danza, danza, danza, danza, danza<br>Festa stanotte di misere tribù sparse impotenti<br>Di nuclei solitari che è raro di vedere insieme ancora<br>E s&#8217;alzano i canti e si muove la danza<br>E s&#8217;alzano i canti e si muove la danza, danza, danza, danza, danza</p><cite>G.Lindo Ferretti</cite></blockquote>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2020/06/acqua.jpg" alt="" class="wp-image-4021" width="212" height="141" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2020/06/acqua.jpg 640w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2020/06/acqua-300x200.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 212px) 100vw, 212px" /></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">Irrorati dalle energie speciali di queste notti illuminate da fuochi e da speranze, da <strong>pallide lune e serpenti di stelle</strong> che sembrano fecondare la terra, nell&#8217;attesa del sole più forte, eppure ormai declinante, dalla rugiada aurorale del mattino, da <em>Eos</em>, ecco allora <strong>i lavacri solstiziali</strong>, le pozioni magiche delle nostre nonne che servivano per allontanare i diavoli, i demoni, ma soprattutto servono ora a ricongiungersi con lo spirito della terra d’Appennino.<br><br><strong>L’acqua di San Giovanni</strong>, il principio femminile di questa festa del fuoco, deve essere preparata con le erbe raccolte prima dell’alba, possibilmente con acqua vergine pescata al buio in una fonte, in un torrente. Cosa metterci? <strong>L’iperico</strong> che cura le ferite (dal greco <em>hipereikò</em>, spezzo, lacero) e che scaccia i diavoli; <strong>la malva</strong> che allontana i mali (la malva da tutti li mali salva) che addolcisce, rende molle; <strong>le foglie del noce</strong>, l’albero di Giove, buone per preparare il nocino, proprio in questi giorni; <strong>il caprifoglio</strong> con le mangiole o manine, i fiori che favoriscono sogni d’amore; <strong>la ginestra</strong>, simbolo della luce solare con i suoi fiori gialli; <strong>il rosmarino</strong>, la rosa del mare, o la rugiada marina, che impedisce alle malie o agli influssi negativi di entrare nelle case, con le sue foglie coriacee e appuntite; <strong>la lavanda</strong>, buona per lavare, ma anche per confondere gli spiriti maligni e le streghe; <strong>la salvia</strong> per allontanare il male sotto forma di serpenti e di scorpioni; <strong>il basilico</strong> che fa sparire le influenze negative prodotte da invidia e fascinazione, ma anche scorpioni e zanzare; <strong>il timo</strong> che fiorisce in prossimità del solstizio; <strong>la menta</strong> con la doppia funzione di protezione e di propiziatrice dell’amore. La mattina del 24 giugno ci si laverà con quest’acqua potente. <br></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma non è solo questo, non solo questo. I poteri che si muovono sono più grandi e straordinari.<br>Così, ad esempio, nella piccola e speciale chiesa di <strong>Santa Maria</strong>, appena sotto <strong>Trevi</strong>, in Umbria, dove di straordinario c’è anche <strong>una pietra rossa</strong> dentro la quale bisogna che le ragazze da marito mettano il dito indice e poi facciano tre giri in tondo, per San Giovanni succede il finimondo.<br>Qui ci sono tante Marie, diafane Madonne bionde, c’era forse Diana, ma c’erano anche <strong>tante ragazze belle e brutte</strong> che qui venivano per la notte di san Giovanni ad attingere dal vicino pozzo l’acqua che cresceva e fuoriusciva proprio nella notte del solstizio. Un’acqua nella quale si versava <strong>l’albume dell’uovo</strong> per indovinare che forma avrebbe avuto il futuro marito.<br><em>“Nella notte della vigilia della festa del Santo, al pozzo accorrevano anche le nubili invocando la grazia di un marito. In breve tempo, divenne prassi che i giovani, talora malintenzionati, talora con il consenso delle interessate, rapissero le fanciulle che vi convenivano. La processione delle nubili fu così abolita, per scongiurare disordini, diversamente evitabili con difficoltà”</em> (1).</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Spaventati i guerrieri, persi alla meta i viaggiatori<br>La saggezza è impazzita, non sa l&#8217;intelligenza<br>La ragione è nel torto, conscia l&#8217;ingenuità<br>Ma non tacciono i canti e si muove la danza<br>Quietami i pensieri e il canto<br>E in questa veglia pacificami il cuore&#8230;</p><cite>Gio. Lindo Ferretti</cite></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">C’è poi un’ultima tradizione legata al san Giovanni che non fa gli inganni. Quella del <strong>comparaggio</strong>. <br><em>&#8220;Commari di San Giovanni/toccamoce li panni/li panni ce toccheremo/sempre comari ce chiameremo&#8221;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Essere <strong>comare </strong>(<em>cum mater</em>) o <strong>compare </strong>(<em>cum pater</em>) non era cosa da poco nelle società arcaiche. Significava farsi carico dei figli nel caso di impedimento o di morte dei genitori.<br>La consacrazione dei comparaggi nel giorno di San Giovanni li solennizzava e li purificava, esaltandoli in vere e proprie parentele spirituali, con lo scambio di fiori e fazzoletti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Così vanno le cose, così devono andare<br>La saggezza è impazzita, non sa l&#8217;intelligenza<br>La ragione è nel torto, conscia l&#8217;ingenuità<br>Ma non tacciono i canti e si muove la danza<br>Quietami i pensieri e il canto<br>E in questa veglia pacificami il cuore</p><cite>Gio. Lindo Ferretti</cite></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Così vanno le cose, così devono andare, nell&#8217;Appennino. Dove la ragione è nel torto, ma non tacciono i canti.</p>



