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	<title>Sapori Archivi - AppenniniWeb</title>
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	<description>Gli Appennini, una patria in salita</description>
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	<title>Sapori Archivi - AppenniniWeb</title>
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		<title>Nero Norcia 2026, appuntamento con il diamante dell&#8217;Appennino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[La Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Feb 2026 18:04:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sapori]]></category>
		<category><![CDATA[Ultime notizie]]></category>
		<category><![CDATA[NeroNorcia]]></category>
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		<category><![CDATA[tartufo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Negli ultimi fine settimana di febbraio e fino al primo di marzo è in pieno svolgimento in Valnerina a Norcia,</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.appenniniweb.it/2026/02/21/nero-norcia-2026-appuntamento-con-il-diamante-dellappennino/">Nero Norcia 2026, appuntamento con il diamante dell&#8217;Appennino</a> proviene da <a href="https://www.appenniniweb.it">AppenniniWeb</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Negli ultimi fine settimana di febbraio e fino al primo di marzo è in pieno svolgimento in Valnerina a Norcia, <a href="https://www.nero-norcia.it/">Nero Norcia 2026 | Mostra mercato tartufo nero pregiato Umbria</a>.<br><br>La Mostra non riguarda solo i tartufi, ma anche i prodotti tipici della tradizione norcina. Si tratta dunque di una manifestazione diventata ormai tradizionale che celebra il re della tavola invernale e l’identità gastronomica di un territorio unico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra stand, dimostrazioni gastronomiche, racconti dei cavatori di tartufo, quest&#8217;anno è anche l&#8217;occasione per tornare a visitare la stupenda basilica di San Benedetto riaperta al culto pochi mesi fa dopo il crollo causato dal sisma del 2016. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Norcia e la Valnerina discutono anche in quest&#8217;occasione del proprio futuro che non può prescindere dalla tradizione gastronomica e dall&#8217;identità culturale del territorio sotto ai monti Sibillini.<br><br>Qui il programma completo della Fiera:<br><a href="https://www.nero-norcia.it/">Nero Norcia 2026 | Mostra mercato tartufo nero pregiato Umbria</a><br></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="473" height="476" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/02/nero.png" alt="" class="wp-image-5427" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/02/nero.png 473w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/02/nero-298x300.png 298w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/02/nero-150x150.png 150w" sizes="(max-width: 473px) 100vw, 473px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><br></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.appenniniweb.it/2026/02/21/nero-norcia-2026-appuntamento-con-il-diamante-dellappennino/">Nero Norcia 2026, appuntamento con il diamante dell&#8217;Appennino</a> proviene da <a href="https://www.appenniniweb.it">AppenniniWeb</a>.</p>
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		<title>Odore di casa, di là dal mare</title>
		<link>https://www.appenniniweb.it/2025/07/28/odore-di-casa-di-la-dal-mare/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Jul 2025 20:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sapori]]></category>
		<category><![CDATA[Appennino]]></category>
		<category><![CDATA[Corsica]]></category>
		<category><![CDATA[formaggio]]></category>
		<category><![CDATA[pastori]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Due bicchieri di vino bianco sulla terrazza dell&#8217;osteria, sotto ai platani e sotto la montagna che ci piace di più,</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.appenniniweb.it/2025/07/28/odore-di-casa-di-la-dal-mare/">Odore di casa, di là dal mare</a> proviene da <a href="https://www.appenniniweb.it">AppenniniWeb</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Due bicchieri di vino bianco sulla terrazza dell&#8217;osteria, sotto ai platani e sotto la montagna che ci piace di più, in Umbria, quella che sembra proteggerci e che domina la valle fino a laggiù. È il crepuscolo ormai, l&#8217;ora delle conversazioni rilassate.<br>&#8211; Mi sa che c’è un pezzo d&#8217;Appennino che deve essersi perso&#8230;&nbsp;<br>&#8211; E dove è andato?<br>&#8211; Oh beh, sta di là dal mare…<br>&#8211; Parli di quelle montagne giù in fondo, dopo lo stretto. Dopo <a href="https://www.appenniniweb.it/2016/10/09/i-segreti-di-scilla/">Scilla</a>…le Madonie, i monti Nebrodi, i Peloritani?<br>&#8211; No. Quelli sono quasi attaccati agli Appennini, anzi è l’Appennino Siculo. E poi se dovessero farci pure un ponte&#8230;<br>&#8211; Ah non ti preoccupare: non credo succederà!<br>&#8211; Ma io parlo di altre montagne che se ne sono andate via. Più lontano, per mare verso Ovest. Tra l&#8217;altro mentre navigavano devono aver perso qualche pezzettino qua e là, come i sassolini bianchi lasciati da Pollicino per ritrovare la strada di casa…<br>&#8211; La strada di casa per dove?&nbsp;<br>&#8211; Boh! Per la Toscana credo, per Pisa e Livorno e poi per le montagne sorelle che hanno abbandonato e che stanno lì dietro la costa…<br>&#8211; Stai parlando della Corsica, vero?&nbsp;<br>&#8211; Sì, la Corsica&#8230;<br>&#8211; Guarda che secondo i geologi le montagne della Corsica è più facile che vengano dalla Francia, dal Massiccio Centrale, piuttosto che dagli Appennini…<br>&#8211; Mmmh, no. Le pecore e le capre in Balagna e nella valle della Restonica me l&#8217;hanno raccontata diversa. E anche la gente che ci è rimasta sopra a quelle montagne che scendono giù fino al mare senza lasciare spazio alle città…beati i Corsi!…anche la gente, ti dicevo, parla come noi, sebbene in modo un po’ più antico, come gli Albanesi che sono arrivati in Calabria seicento anni fa, gli <em><a href="https://www.appenniniweb.it/2016/11/13/ce-un-appennino-di-apollo-che-parla-in-albanese/">Arberesh</a></em>, e parlano ancora l’albanese di allora…<br>&#8211; E quindi?<br>&#8211; E quindi poi alla fine, non è neanche questo. Niente geologia, niente linguistica… È un fatto di odori e di sapori.<br>&#8211; Spiegami…<br>&#8211; Ecco: stavo lì in Balagna, uno di quei posti della Corsica dove non c’è niente e c’è tutto, sai?&nbsp;<br>&#8211; Non lo so, ma penso di capire: continua…&nbsp;<br>&#8211; Beh era quasi sera, chilometri e chilometri senza vedere una casa, salendo su dal mare: solo montagne di granito, nuvole e <em>maquis</em>, macchia come diciamo noi… e come dicono anche i Corsi. Poi ecco una specie di ristoro appena fuori dalla strada, una capanna di legno, le botti come tavoli, le panche, un bancone, qualche lampadina accesa, il campo per giocare a la <em>pétanque</em>, a bocce insomma… Qualcuno stava lì a bere <em>Pastis</em> e Capo Spritz, ma non erano turisti, tutta gente della zona. Anche il ragazzo che stava al bancone, lo avevo visto giù al mare. Arrivava con il pick-up con un grosso cane corso nel cassone. Come fermava la macchina il cane saltava giù da solo, tanto lì non c’è traffico. Avevo notato che quando arrivava in paese, ‘sto ragazzo, tutti si alzavano e andavano baciarlo sulle guance…<br>&#8211; Si vede che gli volevano bene…<br>&#8211; Non so, lì c’è gente all’antica, perfino i giovani…<br>&#8211; E allora?