In cerca degli dèi nascosti

Quando si cammina in Appennino può capitare d’incontrare gli dèi. Li trovi nei luoghi in ombra appena percepibili per un chiarore, in una radura, in mezzo a una faggeta. Oppure splendenti su una cima, tenebrosi in una caverna, fuggevoli lungo un corso d’acqua, perenni tra le pietre dirute di un tempio, nascosti in un angolo di una chiesa, o di un’abbazia.

In ognuno di questi luoghi, in effetti, c’è un segnavia: a noi spetta riconoscerlo.

Non si parla qui delle divinità più note, o di quelle esotiche, quanto piuttosto delle più antiche, di quelle cioè intimamente legate all’anima dei luoghi, nate con i luoghi stessi: i luoghi nominati dai numi.

Le divinità italiche sono sorte quando i popoli appenninici delle grandi migrazioni e delle primavere sacre erano capaci di sentire cose che ora raramente avvertiamo.
Qualcuno ha definito queste genti delle origini come popoli-fanciulli, ma proprio per questo erano privi di schermi nella percezione del mondo. In più però manifestavano una volontà di adesione al divino pura, indifferente, disincantata e, in questo senso, molto virile.

E dunque, siamo così sicuri che gli antichi italici fossero selvaggi primitivi, superstiziosi adoratori dei fenomeni naturali, perché incapaci di spiegarli razionalmente?

Giano, Saturno, Marte, Cupra, Kerres, le Grandi Madri, la triade divina degli Umbri, gli dei della tavola osca di Agnone, i trentamila geni e ninfe che, secondo Varrone, popolavano la terra e i cieli del Lazio: erano semplici fantasie, oppure complessi e raffinati tentativi di comprendere l’essere?

I primi dèi che abbracciarono con i loro misteri le forre, i boschi sterminati, le rocce e le fonti dell’Italia arcaica, non possono essere allora anche i primi – e forse i più ricchi – capitoli di un’ontologia, oggi purtroppo assai poco praticata?

Con loro – e attraverso di loro – è forse iniziato, anche nelle nostre terre d’Appennino, il discorso e la riflessione sull’essere e sull’ente?

I volti di questi dèi appaiono allora come lampi che illuminano la notte oscura, sono fuochi accesi che indicano un sentiero difficile e in salita, da guardare però a fronte alta, ben svegli e con occhi aperti.

Il terzo volto di Giano, la prima divinità italica, è il volto nascosto. Tra passato e futuro esso simboleggia il presente: l’eterno presente, ovvero la perenne presenza nascosta e inafferrabile del divino, da riconoscere nell’istante e nell’ente.

Saturno che regnò su investitura di Giano è la forza che va, che nasce dall’invenzione del tempo, capace di portare ordine, d’insegnare l’agricoltura e di sovvertire.

Così le madri: Diana, alter ego femminile di Giano, Cupra e Kerres, come Cerere, sono un’illuminazione sul grande mistero della fertilità della terra e della donna, sul misterioso ritorno delle primavere nel tempo ciclico dell’anno che si sovrappone a quello apparentemente lineare e finito della vita degli uomini. Riecheggiano l’archetipo del perenne ritorno delle primavere e della resurrezione, come nei culti misterici di Demetra eleusina e nel mito dell’accoppiamento tra Persefone e Ade.

Marte e Vofione, Quirino, rappresentano lo spirito della comunità e la sacralità della sua difesa. 

Gli dèi dei popoli appenninici servivano così a dare un nome alle forze e alle forme potenti della realtà insondabile universale, ai suoi archetipi e alle reazioni della psiche umana di fronte ad essi, con un’intuizione che si spingeva ben oltre la razionalità.

Non era dunque la natura ad essere sacra, ma era (ed è) la presenza del sacro a rendere divina la natura, attraverso le ierofanie.

“Gli dèi – diceva Walter F. Otto, storico delle religioni – non sono frutto di invenzioni, elucubra­zioni o rappresentazioni, ma possono soltanto esse­re sperimentati”, così la vera religione è “religione della realtà”.

Religione della realtà significa che l’uomo sperimenta il divino nelle forze del mondo circostante e in sé stesso: è quella sensazione di forza, di potenza, di pienezza che coglie l’uomo ad esempio di fronte ad uno spettacolo naturale, oppure quando l’uomo stesso si sente come preso da una tensione, da un impulso ad agire. Ecco, questa è la teofania, l’apparizione del dio”. Non c’è fede in qualcosa di non tangibile: la presenza delle divinità è un fenomeno, qualcosa che appare.

La questione è fino a che punto i nostri pensieri debbano ampliarsi per essere in rapporto con il fenomeno, si chiedeva Shelling, e tale questione resta d’attualità estrema.

La questione è anche dove meglio osservare il fenomeno.
Non tutti i luoghi sono infatti uguali per percepire la manifestazione del divino. In alcuni essa appare più chiaramente, come sulla cima di una montagna che consente un’ampia visione, come nel ventre della terra, o osservando la luce filtrante in un bosco.

“Nostro compito – come scriveva Renato Del Ponte – è riassumere, rivivere, percepire il passato in sintonia con le presenze archetipiche immanenti in una data terra in una data stirpe, inverandole per il futuro. Questa è la tradizione”.

Gli Appennini, con le loro vette, con i loro boschi, con i ruderi degli antichi templi, con le chiese e i monasteri che hanno cercato di interpretarne diversamente i geni, sono la terra delle ierofanie, dove il luogo è imprescindibile dal sacro che vi si manifesta.

Per questo gli Appennini sono sacri e restano il vero altare d’Italia. Come tali – e per l’enormità del tesoro che ancora celano – vanno riscoperti e difesi.

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