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<iframe loading="lazy" title="C S I - Fuochi nella notte di S. Giovanni" width="800" height="600" src="https://www.youtube.com/embed/qEUBjucA1r0?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
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<iframe loading="lazy" title="Vinicio Capossela - La notte di San Giovanni (Bolgheri Festival, 5 Agosto 2016)" width="800" height="450" src="https://www.youtube.com/embed/gEJOz5VZdmg?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
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		<title>Curarsi con le pietre, i santuari terapeutici in Appennino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Feb 2020 23:11:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna amante]]></category>
		<category><![CDATA[Montagna musa]]></category>
		<category><![CDATA[Reportage]]></category>
		<category><![CDATA[Appenninbiweb]]></category>
		<category><![CDATA[Appennino]]></category>
		<category><![CDATA[Santuari terapeutici]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è stato un tempo, molto lontano, nel quale le porte della percezione erano aperte. Ci sono luoghi che aiutano ancora</p>
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<p class="wp-block-paragraph">C’è stato un tempo, molto lontano, nel quale <strong>le porte della percezione</strong> erano aperte. Ci sono luoghi che aiutano ancora a tenerle socchiuse. Sono luoghi nascosti, scuri, sotterranei, <strong>nell&#8217;Appennino più profondo</strong>: si possono trovare seguendo certe linee, certe energie…<br><br>Entrarci è piuttosto semplice, non bisogna essere speleologi, basta chinare un po’ la schiena e stare attenti a non battere la testa. <br><br>Siamo in <strong>una piccola cavità</strong>, appena sotto una enorme pietra di calcare, come infissa nel terreno scuro, tra le foglie gialle e marroni che lo coprono, nel bosco di lecci e di faggi, tra muschi e felci. La <strong>grotta </strong>sembra fatta su misura, devia leggermente a destra e in fondo, in una specie di camera, e lascia spazio appena sufficiente per un sedile naturale, <strong>un minuscolo giaciglio</strong>. Ti stendi sulla roccia e sei <strong>nel ventre della terra</strong>. <br><br>Dopo un po’, nella luce fioca che filtra attraverso la ramaglia all&#8217;ingresso della grotta, ti sembra di sentirne se non il respiro, almeno <strong>le vibrazioni</strong>, <strong>l’energia</strong>. <br><br>Esattamente in questo stesso punto veniva a coricarsi &#8211; e forse a <em>caricarsi </em>&#8211; <strong>Francesco d’Assisi</strong>. <br><br>Siamo sui <strong>Monti Martani</strong>, una propaggine dell’<strong>Appennino umbro</strong>, nei pressi di <strong>Cesi </strong>e dell’antica città romana di <strong>Carsulae</strong>, pochi metri sotto<a href="https://www.appenniniweb.it/2016/08/17/bernardino-dappennino/"> il convento francescano della <strong>Romita</strong></a>, uno dei più autentici e sperduti eremi della regione che dette i natali al santo patrono d’Italia. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui <strong>Francesco </strong>si fermò nei suoi vagabondaggi montani e scrisse l&#8217;<em>Exhortatio ad laudem dei</em>, che poi divenne il <strong>Cantico</strong>. In questa piccola grotta, come in tante altre incontrate e frequentate durante i suoi cammini, il santo di Assisi, con la sua straordinaria, arcaica sensibilità, avvertiva qualcosa, <strong>un’energia</strong>, un <strong>magnetismo</strong>, forse. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Pochi chilometri ad Est, in direzione dell’Appennino vero, <strong>in Valnerina</strong>, la lunga e stretta valle che unisce l’Umbria alle Marche seguendo il corso del <strong>fiume Nera</strong> dalla sorgente dei <strong>Sibillini</strong>, ci sono molte <strong>altre cavità naturali</strong> sui fianchi delle montagne. <br><br><strong>Grotte ricche</strong> <strong>di acque sorgive</strong> o filtranti e <strong>cariche di energie</strong>. Vi trovarono sede <strong>culti arcaici e leggende millenarie</strong>, sibille, divinità del sottosuolo, <strong>draghi</strong>, streghe, folletti e poi <strong>eremiti</strong>. <br><br>Tanti <strong>eremiti </strong>che arrivavano in questi luoghi dal Medio Oriente, dalla <strong>Siria</strong>, attratti come da una <strong>calamita</strong>. Erano <strong>anacoreti </strong>come <strong>Spes</strong>, <strong>Eutizio</strong>, divennero <strong>cenobiti </strong>seguendo gli insegnamenti e la <strong>Regola di Benedetto</strong>. <br><br>Ma quel che c’interessa è che anche loro, <strong> i monaci siriaci</strong>, vivevano nelle grotte e <strong>dormivano sulla roccia </strong>cercando di sentirne il fuoco, con la fede e la <strong>capacità di percezione</strong>.