<br>&#8211; Niente. Sto ragazzo ci guarda e gli chiedo in francese se possiamo mangiare qualcosa. Mi dice che ci pensa lui, ma io mi raccomando che vorremmo mangiare prodotti locali. Mi dice che hanno solo quelli, senza un sorriso. Ci porta un tagliere di salumi buoni, sebbene affumicati, perché lì li fanno così e un pezzo di formaggio di pecora. Se ne va e ci guardano tutti. Mangiamo gli affettati e poi ci dedichiamo al formaggio, un <em>brocciu</em> un po’ speciale a vederlo. Puzza forte, ma veramente forte. Un afrore di marcio, sembra quello del porticciolo intasato di alghe che abbiamo sentito pochi giorni prima…un odore quasi insostenibile. Mi fa venire in mente un passo di Jean Giono nel “Il serpente di stelle”, un racconto di pastori, ambientato su nell’Alta Provenza…<br>&#8211; Ah vedi allora che la Corsica ti ricorda l’entroterra francese, altro che gli Appennini…<br>&#8211; Lasciami finire…la faccenda che racconta Giono, in mezzo ai pastori transumanti, è che c’è qualcosa in comune tra loro e i marinai…e questo qualcosa spesso riguarda proprio gli odori, o le puzze&#8230;ecco!<br>&#8211; Vabbè, il formaggio poi l&#8217;hai mangiato?</p>



<figure class="wp-block-image alignright size-large is-resized"><img decoding="async" width="766" height="1024" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2025/07/caprino1-766x1024.jpg" alt="" class="wp-image-5207" style="width:189px;height:auto" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2025/07/caprino1-766x1024.jpg 766w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2025/07/caprino1-224x300.jpg 224w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2025/07/caprino1-768x1027.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2025/07/caprino1-1149x1536.jpg 1149w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2025/07/caprino1.jpg 1532w" sizes="(max-width: 766px) 100vw, 766px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; Certo che l&#8217;ho mangiato e era molto buono; difficile, ma buono. Me ne ricordava uno simile che avevo mangiato vicino Teramo, in Abruzzo. Così il ragazzo ci ha guardato di nuovo. Gli abbiamo detto che ci era piaciuto. Lui ha sorriso, finalmente, e ha iniziato a parlarci in lingua corsa, non più in francese. Ha detto che era il formaggio delle sue pecore, dell&#8217;azienda che stava lì dietro. E che non a tutti piace. Gli ho risposto che alla puzza delle pecore sono abituato e che abito in mezzo all&#8217;Appennino e che qui mi sento a casa. Allora ha detto, più o meno: <em>&#8220;Avà vi lasciaraghju tastà u furmagliu chì manghju. Un amicu meu u face!”</em>. È sparito qualche minuto ed è ricomparso con due fette di formaggio quasi marrone. Su un piatto: <em>&#8220;Hè un furmagliu di capra stagionatu per un annu&#8221;</em>, ci ha detto…un caprino stagionato un anno…<br>&#8211; E com’era?<br>&#8211; Beh, è stata un&#8217;esperienza complessa. Direi che quel formaggio è stata l’essenza del viaggio in Corsica…<br>&#8211; Dimmi un po’…<br>&#8211; Lo ho annusato e ho sentito qualcosa di selvatico, l&#8217;odore dello stabbio, di erba secca, di lana bagnata, di terra umida e anche di castagne che lì intorno ci sono pure tanti castagneti…come qui sopra. Poi gli ho dato un morso ed è stata un&#8217;esplosione di gusto: la lingua che pizzica, il sale che bilancia l&#8217;intensità del grasso e che stimola la salivazione, l&#8217;acidità del latte caprino che pulisce il palato. E poi il retrogusto che sembra non finire mai. Lì senti ancora la piccantezza, ma anche le erbe che hanno mangiato le capre, il sapore della cantina dove il formaggio è maturato, un che di affumicato e di cenere. Più tardi, quando sono andato a dormire, lo sentivo ancora; quasi quasi non volevo lavarmi i denti&#8230; <br>&#8211; Mi fai venire voglia di mangiarlo&#8230;<br>&#8211; Lui era lì e mi guardava. Com&#8217;è? Mi chiede. Io gli rispondo che sa di casa, anche se la mia casa forse non c&#8217;è più. Lui mi dà una pacca sulla spalla e mi dice qualcosa che capisco poco, ma che mi sembra una cosa tipo: la casa finché la cerchi c&#8217;è sempre. E allora penso agli amici pastori, specie a quelli più giovani, quelli che stanno qui vicino sulla nostra montagna, e poi in Abruzzo e in Molise…loro la casa la cercano ancora. Il ragazzo corso interrompe i miei pensieri e dice: <em>“Questo te lo offro io”</em>.<br>&#8211; Senza dubbio ti è piaciuto.<br>&#8211; Senza dubbio, ma non solo il formaggio. Ti dico un&#8217;altra cosa. Pochi giorni fa, a Roma, sono andato a San Luigi dei Francesi a vedere i quadri di Caravaggio, come faccio tutte le volte che passo di lì. Beh, quando sono stato lì davanti ho pensato al caprino corso e ho pensato anche che quel formaggio mi aveva dato più emozione del vedere le tele di Caravaggio.<br>&#8211; Perché era un capolavoro anche quello?<br>&#8211; Di più, perché era un capolavoro assoluto: non solo la rappresentazione di un attimo, di luci, d’ombre, d’umanità, ma una sintesi di una realtà molto più complessa. Vedi lì in Balagna quel formaggio, quella serata, quelle montagne, quella terra così poco abitata, così povera e così ricca&#8230;il maestrale che iniziava a soffiare dal mare, il crepuscolo che lasciava spazio pian piano alle stelle, il profumo forte dell&#8217;elicriso dopo una giornata di sole&#8230;quel ragazzo che forse era pure un autonomista, o che veniva da una famiglia d&#8217;indipendentisti e che comunque si sentiva che faceva parte della sua terra, che era uno della stirpe dei pastori che l’hanno sempre abitata tra le montagne e il mare&#8230;il condividere tutto questo con la persona che ti vuole bene e che ti sta a fianco&#8230;erano tanta roba! E così il formaggio caprino non sembrava solo un prodotto ben fatto, era la sublimazione di tutto questo, è stato un po’ come mangiare quella terra sulla quale camminavamo con rispetto per la sua bellezza, per la sua storia. Non c&#8217;è quadro, non c&#8217;è libro, non c&#8217;è poesia che te la può fare sentire così&#8230;<br>&#8211; Bello, bene! Ma quella è Corsica. E l&#8217;Appennino che c&#8217;entra?<br>&#8211; C&#8217;entra perché quel formaggio mi ha riportato a casa, di qua dal mare. Perché ha lo stesso sapore della terra nostra e quel ragazzo che me l&#8217;ha fatto assaggiare l&#8217;ha capito. E io ho capito una lezione. Vorrei che anche il nostro Appennino, come la Corsica, si sentisse un&#8217;isola, che non avesse città intorno, oppure che se ne dimenticasse. Che fosse orgoglioso dei suoi sapori, dei suoi odori, del lavoro dei pastori, di un paesaggio dove sono rimasti in pochi ma abbastanza per ritrovare il giusto equilibrio tra uomini e natura, quella che i nostri antenati chiamavano la<em> pax deorum</em>, lo sai – ne abbiamo parlato tante volte &#8211; la capacità di onorare in armonia gli spiriti e gli dèi delle nostre montagne. Sarebbe un capolavoro, buono come un caprino, semplice e complicatissimo, qualcosa di molto naturale, ma che senza le mani e la testa di un uomo o di una donna non potrebbe mai essere perfetto, come il paesaggio che abbiamo qui davanti. Dovremmo ritrovare la capacità di vivere in armonia con il nostro territorio: né troppo, né troppo poco invadenti, ma in quel paesaggio ci dobbiamo essere anche noi: da protagonisti.<br>&#8211; E dunque?<br>&#8211; Volevo solo dirti che il mio Appennino è ovunque. Dovunque i luoghi mi riempiono il naso e mi lasciano in bocca un sapore vero, di qua e di là dal mare.<br><br>Così mentre la notte si prende la scena andiamo dentro a bere un altro bicchiere. Stavolta però di Sagrantino.<br>&#8211; Andiamo ad ascoltare cosa ci racconta il vino umbro. E magari ci mangiamo un pecorino nostro…<br>&#8211; <em>Pace è salute</em>, come dicono là in Corsica. Alla salute, come diciamo noi, di qua.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" width="1024" height="766" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2025/07/balagna2-1024x766.jpg" alt="" class="wp-image-5209" style="width:514px;height:auto" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2025/07/balagna2-1024x766.jpg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2025/07/balagna2-300x224.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2025/07/balagna2-768x575.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2025/07/balagna2-1536x1149.jpg 1536w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2025/07/balagna2.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>In Lucania si vola e anche gli angeli mangiano peperoni</title>
		<link>https://www.appenniniweb.it/2022/07/31/in-lucania-si-vola-e-anche-gli-angeli-mangiano-peperoni/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 Jul 2022 19:46:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Reportage]]></category>
		<category><![CDATA[Sapori]]></category>
		<category><![CDATA[Basilicata]]></category>
		<category><![CDATA[Dolomiti lucane]]></category>
		<category><![CDATA[Pietrapertosa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I Lucani sono gente di terra, ma probabilmente hanno un ottimo rapporto con il volo. Per capire questa strana faccenda</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.appenniniweb.it/2022/07/31/in-lucania-si-vola-e-anche-gli-angeli-mangiano-peperoni/">In Lucania si vola e anche gli angeli mangiano peperoni</a> proviene da <a href="https://www.appenniniweb.it">AppenniniWeb</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap wp-block-paragraph">I Lucani sono gente di terra, ma probabilmente hanno un ottimo rapporto con il volo. Per capire questa strana faccenda bisogna fare un salto sulle loro Dolomiti, tra angeli, peperoni <em>cruschi</em>, alberi maritati e <em>masciare</em>.<br>Ma andiamo con ordine: <strong>Pietrapertosa</strong>, innanzitutto. Abbracciata alle stravaganti formazioni d’arenaria battezzate come <strong>“piccole Dolomiti lucane”</strong>, sembra, in effetti, un paese sospeso tra terra e cielo, indeciso se buttarsi di sotto o decollare.<br>Pietrapertosa per diventare famosa insieme alla dirimpettaia <strong>Castelmezzano</strong>, ha dovuto però aspettare qualche migliaio di anni e una bella spinta.<br>Pelasgi, Greci, Lucani, Saraceni, Bizantini, Longobardi, Normanni, Svevi, Angioini non sono bastati a farla conoscere oltre la <strong>Valle del Basento</strong> e le dorsali di questo strano <strong>Appennino</strong>.<br>C’è voluta un’idea piuttosto eccentrica, riportata a casa dalla Francia. Dal 2007 Pietrapertosa, Castelmezzano e le Dolomiti Lucane sono lo scenario naturale perfetto per il <strong><a href="http://www.volodellangelo.com" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“Volo dell’Angelo”</a></strong>. Qui, con un investimento di circa un milione di euro, è stato realizzato <strong>il primo impianto italiano a moto inerziale</strong>, il più lungo d’Europa.<br>In sostanza da Pietrapertosa a Castelmezzano e viceversa, <strong>si vola </strong>– da soli o in coppia &#8211; <strong>appesi a un cavo d’acciaio lungo quasi un chilometro e mezzo</strong>. Si prova l’ebrezza di tagliare l’aria alla velocità massima di 120 chilometri orari, sospesi a 130 metri sulla valle e tra panorami unici.<br>Secondo alcuni quest’idea ha dato il via a <strong><a href="https://news48.it/il-volo-dellangelo/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">un modello di sviluppo turistico</a></strong> al quale dovrebbero ispirarsi molti altri paesi d’Appennino. Basti pensare che in 14 anni di voli (circa 15mila l’anno) nei due paesi (mille abitanti l’uno, con un tasso di natalità/mortalità di uno a dieci) sono stati aperti circa 50 Bed and Breakfast, 5 agriturismi, 8 ristoranti.<br><strong>Eppure non tutti sono contenti</strong>: non bastano neanche il ponte tibetano, il percorso parlante delle sette pietre e le ferrate. Si potrebbe volare ancora più in alto. Si potrebbe provare a far restare i turisti più a lungo, a coinvolgere con più convinzione le comunità locali: <strong>magari proponendo altri voli…</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/07/volodellangelo-tramonto-1024x400.jpg" alt="" class="wp-image-4631" width="758" height="296" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/07/volodellangelo-tramonto-1024x400.jpg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/07/volodellangelo-tramonto-300x117.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/07/volodellangelo-tramonto-768x300.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/07/volodellangelo-tramonto-1536x600.jpg 1536w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/07/volodellangelo-tramonto.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 758px) 100vw, 758px" /><figcaption>Foto tratta da www.volodellangelo.com</figcaption></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>ALTRI MODI DI VOLARE: LA LEGGEREZZA DEL PEPERONE CRUSCO</strong><br>Già, perché non è detto che qua si debba venire solo per volare appesi a una fune. Ad esempio si può provare a volare con le gambe sotto al tavolino. A Pietrapertosa e a Castelmezzano, come in quasi tutta la Lucania, lo si può fare appesi a un <strong>peperone <em>crusco</em></strong>, cioè croccante, che – per la sua leggerezza – sembra quasi pronto al decollo, come una mongolfiera.<br><strong>Qual è il miracolo che trasforma un alimento generalmente considerato “pesante”, come il peperone, in una specie di snack, o in un condimento capace di far volare qualsiasi piatto? </strong>Il miracolo sta nell’essiccazione dei peperoni, un procedimento lento, antico e spettacolare come le corone di peperoni rossi lasciate al sole ad asciugarsi e a decorare le facciate delle case, colorandole, in molti paesi della Basilicata, a cominciare da <strong>Senise</strong>, vera patria del peperone <em>crusco</em>.