<br><br>Per entrare in quest&#8217;<strong>altra grotta</strong> non c’è bisogno di chinarsi: è sotto a un grande blocco di calcare, ma da secoli è all&#8217;interno di una <strong>chiesa dedicata a Sant&#8217;Antonio</strong>, eremita egiziano, fiero e astuto <strong>combattente del demonio</strong>. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Come <strong>un druido dalla lunga barba bianca</strong> Antonio ci aspetta all&#8217;ingresso della grotta. La sua effigie di pietra colorata con ai piedi il <strong>maialino-cinghiale</strong> va aggirata per toccare il fondo della cavità. Qui ci sono delle nicchie, nelle quali, secondo la tradizione locale, è bene <strong>appoggiare la schiena per guarire dai dolori</strong>. E poi occorre bagnarsi con le miracolose acque che filtrano dalle pietre e che ringiovaniscono <strong>le giunture delle ginocchia</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’eremo di <strong>Sant&#8217;Antonio a Polino</strong> è uno dei tanti, tantissimi santuari terapeutici disseminati sulla dorsale appenninica. Qualcuno dice che la disposizione geografica di questi santuari nei quali ci sono sempre delle <strong>rocce </strong>e delle <strong>acque </strong>alle quali vengono attribuiti <strong>poteri miracolosi</strong>, segua una <strong>linea</strong>, o delle <strong>linee di energia sotterranea</strong>. Forse <strong>le faglie</strong> stesse che fanno tremare il nostro Appennino liberando energie profondissime. <br> <br>Se fosse vera quest’ultima ipotesi, la dimostrazione più eclatante verrebbe da <strong><a href="https://www.appenniniweb.it/2017/10/22/un-anno-senza-santeutizio/">Sant&#8217;Eutizio</a></strong>, splendida ed elegante culla del <strong>monachesimo benedettino</strong>, in <strong>Val Castoriana</strong> tra <strong>Preci </strong>e <strong>Norcia</strong>, semidistrutta dal terremoto del 2016. Nella chiesa abbaziale c’era <strong>un altare particolare</strong>: per antichissima tradizione, <strong>strisciando sotto di esso si poteva guarire dal mal di schiena</strong>, grazie ancora alla fede e all&#8217;<strong>energia delle pietre</strong> e del terreno. Un&#8217;energia dirompente che si è scatenata nell&#8217;ultimo devastante <strong>evento sismico</strong> la cui faglia è stata individuata proprio qui sotto.<br> <br>Stesso discorso potrebbe valere per <strong>il santuario dei Santi Pietro e Paolo a Cancelli</strong>, sulla montagna di Foligno, altro luogo sismico e di cura legata alle <strong>energie della terra trasmesse</strong>, in questo caso a una famiglia che di generazione in generazione è capace di alleviare <strong>i dolori della sciatica</strong>, segnando i sofferenti all&#8217;interno della cripta, in un luogo già frequentato in età protostorica e colpito duramente dal terremoto del ’97.<br><br>Potremmo viaggiare per centinaia e centinaia di chilometri su e giù per l’Appennino da Nord a Sud e continuerenmmo a scoprire luoghi carichi d’energia con i loro segnavia ben evidenti. Pietra <strong>Perduca</strong>, ad esempio è uno spuntone di roccia inconfondibile sopra le colline piacentine della <strong>Val Trebbia</strong>. Qui c’è una chiesetta medioevale, dove già si onorava Giove Pennino Sotto questo sasso, davanti alla chiesa, due vasche scavate nella roccia, i “letti dei santi”, dove l’acqua non evapora mai, neanche d’estate e nemmeno ghiaccia d’inverno. Qui si compivano riti d’immersione per le donne che volevano avere figli. <br> Potremmo continuare dal <strong>Monte San Biagio</strong> di Maratea con la chiesa di San Vito e le sue pietre, fino a tornare in Valnerina con la chiesa di San Felice, il suo drago e le sue acque miracolose, come quelle di San Giovanni nella chiesa di Santa Maria di Pietrarossa che coserva una roccia dove le donne dovevano infilare un diito per diventare feconde. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Potremmo continuare, ma lo faremmo solo per avere conferme. <strong>L’Appennino è percorso da linee d’energia sotterranea </strong>che possono <strong>guarire o distruggere</strong>. <br><br>Di sicuro <strong>è carico di un’energia talmente potente</strong> tanto che potrebbe cambiarne ancora una volta la storia, facendolo tornare ad essere il centro e la spina dorsale del nostro Paese, distribuendo quest’energia accumulata per tanti millenni a terre e pianure che invece ne sono sempre più carenti. Questo sì sarebbe un miracolo! </p>
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		<title>Patrioti d’Appennino, tra Enea e Ulisse</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Feb 2020 22:19:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna amante]]></category>
		<category><![CDATA[Reportage]]></category>
		<category><![CDATA[appennini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Siamo in tanti a venire da questi monti; sono in pochi a stare ancora lì. Siamo quasi tutti a portarcelo</p>