<br>Il peperone <em>crusco </em>si gusta così, oppure sulla <strong>pasta fatta in casa</strong> senza uova (i ferretti, i maccheroni), spezzettato, polverizzato, soffritto insieme al <strong>pan grattato</strong> e alle noci. E questo è un altro bel volo, che trasforma <strong>un piatto di recupero della cucina povera e contadina</strong> in un missile intergalattico, in <strong>un viaggio stellare tra i sapori: dolce e piccante, morbido e</strong> <strong>croccante</strong>. Un volo da accompagnare con <strong>l’Aglianico </strong>locale e che vi possono ben spiegare in molti ristoranti della zona a cominciare dal <a href="https://www.facebook.com/lerocce.santomassimo" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Piccolo Ristoro Le rocce</a>, dove il peperone <em>crusco </em>è una faccenda di famiglia.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/07/maccheroni-edited.jpg" alt="" class="wp-image-4633" width="464" height="464" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/07/maccheroni-edited.jpg 720w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/07/maccheroni-edited-300x300.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/07/maccheroni-edited-150x150.jpg 150w" sizes="auto, (max-width: 464px) 100vw, 464px" /><figcaption>Maccheroni con pangrattato, noci e peperoni cruschi</figcaption></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>ALTRI MODI DI VOLARE: APPENDERSI ALLA PUNTA DI UN ALBERO ALTISSIMO E MARITATO</strong><br>Quella di <strong>dondolarsi nel vuoto</strong> deve essere proprio una fissazione da queste parti. Così <strong>nel giorno della Pentecoste</strong> sia qui, a <strong>Pietrapertosa</strong>, che nella vicina <a href="http://www.ilmaggiodiaccettura.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Accettura </strong></a>e in altri sei paesi della zona, senza la necessità di attaccarvi al cavo del volo dell’angelo, potrebbero venirvi lo stesso le vertigini, se assistete alla <strong>scalata dell’albero</strong>. Che poi è solo la fase finale e spettacolare di <strong>un rito antichissimo che attraversa l’intero Appennino</strong>, che qui in Lucania è sempre vivo (<strong><a href="https://www.appenniniweb.it/2018/05/03/la-forza-del-piantamaggio/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">come in Valnerina d’altronde, ne abbiamo già parlato</a></strong>) e che da solo meriterebbe un viaggio da queste parti. Stiamo parlando del <strong><em>Masc</em></strong>, <strong><em>u Masc</em></strong>, <strong>il Maggio</strong>, un rito arboreo che affonda le sue radici nel paganesimo e che consiste nel matrimonio tra il re e la regina degli alberi.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>&#8230;queste celebrazioni sono fedeli ad uno schema presente negli antichissimi riti pagani agrari ed arborei tipici delle popolazioni contadine di molti Paesi europei e mirano a portare nel proprio paese e nella propria casa lo spirito fecondatore della natura, risvegliatosi con la primavera; rappresentano pertanto l&#8217;idea di rigenerazione della collettività umana mediante una sua partecipazione attiva alla resurrezione della vegetazione. A questa interpretazione se ne aggiungono altre come quella del significato di libertà e quella del mito popolare dell&#8217;albero della cuccagna.</p></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Così alla fine di questo rito, sul tronco del cerro maritato con la punta dell’agrifoglio ed eretto nei paesi, si esibiscono i più ardimentosi: angeli senza fune, ma con un coraggio degno di un cavaliere d’altri tempi e con tanta voglia di farsi ammirare mentre volano. Anche loro&#8230;</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="400" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/07/accettura.jpg" alt="" class="wp-image-4634" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/07/accettura.jpg 600w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/07/accettura-300x200.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>Foto tratta da: www.ilmaggiodiaccettura.it</figcaption></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>ALTRI MODI DI VOLARE: DECOLLARE INSIEME ALLE MASCIARE</strong><br>In altri tempi ci conducono per mano anche <strong><a href="https://www.volodellangelo.com/ita/web/item.asp?nav=percorso-7-pietre" target="_blank" rel="noreferrer noopener">le sette pietre parlanti del percorso che unisce via terra Pietrapertosa e Castelmezzano</a></strong>. Ma pure qui si può volare, sulle parole della tradizione e dei ricordi, insieme alle <em>masciare</em>. Perché la storia raccontata dalle pietre che si animano al passaggio è proprio un storia di streghe, <em>masciare</em>, legate forse anche loro ai riti di<strong> u masc</strong>, il Maggio che poi in fondo in tutta Europa era <strong>la notte di Valpurga</strong> e delle streghe appunto.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>C’è una storia di pietra lunga duemila metri e anche di più.<br>E’ una storia di racconti e di visioni. <br>Di  segni impressi lungo il percorso delle sette pietre.<br>Dice di quelle donne, le <em>masciare</em>, che si ungevano con l’olio fatato raccolto nella cavità di un albero di ulivo.<br>Dice di quando attraversavano la notte sulla groppa di cani bianchi.<br>Dice di Vito, il contadino, e di quando, preso da fattura d’amore, ballava con le streghe.</p><cite><strong>Mimmo Sammartino</strong></cite></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">E volava via sopra le vigne, gli orti e gli acquitrini, sopra le cime modellate dal vento degli Appennini lucani che qui hanno voluto chiamare Dolomiti, senza funi e senza casco. Anche se resta da capire cosa c’entrino le streghe con gli angeli e le Dolomiti con gli Appennini dove crescono e s’arrossano i peperoni e dove tutti vogliono volare.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="588" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/07/cattre_pinna-1.jpg" alt="" class="wp-image-4635" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/07/cattre_pinna-1.jpg 600w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/07/cattre_pinna-1-300x294.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>La fattucchiera di Colobraro (foto di Franco Pinna 1952 )</figcaption></figure></div>
<p>L'articolo <a href="https://www.appenniniweb.it/2022/07/31/in-lucania-si-vola-e-anche-gli-angeli-mangiano-peperoni/">In Lucania si vola e anche gli angeli mangiano peperoni</a> proviene da <a href="https://www.appenniniweb.it">AppenniniWeb</a>.</p>
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		<title>Ecco la birra della Valnerina: per Natale profuma di pampepato</title>
		<link>https://www.appenniniweb.it/2019/12/08/birra/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Dec 2019 20:25:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna madre]]></category>
		<category><![CDATA[Sapori]]></category>
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		<category><![CDATA[Ferentillo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Immaginate una sera d’inverno in Valnerina, nel bel mezzo dell’Appennino. Una di quelle sere di fine autunno, fredde e brumose,</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.appenniniweb.it/2019/12/08/birra/">Ecco la birra della Valnerina: per Natale profuma di pampepato</a> proviene da <a href="https://www.appenniniweb.it">AppenniniWeb</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Immaginate una sera d’inverno in <strong>Valnerina</strong>, nel bel mezzo dell’<strong>Appennino</strong>. Una di quelle sere di fine autunno, fredde e brumose, con la nebbia che scende giù dai monti come una cascata di nuvole. Meglio stare chiusi in casa, accendere il fuoco e iniziare a bere qualcosa, nell’attesa della cena.</p>
<p>Ma siccome in <strong>Valnerina</strong>, come lungo tutto l’Appennino, non sempre le cose sono rimaste tali e quali a cent’anni fa, invece del <strong>vino</strong>, novello o cotto che sia, possiamo iniziare col <strong>bere</strong> una <strong>birra</strong>. Che poi pare che a dare il nome alla birra sia stato proprio il verbo latino <em>bibere</em>…</p>
<p>Di certo la grande <strong>diffusione</strong> di questa bevanda, antica come la civiltà, nei secoli scorsi ha riguardato altri territori piuttosto che quelli appenninici, seppur con qualche eccezione. E però dalla <strong>fine degli anni Novanta</strong> c’è stata una piccola <strong>rivoluzione culturale</strong>. In Italia sono nati <a href="https://www.informacibo.it/birra-artigianale-dati-beer-attraction-2018/" target="_blank" rel="noopener"><strong>centinaia di birrifici</strong></a>, piccoli, piccolissimi, medi, ma ognuno legato al suo territorio. E se poi il territorio è uno di quelli che hanno sapore, allora anche le nuove birre ne sono state contagiate.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-3761 alignleft" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2019/12/Feroniaweb-768x585-300x229.jpg" alt="" width="300" height="229" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2019/12/Feroniaweb-768x585-300x229.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2019/12/Feroniaweb-768x585.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" />In <strong>Appennino</strong> sono tanti i <strong>birrai giovani</strong> che arricchiscono le proprie produzioni con gli ingredienti della <strong>tradizione locale</strong>. Ma qui, davanti al fuoco, siamo a <strong><a href="https://www.appenniniweb.it/2018/11/09/lo-scoglio-dei-matti-sul-paese-dei-longobardi/" target="_blank" rel="noopener">Ferentillo</a> </strong>e la birra inizia a parlare con la lingua locale. Ci racconta storie molto, molto antiche: di <strong>Feronia</strong>, che è una birra ad alta fermentazione, cruda, ma che porta il nome della <strong>divinità italica protettrice dei boschi e delle messi</strong>, onorata in un <em>lucus</em> sulla sommità del colle dove venne fondata la vicina <strong>Narni</strong>, sopra lo stesso fiume Nera che scorre qui accanto.</p>
<p>Cambiamo bicchiere, cambiamo birra e cambiamo storia, salendo su per i secoli fino all’<strong>Alto Medio Evo</strong>, con <strong>Ursus</strong>. Che è una birra ambrata e che svela diversi segreti. In primo luogo il nome del birrificio locale. Perché Ursus era un <em>Magester</em>, un maestro scultore e incisore e <a href="http://www.birramagester.it" target="_blank" rel="noopener"><strong>Magester</strong> </a>è il nome del birrificio di Ferentillo.</p>
<p>&#8220;Il nostro nome e logo – dicono Giovanni <strong>Ridolfi</strong> e Andrea <strong>Mangione</strong> &#8211; sono un omaggio alla <strong>civiltà longobarda</strong>. Sono un’interpretazione di elementi presi dalla <em>Lastra di Ursus</em>, un bassorilievo che sta nell’<strong>abbazia di San Pietro in Valle</strong> a Ferentillo, la <strong>chiesa-mausoleo dei Duchi Longobardi di Spoleto</strong>.</p>
<p style="font-weight: 400;">“Così il nome <em>Magester</em> è ripreso dall’iscrizione “<em>Ursus Magester Fecit</em>” ovvero “<em>Il maestro Urso l’ha fatto</em>”. Il <strong>Maestro longobardo</strong>, che con sapienza ed esperienza è riuscito a produrre qualcosa apprezzato nei secoli, è per noi <strong>esempio e aspirazione</strong> da imitare quotidianamente nella nostra professione di birrai”.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-3760 alignleft" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2019/12/magester-300x108.jpg" alt="" width="300" height="108" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2019/12/magester-300x108.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2019/12/magester-768x276.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2019/12/magester-1024x369.jpg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2019/12/magester.jpg 1600w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p style="font-weight: 400;">Arriva la cena, innaffiata con <strong>altra birra</strong> e, alla fine, arrivano pure i <strong>dolci</strong> che approssimandosi il Natale, non possono che essere quelli tipici di qui: il <a href="https://www.appenniniweb.it/2018/12/13/il-pampepato-delle-meraviglie-dolce-del-sole-nuovo-e-dappennino/" target="_blank" rel="noopener"><strong>pampepato</strong></a>, prima di tutto. E viene fuori <strong>la sorpresa</strong>, con lo stesso fragore del gran finale di un&#8217;opera ben orchestrata.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Magester</strong> ha creato la birra adatta per il pampepato, anzi<a href="http://www.birramagester.it/2019/11/ritorna-la-pepata/" target="_blank" rel="noopener"><strong> la birra al pampepato</strong></a>. Non facilissimo, certo, considerato che si tratta di legare la birra a un dolce-piccante.<br />
“Ci siamo ispirati ad una versione di<em> Christmas Ale Belga</em>, naturalmente del tutto nostra e personale”.</p>
<p style="font-weight: 400;">Per produrre la <em>birra pepata</em> a Ferentillo hanno dovuto fatto un’alchimia: <strong>caffè</strong>, <strong>mieli</strong> e <strong>mosto cotto</strong> (provenienti da aziende locali), <strong>fave di cacao</strong>, <strong>uvetta</strong>, <strong>nocciole</strong>, <strong>bucce d’arancia</strong> e <strong>pepe</strong>.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il risultato è una <strong>birra tosta color mogano, da 7,5 gradi</strong> alcolici, perfetta per riscaldare le fredde sere invernali e accompagnare dessert natalizi e al cioccolato, da assaporare davanti alla <strong>brace del camino</strong>.</p>
<p style="font-weight: 400;">E in fondo, se questa è un’epoca in cui è in corso un<strong> tentativo di espropriare la nostra immaginazione</strong>, attraverso gli schermi e la rete che ci impongono un<strong> mondo immaginale</strong> lontano anni luce dal nostro, con l&#8217;illusione che sia lì a portata di mano, o di <em>mouse</em>, cosa c’è di meglio se non restare <strong>tra le brume della Valnerina</strong> e <strong>percepirne i sapori attraverso il medium di una birra</strong> che ne ha assorbito e trasfigurato in gusto gli elementi essenziali?</p>
<p style="font-weight: 400;">Anche questa è una piccola magia appenninica, da cogliere soprattutto se si è ebbri, un colpo da <em>magister</em>, o quanto meno da mastro&#8230;birraio!</p>
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		<title>La sanità delle prime cose</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Mar 2019 21:04:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sapori]]></category>