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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Siamo in tanti a venire da questi monti; sono in pochi a stare ancora lì. Siamo quasi tutti a portarcelo dentro, nei nostri geni se non nel nostro cuore, quest’Appennino.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci andiamo a sbattere ogni giorno, scalando le marce sulle strade in salita, o con un’occhiata, una semplice e distratta occhiata dalle nostre valli, dai nostri uffici e dalle finestre delle nostre case di pianura, dai finestrini dei Tir lungo l’autostrada, all’uscita dalle fabbriche e dai centri commerciali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Appennino-patria è sempre lì e sembra volerci dire qualcosa, farci sapere che tempo farà quando indossa cappelli di nuvole, oppure che tempo è stato il suo tempo. Un tempo lunghissimo, che non è affatto finito, come non può essere finito il tempo di una montagna, “che disegna l’ombra di un’esistenza più antica”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come non può essere finito il tempo di quest’Appennino che spacca il Mediterraneo, che lo passa al setaccio come la rete di un peschereccio, che ne ha distillato gli umori e le culture.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di quest’Appennino-ponte-barriera in mezzo al mare, non galleggiante, né navigante, ma fatto di monti talmente ben piantati nel suolo da avere radici di fuoco. Un Appennino scrigno di roccia, di foreste e di fiumi, percorso e seminato dai popoli all’alba della storia: terra di aborigeni, di visitatori e d’invasori, terra d’incontro e di scontro, di battaglie e di caos, di meraviglia e d’idee che hanno costruito e sorretto le fondamenta del mondo, fertile di storia, roccaforte di tradizione, di coraggio e di sfide.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quest’Appennino lungo, talmente lungo da far credere a qualcuno che la sua lunghezza sia nemica dell’identità. Tanto da provare a spaccarlo in Nord, Centro e Sud, come il nostro Paese, che invece è Italia perché l’essenza d’Italia è nata in Appennino, che è Roma, perché Roma è nata anche lei dall’Appennino, dai suoi pastori e dai suoi dei.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sì, è vero: l’Appennino è un filare di dialetti, di campanili, tanti quanti sono i suoi modi di fare il pane e la pasta. Un po’ Occidente e un po’ Oriente, con i suoi bacini idrografici a destra e a sinistra delle vette, che però si possono osservare dall’alto, dai crinali, rimettendoli insieme, come emisferi cerebrali, come parti di un unico essere, come fiumi che finiscono nello stesso mare. Lì, sulle sue vette, lo si capisce, lo s’intuisce con uno sguardo, che tutto si tiene, che tutto è incatenato da questa lunghissima catena dorata, una catena di libertà come nessun’altra mai. La catena d’Appennino…</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di quest’Appennino sulle cui cime, prima della spada dell’Arcangelo, sono stati venerati mille dei, nelle cui fonti hanno danzato diecimila ninfe, sulle cui querce hanno volato migliaia di fate, di Janare e di streghe, fino a planare davanti all’immagine di Maria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quest’Appennino selvatico, di terra dura eppure giusta, di lotte per il lavoro, di esistenze amare e dolcissime, di transumanze, di pascoli strappati ai boschi, di vacche e di pecore, quest’Appennino ballerino, danzatore di pizziche, tarante, saltarelli e terremoti, adulto nel guardare in faccia la morte, onorando sempre la vita, la fertilità, la primavera e la creazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di questo Appennino dimenticato, dei paesi vuoti, delle colline smottate, dell’economia polverizzata e tartassata, dei terremotati ingiuriati, ma capaci d’indignazione, di alzare cartelli con i quali rivendicano mani che profumano di stabbio e di dignità; di questo Appennino che non ha più né la forza, né i numeri, per fare una rivoluzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di questo Appennino che cela tesori talmente grandi da risanare tutti i debiti che il mondo intero ha con sé stesso, occorre essere patrioti in modo nuovo: astuti come Ulisse, pii come Enea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di Ulisse prendiamo la voglia di tornare, la nostalgia di Itaca. Di tornarci dopo aver vagato per il grande mondo e aver compreso che tutti i sentieri, tutte le rotte, anche le più ardite, alla fine riconducono da dove sei partito, ma finalmente diverso, capace di capire il senso del viaggio e quello della tua origine e di lottare per difenderla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di Enea onoriamo la scelta di lasciare la casa in fiamme, ma di portarne con sé la memoria, il padre Anchise sulle spalle, gli dei e i valori, per ricostruire l’idea della patria altrove.<br>