		<category><![CDATA[appennini]]></category>
		<category><![CDATA[Appennino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Stamattina dalla pecorara di Cesi, sotto la montagna dove hanno preso più polvere i miei piedi e più spirito la mia anima,</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.appenniniweb.it/2019/03/05/la-sanita-delle-prime-cose/">La sanità delle prime cose</a> proviene da <a href="https://www.appenniniweb.it">AppenniniWeb</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Stamattina dalla <em>pecorara</em> di Cesi, sotto la montagna dove hanno preso più polvere i miei piedi e più spirito la mia anima, ho visto una carrozzina con una bimba di pochi mesi, lasciata lì sull’aia, da sola, cullata dalla brezza di marzo, con gli occhi azzurri spalancati sulla vita, sotto il cielo, sul verde dei lecci e il bianco/grigio calcareo della penna di San Giovanni. Il nasino mobile ad annusare la puzza profumata dello stallatico dal recinto con le pecore e gli agnelli.<br />
Nella casa della <em>pecorara</em> non stupisce il disordine di chi ha troppo lavoro da fare, ma l’essenzialità caotica. Gli olivi, le galline, la vecchia cucina, il focolare, il laboratorio.<br />
La carne degli agnelli macellati accanto a quelli appena venuti al mondo, il latte trasformato in formaggio da poche ore, il primo sale, candore e tonda perfezione, risultato finale della vitale confusione/<em>caciara</em>.<br />
Il sapore del formaggio forte, aspro, acido, e poi delicato, avvolgente e persistente, d’erba, di caglio e di nutrimento, di sincerità e di libertà.<br />
Gli odori che ti saltano addosso e ti entrano nel naso e nella testa.<br />
Il fontanile e la strada sassosa, il sentiero fino alla piccola chiesa di San Giovanni di Piedimonte dove per trecent’anni – e quanti altri prima chissà – si sono sposati e sono stati battezzati miei avi, tra il monte e la valle, sotto i volti dei santi e lo sguardo materno della vergine fuori dal tempo, con le rocce e un castello a far da campanile lassù in alto.<br />
Nell’ombra della grande lecceta, sul camminamento in salita verso la rocca, ci saranno passati lupi e pecore, soldati e banditi, ci sono cinghiali e pettirossi, c’è il fiato pesante, le gambe riottose, la testa ripulita. Posto ideale per il <em>Marte</em> italico, signore delle greggi prima ancora che della guerra, per <em>Faunus</em> e per <em>Diana</em> Nemorense.<br />
Sono ancora tutti qui, questi nostri santi e tanti dei, in questo bosco, o nella <em>caciara</em> di Manuela, tra i suoi agnellini vivi e in quelli sacrificati, tra la vita e la morte, negli occhi azzurri della bambina, e nei belati.<br />
Sono qui, tra <em>la sanità delle prime cose</em>, come intuiva Dino Campana, il poeta matto di Marradi, ascoltando l’acqua e il vento sulle montagne della Verna.<br />
Eccole, <em>le prime cose:</em> la loro sanità e l’essenza non sfuggivano ai nostri progenitori, che perciò le ponevano in alto nel pantheon, trasfigurazione di forze e archetipi divini.<br />
Sarà questo il segreto che abbiamo dimenticato, concentrandoci sulle cose seconde e secondarie?<br />
Bisognerebbe chiederlo a quella bimba dagli occhi azzurri e con l’odore delle pecore nel naso. Perché lei la risposta oggi la sa già, prima che prenda in mano uno smartphone.</p>
<blockquote><p><em>(…)<br />
Strappa da te la vanità, non fu l’uomo</em><em><br />
A creare il coraggio, o l’ordine, o la grazia,<br />
Strappa da te la vanità, ti dico strappala<br />
Impara dal mondo verde quale sia il tuo luogo<br />
(…)<br />
E. Pound, Canti Pisani</em></p></blockquote>
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		<title>Il pampepato, radici profonde e una storia piccante</title>
		<link>https://www.appenniniweb.it/2018/12/13/il-pampepato-delle-meraviglie-dolce-del-sole-nuovo-e-dappennino/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Dec 2018 15:37:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna madre]]></category>
		<category><![CDATA[Sapori]]></category>
		<category><![CDATA[dolci natalizi]]></category>
		<category><![CDATA[pampepato]]></category>
		<category><![CDATA[terni]]></category>
		<category><![CDATA[Umbria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono giorni e odori speciali. Che non riusciresti mai a raschiare dal fondo della tua anima, neanche col cucchiaio</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.appenniniweb.it/2018/12/13/il-pampepato-delle-meraviglie-dolce-del-sole-nuovo-e-dappennino/">Il pampepato, radici profonde e una storia piccante</a> proviene da <a href="https://www.appenniniweb.it">AppenniniWeb</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono giorni e odori speciali. Che non riusciresti mai a raschiare dal fondo della tua anima, neanche col cucchiaio di legno con il quale ripulivi la pentola dal cioccolato. I giorni speciali sono quelli del <strong>pampepato</strong> e degli odori che annunciano il <strong>Natale</strong>: di miele e cannella, di noce moscata e mandorle tostate, di noci appena schiacciate e di mosto cotto e poi, <em>atchù!!!</em> il <strong>pepe</strong> nel naso!</p>
<blockquote><p>D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda, diceva Calvino.</p></blockquote>
<p>Lo stesso vale per il <strong>pampepato</strong>, dolce appenninico, natalizio, italico, ternano e <em>valnerinico</em>. Del pampepato non apprezzi<strong> i sedici ingredienti</strong>, le meraviglie che trasmette al palato o all&#8217;olfatto, ma soprattutto la risposta che può dare ad alcune tue domande: da dove viene? Che c’entra il pepe con il dolce? E perché si continua a farlo in ogni famiglia, in città come nei paesi dalla bassa <strong>Umbria</strong>, fino alle montagne della <strong>Valnerina</strong>?</p>
<p>La <strong>nonna</strong> una risposta ce l’ha: <em>perché se fa cuscì</em>, <strong>perché s’è sempre fatto</strong>.<br />
E non è per niente una risposta semplice.<br />
Tutt’altro: è una risposta complessa come sanno bene gli antropologi, che aguzzano le orecchie quando la sentono…</p>
<p>In effetti il pampepato ha una ricetta e una storia talmente complesse da coinvolgere generazioni, popoli, clan, famiglie e affondare in un inconscio collettivo che attraversa i secoli.</p>
<p>Il pampepato &#8211; dice <strong>Mario Polia</strong> che guarda caso di mestiere fa l’antropologo &#8211; è un prodotto in cui confluisce una storia millenaria. Dove riti, tradizioni festive, natalizie e solari si mescolano come nel suo impasto, che si maneggia prima sulla spianatoia fumante e poi nella <em>conca</em>, con le nonne che ridono insieme ai nipoti, concedendo loro di immergere le mani tra quel <em>bendidio</em>, per poi leccarsi le dita impastate di miele, cioccolato e pezzi di noci, mandorle e pinoli.</p>
<p>Il pampepato, come dice il nome, gioca sul contrasto, <strong>il piccante e il dolce</strong>, <strong>il pepe e la cioccolata</strong>,<strong> la noce moscata e il miele</strong>, <strong>la tradizione e l’innovazione</strong>.<br />
L’abbinamento piccante e dolce arriva dritto dalla <strong>cucina dell’antica Roma</strong>, perché i romani, molti secoli prima dell’abbacchio e della carbonara, amavano i contrasti: soprattutto il dolce del miele col piccante e con lo speziato.</p>
<p>Dall’antica Roma viene pure l’invenzione del <strong>pan di via</strong>, un cibo altamente calorico, fatto di <strong>noci e nocciole</strong>, <strong>pinoli</strong>, <strong>uva passa</strong>, che serviva a dare energia ai <strong>legionari in marcia</strong> verso i confini dell’impero. E il pampepato rientra in pieno nella categoria dei pan di via, è <strong>un pane energetico</strong> da mettere nella bisaccia.</p>
<p>Anche se qualcuno maliziosamente racconta un&#8217;altra storia, secondo la quale il pampepato nato a <strong>Terni</strong>, nella <strong>città dell’amore</strong> che sarebbe sacro, in quanto luogo natale di <strong>San Valentino</strong> patrono degli innamorati, ma che nei secoli divenne anche e soprattutto profano, servisse in realtà a restituire energie a chi trascorreva il tempo nelle vie e nei vicoli della città vecchia, città di passo sulla Flaminia, tra trecento <strong>bettole</strong> e un bel po’ di <strong>postriboli</strong>.</p>
<p>Ma queste sono chiacchiere, perché invece il pampepato è <strong>un dolce che riunisce le famiglie</strong>, sia durante la preparazione che in tavola ed è <strong>espressione culturale del popolo appenninico</strong>, tanto che usa <strong>ingredienti</strong> soprattutto <strong>autarchici</strong>: le <strong>mandorle</strong> che venivano dall’Alta Valnerina, da <strong>Caso</strong>, dove per il loro raccolto si usava pregare <strong>Santa Cristina</strong> e i santi erano spesso raffigurati negli affreschi delle chiesette della valle in una <strong>mandorla di luce</strong>, simbolo solare di gloria.</p>
<p>La <strong>noce</strong>, regina del pampepato, frutto altrettanto sacro della prima Italia montana, <em>juglans</em>, la <strong>ghianda di Giove</strong>, il frutto preferito dal padre degli dei, simbolo di forza, che si tirava addosso agli sposi, con intento beneaugurante.<br />
E poi tutti gli ingredienti che ogni nucleo di coltivatori era in grado di produrre: la <strong>farina</strong>, le <strong>nocciole</strong>, il <strong>mosto</strong> in alcuni casi non d’uva, ma di <strong>corbezzolo</strong>, ottenuto dalla pigiatura di quella che nell’Appennino centrale viene chiamata <em>cerasa marina</em>, pur stando in montagna e infine il <strong>miele</strong>, da sempre una <strong>strenna</strong> natalizia.<br />
Strenna, d&#8217;altra parte, è un termine nato proprio negli stessi luoghi dove si gusta il pampepato.  Si dice infatti che risalga al re sabino <strong>Tito Tazio</strong> l&#8217;uso di offrire, come dono per il nuovo anno, i rami sacri tagliati dal bosco di <em>Strenia </em>(lucus Streniae), che era al principio della via Sacra, sul Velia. In origine, alle calende di gennaio si donavano fichi e miele, perché l&#8217;anno fosse dolce, le strenne, appunto.</p>
<p>Il pampepato è dunque un <strong>dolce natalizio e solstiziale</strong>, il dolce della festa più grande e più importante.<br />
Nella società rurale il mangiare quotidiano non era molto vario, mentre la festa ha sempre rappresentato la <strong>rottura del tempo ordinario;</strong> per questo almeno a Natale occorreva che in tavola ci fosse qualcosa di speciale, di straordinario.</p>
<p>Ecco perché il pampepato è straordinario per molti motivi, non solo per la ricchezza degli ingredienti autarchici e stagionali, ma anche <strong>per la capacità</strong> del popolo di reinventarlo e <strong>d’inserire nella sua ricetta ingredienti nuovi e alloctoni</strong>, provenienti anche da molto lontano, ma sempre speciali.</p>
<p>I <strong>canditi, </strong>e le <strong>spezie, pepe</strong>,<strong> cannella e noce moscata</strong> prima e la <strong>cioccolata</strong> poi, conseguenza del miglioramento delle condizioni economiche delle famiglie, ma sulla scia della stessa tradizione: il dolce della grande festa, doveva essere speciale e fuori dall&#8217;ordinario, anche grazie a questi nuovi ingredienti esotici.</p>
<p>D&#8217;altra parte nel Natale s&#8217;avverte l&#8217;eco del <strong>solstizio</strong> e degli antichi <strong>Saturnalia</strong> che nel mondo romano segnavano il ritorno mitico all&#8217;età dell&#8217;oro dove tutto era in comune, Saturno era il re e l&#8217;ordine sociale non esisteva. Un dolce straordinario per un periodo straordinario, una festa di convivialità e di scambio.</p>
<p>A Terni e nel ternano lo scambio natalizio, oltre che per i doni, vale per i pampepati: una volta si diceva che <strong>non è Natale se non hai a casa almeno dieci pampepati di dieci famiglie diverse</strong>, fatti con dieci ricette segrete diverse. Oggi che la comunità è più sfilacciata, magari ci si accontenta anche di un numero minore, ma il pampepato, magari infiocchettato, resta <strong>tra le strenne più gradite</strong>, e invariabilmente, quando lo si mangia, scattano la gara sul più buono e il confronto sulla ricetta. Che dunque è una, ma con tante varianti, perché per fortuna, non siamo tutti uguali, ma se ci amalgamiamo bene, siamo più buoni&#8230;</p>
<p><em>Il Pampepato ternano, una ricetta&#8230;</em></p>
<ul class="r-ingredients">
<li>1500 grammi di noci sgusciate</li>
<li>300 grammi di nocciole sgusciate</li>
<li>300 grammi di mandorle sgusciate</li>
<li>300 grammi di cedro candito</li>
<li>300 grammi di miele</li>
<li>250 grammi di pinoli sgusciati</li>
<li>400 grammi di uva passerina</li>
<li>la buccia grattugiata d&#8217;una arancia</li>
<li>una grattugiata di noce moscata</li>
<li>2 bicchieri di mosto cotto</li>
<li>200 grammi di farina</li>
<li>700 grammi di cioccolato fondente spezzettato</li>
<li>100 grammi di cacao amaro</li>
<li>due tazzine di caffè ristretto (facoltativo)</li>
<li>200 grammi di zucchero</li>
<li>una spolverata di pepe nero macinato.</li>
</ul>
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Foto di Roberto Sargentini<br />
Immagine in evidenza tratta da www.santoiolo.com</p>
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		<title>Il mondo piccolo di Girocco e il suo vino cotto</title>
		<link>https://www.appenniniweb.it/2018/10/26/il-mondo-piccolo-di-girocco-e-il-suo-vino-cotto/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Oct 2018 14:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna madre]]></category>
		<category><![CDATA[Sapori]]></category>
		<category><![CDATA[enologia]]></category>
		<category><![CDATA[tradizione]]></category>
		<category><![CDATA[Umbria]]></category>
		<category><![CDATA[valnerina]]></category>
		<category><![CDATA[VINO]]></category>
		<category><![CDATA[vino cotto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nelle gare a staffetta gli atleti si passano il testimone. In questo caso non c’è una gara, ma il testimone</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nelle gare a staffetta gli atleti si passano il testimone. In questo caso non c’è una gara, ma il testimone da passare sì, ed è una bottiglia di vino speciale, un vino cotto che in un caldo pomeriggio d’estate viene consegnata dalle mani di Francesco, giovane viticoltore della Valnerina (per la verità l’unico) a quelle sempre forti di <em>Girocco</em>, 94enne dalle radici profondissime ben piantate tra Valleludra e Vallecupa. Tre anni prima era stato <em>Girocco</em> a dare la ricetta della pozione magica a Francesco e ora ecco il risultato.</p>