Se non dimentichiamo da dove veniamo, se non oscuriamo il tesoro che ci ha trasmesso la cultura d’Appennino, la parsimonia, l’importanza dei beni comuni, il senso del limite e quello del sacro, l’essenzialità, allora forse saremo capaci di trasformare le abbandonate aree interne del nostro Paese in aree interiori e di far pace, così, con il nostro Appennino interiore, per utilizzarlo anche a valle, per provare a ricostruire una patria altrimenti destinata all’oblio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Appennino di Ulisse e quello di Enea, l’Appennino di chi è tornato, di chi non tornerà e di chi c’è sempre stato, non è dunque solo la spina dorsale d’Italia, ma la sua ultima miniera di senso: “Se si salva l’Appennino (anche quello interiore), si salva l’Italia”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Email: redazione@appenniniweb.it</p>



<p class="wp-block-paragraph">FB: @appenniniweb</p>
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		<title>I luoghi sconnessi, gli eremiti, i monaci e gli smartphone</title>
		<link>https://www.appenniniweb.it/2019/12/26/i-luoghi-sconnessi-e-schermati-gli-eremiti-i-monaci-e-gli-smartphone/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Dec 2019 22:27:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna amante]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se si è in cerca di luoghi sconnessi, occorre venire in Valnerina. E non parliamo di strade accidentate, né di</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Se si è in cerca di luoghi sconnessi, occorre venire in <strong>Valnerina</strong>. E non parliamo di strade accidentate, né di terreni franosi, o franati. In Valnerina, a cercarli bene, ci sono<strong> luoghi sconnessi dal mondo</strong>. Luoghi <strong>schermati</strong>, a livello materiale, culturale e digitale. Luoghi magnifici.</p>
<p><em><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-3785 alignleft" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2019/12/WhatsApp-Image-2019-12-26-at-21.52.36-1-300x225.jpeg" alt="" width="275" height="206" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2019/12/WhatsApp-Image-2019-12-26-at-21.52.36-1-300x225.jpeg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2019/12/WhatsApp-Image-2019-12-26-at-21.52.36-1-768x576.jpeg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2019/12/WhatsApp-Image-2019-12-26-at-21.52.36-1-1024x768.jpeg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2019/12/WhatsApp-Image-2019-12-26-at-21.52.36-1.jpeg 1600w" sizes="auto, (max-width: 275px) 100vw, 275px" />In faucibus montis</em>, ad esempio, nei pressi di Roccatamburo di Poggiodomo, che già di per sé è il più piccolo comune dell&#8217;Umbria, c&#8217;è un minuscolo monastero abbandonato. Si chiama <strong><a href="https://www.bloglavalnerina.it/leremo-della-madonna-della-stella/" target="_blank" rel="noopener">eremo della Madonna della Stella</a></strong>, dove la Vergine è affrescata su una parete di roccia, con un mantello zeppo di stelle e con alle spalle un cielo stellato.<br />
E&#8217; un luogo di <strong>fondazione eremitica e benedettina</strong>, formato da molte grotte sulle pendici d&#8217;un canalone,una <strong>forra appenninica</strong>, alla confluenza di Valle Marta e Valle Noce, sopra un ruscello che scorre veloce, gonfiato da piogge e neve.</p>
<p>Ne è punto centrale <strong>una piccola chiesa curvilinea</strong>, che s&#8217;adatta all&#8217;andamento del terreno. Tutt&#8217;intorno, scavate nella roccia, ci sono <strong>le celle dei monaci</strong> che in parte condividevano una vita in comune e per il resto si isolavano come aquile nei loro nidi. &#8220;<em>Fu certamente un connubio tra l’ideale della vita eremitica orientale e quella cenobitica occidentale voluta da San Benedetto</em>&#8220;, scrive <a href="https://www.bloglavalnerina.it/leremo-della-madonna-della-stella/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Egildo Spada</strong></a>.</p>
<p>Fatto sta che in questi anfratti di roccia, chiusi da semplici murature e da rozzi infissi in legno,<strong> la schermatura è totale</strong>. Lo era ai tempi di <strong>San Benedetto</strong> e degli eremiti siriaci che qui venivano per ritrarsi da un mondo opprimente e decadente; lo è oggi, laddove l&#8217;onnipresente e pervasiva rete-ragnatela del <strong>World Wide Web</strong> non riesce a spingere le sue spire.</p>
<p><strong>Un luogo schermato e sconnesso</strong>, abitato solo da fantasmi, <strong>anime di santi monaci</strong> che forse s&#8217;aggirano ancora nelle grotte annerite dal fumo di <strong>fuochi</strong> che hanno rischiarato le notti e acceso gli animi come le <strong>fiamme</strong>, che ancora di leggono nelle immagini dipinte tra i resti degli affreschi.<img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-3786 alignright" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2019/12/WhatsApp-Image-2019-12-26-at-15.40.57-1-300x225.jpeg" alt="" width="200" height="150" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2019/12/WhatsApp-Image-2019-12-26-at-15.40.57-1-300x225.jpeg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2019/12/WhatsApp-Image-2019-12-26-at-15.40.57-1-768x576.jpeg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2019/12/WhatsApp-Image-2019-12-26-at-15.40.57-1-1024x768.jpeg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2019/12/WhatsApp-Image-2019-12-26-at-15.40.57-1.jpeg 2048w" sizes="auto, (max-width: 200px) 100vw, 200px" /></p>
<p>Benedetto e i suoi monaci cercavano riparo qui, come <strong>Eutizio</strong> e <strong>Spes</strong> nelle grotte della vicina <strong>Valle Castoriana</strong>. Cercavano <strong>uno schermo dal brusio del mondo</strong> e &#8211; allo stesso tempo &#8211; provavano a riconnettersi con <strong>l&#8217;energia della terra</strong> e con il suo magnetismo e <strong>il senso del sacro</strong>.</p>
<p>Forse è un buon programma anche per l&#8217;oggi, da prendere come esempio, come linea di vetta, pur senza la <em>Regola</em> e senza arrivare alla santa follia degli eremiti:<strong> trovare un posto schermato, dove lo smartphone torni ad essere solo un oggetto</strong> e dove, completamente sconnessi, riflettere &#8211; almeno per un&#8217;ora a settimana &#8211; su un mondo che ci sta offrendo <strong>il massimo della libertà, in cambio del massimo della prevedibilità</strong>.</p>
<p>Nel silenzio delle celle, i fantasmi degli eremiti &#8211; che ne hanno esperienza &#8211; suggeriscono un nome per identificare il regista di questa <strong>gigantesca messinscena</strong>, che è meglio non ripetere. Neanche in <em>faucibus montis</em>. Nemmeno di fronte al cielo stellato della Vergine dei Boschi.</p>
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		<title>Micropoli di tutto l&#8217;Appennino, unitevi!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Nov 2019 22:11:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è vita in Appennino. Perfino un po’ di speranza. E d’entusiasmo. La prova? Quattro sindaci appenninici hanno firmato la Carta</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>C’è vita in Appennino. Perfino un po’ di speranza. E d’entusiasmo. La prova? <strong>Quattro sindaci appenninici hanno firmato la <a href="https://www.cartadellaquila.it/">Carta dell&#8217;Aquila</a></strong>, un effervescente manifesto per le città delle aree interne, l’atto di nascita di un <strong>think tank</strong> appena abbozzato, la base per la rivincita delle città piccole e medie della dorsale appenninica, che ridisegna un nuovo ruolo per le <strong>micropoli</strong> (alternativa italica alle <strong>megalopoli</strong> mondialiste), che supera il concetto di <strong>smart city</strong> per avviarsi a passo spedito verso quello di <strong>smart area</strong>.</p>
<p>Una carta attraverso la quale si chiedono allo Stato non tanto più soldi per le aree interne (il direttore dell’<strong>Agenzia della Coesione Territoriale</strong> Antonio <strong>Caponetto</strong> anche lui a L’Aquila, ha detto che i fondi ci sono, semmai mancano la capacità e gli strumenti per utilizzarli), quanto piuttosto più <strong>semplificazione</strong> e più attenzione verso il ruolo delle piccole e medie città e verso i <strong>quattro assi</strong> delineati: <strong>innovazione</strong>, <strong>formazione</strong>, <strong>cultura</strong> e <strong>turismo, oltre che per le infrastrutture informatiche e per quelle destinate alla mobilità</strong>. Intanto, comunque, si gettano le basi per una <strong>rete di collaborazione tra Comuni</strong> affini, per alleanze tecniche, valorizzazione di esperienze comuni, condivisione d’idee e di sogni.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-3738 alignleft" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2019/11/carta-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2019/11/carta-225x300.jpg 225w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2019/11/carta-768x1024.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 225px) 100vw, 225px" />Un <strong>manifesto</strong> quello dei Comuni appenninici e delle aree interne che ben rappresenta <strong>un’altra Italia</strong>. Lontana dalle beghe di Roma, più <strong>concreta</strong>, <strong>verace</strong>, <strong>vitale</strong> e <strong>pulita</strong>, che nasce dove si respira aria buona, sotto al <strong>Gran Sasso</strong>, a <strong>L’Aquila</strong>, città che non muore mai, che resta salda (<em>Immota manet</em>), che ha nello stemma l’<strong>aquila di Svevia</strong> in uno scudo sannitico e che, infine, non è distante da <strong>Corfinio</strong>, dove si fece un altro patto, per la <strong>lega dei popoli italici</strong>, quelli che – appunto – stavano in Appennino prima di Roma.</p>
<p>L’iniziativa è del sindaco dell’Aquila, <strong>Pierluigi Biondi</strong>. Hanno aderito subito il sindaco di <strong>Ascoli Piceno</strong> <strong>Marco Fioravanti</strong>, il sindaco di <strong>Avellino</strong>, <strong>Gianluca Festa</strong> e il sindaco di <strong>Carpi</strong>, <strong>Alberto Bellelli</strong>, ma da <strong>Matera</strong> ha fatto sentire la sua voce anche il sindaco <strong>Raffaello De Ruggieri</strong>. E altri sono pronti a entrare nel Club. Comune denominatore (non difficile da individuare per i sindaci d’Appennino) è essere <strong>figli del terremoto</strong> e avvertire un certo senso di abbandono, insieme a una gran voglia di riscatto.</p>
<p>Le amministrazioni locali coinvolte sono di <strong>diverso colore politico</strong>, ma poco importa. “Di fronte a progetti come questi, all’esigenza di tutelare le nostre comunità, non ci sono destra o sinistra”, ha detto il sindaco di Avellino. “Il colore delle nostre amministrazioni in effetti non è unico, ma triplice: <strong>il bianco, il rosso e il verde</strong>, la bandiera italiana”.</p>
<p>Le <strong>parole d’ordine della Carta</strong> le ha invece evocate un <em>digital strategist</em> irpino, <strong>Michele Santoro</strong> di <a href="http://www.acca.it" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Acca Software</a>, che all’Aquila ha raccontato come, attraverso le <strong>autostrade digitali </strong>e la<strong> banda larga</strong>, il lavoro possa arrivare dovunque, anche <strong>tra le montagne d’Appennino</strong>. Con <strong>coraggio</strong>, <strong>passione</strong>, <strong>talento</strong> e <strong>condivisione</strong>. Eccoli i <strong>quattro comandamenti</strong> del nuovo Appennino.</p>
<p>Come iniziare a declinarli lo ha spiegato il sindaco <strong>Biondi</strong>: provare a ragionare in termini di <strong>territori omogenei</strong> e non solo di città. I piccoli comuni d’Appennino soffrono di <strong>spopolamento</strong>, di mancanza di fiducia e di punti di riferimento. Non hanno più neanche i mezzi per amministrare, ma non intendono perdere le loro <strong>identità</strong>, né far morire le <strong>comunità</strong>. Per questo devono <strong>allearsi con le città più vicine</strong>, con i centri medi dei loro territori, con le <strong>micropoli</strong> che non devono – e non possono &#8211; mangiarsi i paesi, ma diventarne una specie di <em>hub di competenze</em>, di <strong>serbatoio di servizi di prossimità</strong>. Solo chi è più vicino è in grado di capire e rispettare i piccoli comuni e una <strong>smart area</strong> può convenire a tutti. E&#8217; d&#8217;altronde un&#8217;idea che anche <strong>Appenniniweb</strong> aveva a suo modo condiviso, <a href="https://www.appenniniweb.it/2019/04/02/mille-gemellaggi-per-salvare-i-paesi-dappennino/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">parlando di gemellaggi tra città e paesi.</a></p>
<p>Il manifesto-carta dell&#8217;Aquila è dunque anche un accorato appello a chi governa l&#8217;Italia per una rinnovata attenzione al <strong>ruolo delle città intermedie</strong> che possono diventare fondamentali per la <strong>coesione territoriale locale</strong>, per frenare il processo d&#8217;abbandono delle aree interne e come <strong>cerniera</strong> tra le aree interne, la costa e le aree metropolitane.</p>
<p>Poi per l&#8217;Appennino c’è un <strong>valore aggiunto</strong>: che è quello della <strong>bellezza</strong> delle aree interne, della loro <strong>cultura</strong> e della (possibile) miglior <strong>qualità della vita</strong>.</p>
<p>I fondatori del laboratorio di ricerca sul genoma dell’Aquila <a href="https://it-it.facebook.com/DanteLabs/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Dante Labs</strong> </a>hanno raccontato di come e perché un ricercatore inglese abbia deciso di trasferirsi in Abruzzo: perché il luogo è meraviglioso e perché qui si vive meglio anche nelle relazioni umane. E questo è di sicuro un modo efficace per <strong>attrarre talenti</strong>.</p>
<p>Anche il Comune di <strong>Ascoli</strong> ha investito per definire l’identità culturale del proprio territorio, per diventare più attrattivo attraverso la sua narrazione. Ma – come ha detto <strong>Carlo Bachetti Doria</strong> &#8211; ha anche puntato molto sulle sue meraviglie naturali, dunque sul valore aggiunto della bellezza che fa crescere la qualità della vita. Così è nato il parco fluviale, con spiagge di fiume che quest’estate hanno registrato una media di 400 utenti al giorno,</p>
<p>Oltre duecentomila sono invece gli spettatori del<a href="http://www.festivalfilosofia.it"><strong> festival della filosofia</strong> </a>di <strong>Carpi</strong>, un’altra eccellenza delle aree interne che non è stata fermata neanche dal sisma emiliano. Pure a Carpi si scommette sul <strong>brand cittadino</strong>, sull’identità. E si mescolano la filosofia con i <strong>prodotti tipici</strong>, ma sempre caratterizzanti. “Noi abbiamo <strong>cuochi</strong> e non <em>chef</em>, <strong>cibo</strong> e non <em>food</em>”, ha detto il direttore del festival <strong>Daniele Francesconi</strong>, che grazie agli ingredienti emiliano-appenninici è riuscito a far diventare popolare anche la filosofia di Hegel.</p>
<p>E infine <strong>Matera</strong>, che è il simbolo della <strong>resilienza</strong> meridionale, capace di trasformare i problemi in risorse, le vergogne nazionali in eccellenze e che, come il brutto anatroccolo che si trasforma in cigno, con coraggio, passione e talento, è diventata <strong>capitale europea della cultura</strong>.</p>
<p>Esperienze da condividere, appunto, perché la <strong>spina dorsale d’Italia</strong> è ancora salda e, nonostante tutto, mantiene la <strong>schiena dritta</strong>.<br />
Perciò le città della Carta dell&#8217;Aquila, le <strong>città micropolitane</strong> delle aree interne si rivedranno presto, magari contando su nuovi ingressi, per elaborare strategie, mettere a punto progetti e realizzarli insieme.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-3733" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2019/11/IMG_20191123_230214-300x208.jpg" alt="" width="431" height="299" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2019/11/IMG_20191123_230214-300x208.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2019/11/IMG_20191123_230214-768x534.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2019/11/IMG_20191123_230214-1024x712.jpg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2019/11/IMG_20191123_230214-392x272.jpg 392w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2019/11/IMG_20191123_230214-130x90.jpg 130w" sizes="auto, (max-width: 431px) 100vw, 431px" /></p>
<p><strong>La Carta dell&#8217;Aquila</strong></p>
<p>Le <strong>città intermedie</strong> rappresentano per i territori periferici un riferimento fondamentale non solo come luogo in cui si concentra l&#8217;offerta dei servizi di rango superiore, ma anche come punto di accesso e competenze avanzate, nonché come hub di condensazione e rappresentanza delle identità socio culturali. Le città, infatti, anche in funzione dei processi storici di urbanizzazione, hanno assunto nel tempo la funzione di centro di accumulazione di abilità e di generazione di valore, prendendo su di loro anche il fondamentale ruolo di facilitatori e produttori di innovazione per il territorio.</p>
<p>Per rivitalizzare le aree interne, le<strong> città appenniniche</strong> devono far gemmare nel contesto territoriale di riferimento un&#8217;innovativa Smart Area e offrire ai comuni limitrofi servizi tecnici e amministrativi, ottimizzando le risorse, unendo le forze, accompagnando lo spirito di iniziativa delle nuove generazioni.</p>
<p>Il ruolo della città quale <strong>hub di competenze</strong> a servizio dei territori può articolarsi su quattro assi principali: cultura, formazione, innovazione e turismo.</p>
<p>La Carta dell&#8217;Aquila individua <strong>politiche e azioni</strong>, da condividere con i diversi livelli istituzionali, per attivare una rete di costante collaborazione tra città delle aree interne e generare un nuovo protagonismo. Per invertire i fenomeni di depauperamento demografico e socio economico dei territori le città chiedono:</p>
<p>1) <strong>Politiche e interventi mirati a sostegno del sistema città &#8211; aree periferiche in grado di contribuire ad arrestare l&#8217;esodo e incentivare il ritorno anche alle nuove generazioni sui territori attraverso</strong>:<br />
una fiscalità di vantaggio a sostegno delle imprese e delle famiglie<br />
politiche economiche e sociali a sostegno delle nuove generazioni<br />
iniziative di welfare per le categorie più svantaggiate e per gli anziani<br />
interventi di work-life balance per compensare il costo opportunità degli spostamenti per pendolarismo<br />
misure per rigenerare l&#8217;immenso patrimonio pubblico e valorizzare il sistema delle acque interne e delle foreste</p>
<p>2) <strong>Valorizzazione del rapporto città &#8211; aree periferiche nell&#8217;ambito della programmazione 2021/2027 per</strong>:<br />
promuovere uno specifico programma nazionale e specifici assi nei programmi regionali<br />
concentrare l&#8217;azione di policy e le relative risorse su interventi di riconoscimento e valorizzazione del ruolo delle città per i territori di riferimento<br />
migliorare la capacità di attrazione di fondi comunitari attenuando il gap che oggi si registra tra le aree interne appenniniche e le aree metropolitane e costiere</p>
<p>3) <strong>Nuove e più efficienti infrastrutture per la mobilità, per avvicinare l&#8217;Appennino alle coste, rilanciare i collegamenti tra il Mar Adriatico, il Mar Tirreno e il Mar Ionio e rafforzare le connessioni sulla dorsale appenninica</strong>:<br />
su ferro, potenziando linee strategiche esistenti e rilanciando le connessioni trasversali e longitudinali, anche in alta velocità<br />
su gomma, migliorando le infrastrutture esistenti, anche dal punto di vista della sicurezza e sbloccando le opere incompiute</p>
<p>4) <strong>La promozione di centri di competenza di livello nazionale, anche in collaborazione con le Università e i centri di ricerca per:<br />
</strong>sostenere il nuovo protagonismo delle città e del loro territorio fondato sulle specifiche competenze e vocazioni<br />
valorizzare le esperienze comuni su temi strategici e trasversali (dalle calamità al dissesto idrogeologico passando per turismo e beni culturali)<br />
rafforzare i settori a forte vocazione territoriale e favorire la generazione di imprese 4.0, per offrire nuove opportunità occupazionali di qualità per le fasce di popolazione in possesso di formazione superiore e arginare il fenomeno della emigrazione intellettuale.</p>
<p>(<a href="https://www.facebook.com/events/2606862032682576">https://www.facebook.com/events/2606862032682576</a>/ oppure <a href="http://www.comune.laquila.it">www.comune.laquila.it</a>).</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.appenniniweb.it/2019/11/23/micropoli-di-tutto-lappennino-unitevi/">Micropoli di tutto l&#8217;Appennino, unitevi!</a> proviene da <a href="https://www.appenniniweb.it">AppenniniWeb</a>.</p>
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