<p><figure id="attachment_3428" aria-describedby="caption-attachment-3428" style="width: 169px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-3428" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/10/20180724_173816-e1540561528972-169x300.jpg" alt="" width="169" height="300" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/10/20180724_173816-e1540561528972-169x300.jpg 169w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/10/20180724_173816-e1540561528972-768x1365.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/10/20180724_173816-e1540561528972-576x1024.jpg 576w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/10/20180724_173816-e1540561528972.jpg 1836w" sizes="auto, (max-width: 169px) 100vw, 169px" /><figcaption id="caption-attachment-3428" class="wp-caption-text">Girocco, Annesanti e il vino cotto</figcaption></figure></p>
<p>Non siamo all’osteria ma in un vecchio casolare di campagna nel territorio comunale di Arrone, poco distanti dal borgo medievale e dal suo gemello Casteldilago, sulla strada provinciale per Polino. <em>Girocco</em> si lamenta per il mal d&#8217;ossa, ma sale la &#8220;<em>greppa</em>&#8221; di fronte all&#8217;uscio di casa senza particolari problemi. Arriva in giardino e indica quei tre o quattro filari di vigna sul poggio, che rubano terra al bosco e ai cinghiali, visitatori dispettosi quasi ogni notte. &#8220;Adesso non ci vado più sulla vigna, ma l&#8217;uva per fare il vino cotto la prendevo lì&#8221;. Dove c&#8217;era anche la &#8220;pisciona&#8221;, uva bianca, evidentemente succosa.</p>
<p>Tutto qui sembra fermo a un&#8217;altra epoca, anche il volto di <em>Girocco</em>, coi baffetti ben curati. &#8220;Sono nato in questa casa nel &#8217;24, ho lavorato all&#8217;acciaieria, ma poi ho smesso e sono tornato a fare il contadino: avevamo 500 piantoni, la vigna, le bestie e anche una cavalla: con quella c&#8217;andavo a correre nelle gare per le feste dei paesi, a Castiglioni e alla Villa&#8221;, dice Girocco lisciandosi i baffi.</p>
<p>Era meglio la fabbrica o la campagna? &#8220;Oh di sicuro era meglio lavorare la roba mia!&#8221;. E&#8217; passato quasi un secolo, eppure <em>Girocco</em> è ancora qui, testimone di un mondo che sembra lontano mille anni e che invece si può ancora toccare e annusare. Come quell&#8217;uva, appena colta, spremuta nel torchio e immediatamente dopo, messa nel caldaio di rame. Per ore, il succo non fermentato veniva lasciato a cuocere, maneggiato con perizia e costanza &#8220;<em>co lu ramminu</em>&#8220;. Poi se ne metteva un po&#8217; nel piatto ci si passava il dito in mezzo e se rimaneva il segno voleva dire che era cotto, pronto per andare in botte&#8221;. Dove veniva rimboccato ad arte e lasciato riposare a lungo. Ecco il vino cotto, specialità delle Marche, dell&#8217;Abruzzo, ma anche della Valnerina e di Arrone, dove lo facevano tutte le famiglie in campagna.<br />
<img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-3430 alignright" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/10/20180724_175855-e1540562267995-169x300.jpg" alt="" width="169" height="300" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/10/20180724_175855-e1540562267995-169x300.jpg 169w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/10/20180724_175855-e1540562267995-768x1365.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/10/20180724_175855-e1540562267995-576x1024.jpg 576w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/10/20180724_175855-e1540562267995.jpg 1836w" sizes="auto, (max-width: 169px) 100vw, 169px" /><br />
Un vino speciale, da bere per le feste, per la mietitura? &#8220;Veramente noi lo bevevamo sempre, quando capitava&#8221;, dice <em>Girocco</em> ridendo. Nonostante questo alto gradimento il vino cotto è sparito, come tante altre cose, inghiottite dalla modernità, come è sparita l&#8217;agricoltura di sussistenza, l&#8217;abitudine di ogni famiglia, o gruppo di famiglie di produrre quasi tutto ciò che serviva alla propria sopravvivenza: dal grano al vino, dall&#8217;olio alle uova, dal latte al pane e al formaggio. &#8220;Questi casolari dove vivevano due o tre famiglie, quasi come in un microscopico paese, erano l&#8217;essenza di un mondo piccolo e autosufficiente, all&#8217;opposto di quello attuale della globalizzazione&#8221;. Un mondo da buttare, come la mola di pietra abbandonata in un angolo del cortile e sommersa dalle erbacce?</p>
<p>Francesco Annesanti è convinto di no. Tanto da impegnarsi a riprodurre il vino cotto nella sua azienda, suscitando anche la curiosità di Slow Food, che ne vorrebbe fare un presidio. &#8220;E&#8217; un esperimento, non lo posso neanche vendere, per questo, per il momento, l&#8217;ho chiamato Clandestino, lo beve solo chi se la sente di accoglierlo, gli amici&#8221;. E naturalmente se lo berrà Girocco. Che guarda sorpreso e compiaciuto la bottiglia portata in dono da Francesco. Sarà la prima di una nuova generazione di vino cotto di Arrone, magari da esportare nel mondo, partendo dalla Valnerina, attraverso il web. Girocco è pensieroso e &#8211; aiutato a ricordare dalla nuora &#8211; dice che forse da qualche parte ha ancora conservata una bottiglia di quello vecchio, dell&#8217;ultima produzione da confrontare con la nuova. E così due mondi lontanissimi s&#8217;incontrano e si stappano.</p>
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		<title>Appennino, la patria in una castagna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Oct 2018 18:17:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Ed è bellissimo perdersi in questo incantesimo&#8220;, cantava il grande Franco Battiato. E va bene anche per l&#8217;Appennino, che pure</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;<em>Ed è bellissimo perdersi in questo incantesimo</em>&#8220;, cantava il grande Franco Battiato. E va bene anche per l&#8217;<strong>Appennino</strong>, che pure lui come il coro delle sirene d&#8217;Ulisse <strong>t&#8217;incatena</strong>, perché già di per sé è una catena e in quanto a <strong>incantesimi</strong> non scherza. A volte basta fermarsi a raccogliere una <strong>castagna</strong> lungo il sentiero, per poi girarsi senza capire più in quale parte di questa lunghissima catena ti trovi. Ed eccolo, l&#8217;incantamento, incatenamento&#8230;</p>
<p>Potresti essere a <strong>Miranda</strong>, con quel bel nome, tutta da ammirare, chiusa col suo pugno di case tra le mura a 800 metri sopra la Valle del Nera, in <strong>Umbria</strong> per una delle tante sagre del marrone, oppure sopra <strong>Sassalbo</strong> sulla via dei Lombardi tra immensi castagneti che salgono verso il <strong>Cerreto</strong>, tra Liguria, Toscana e Emilia. O magari sull&#8217;Amiata, sulle pendici dell&#8217;antico vulcano brontolone a <strong>Piancastagnaio</strong>. O a <strong>Soriano</strong> sui Cimini vassalli d&#8217;Appennino, o ancor più giù a <strong>Patrica</strong>, sopra Frosinone, o in chissà quali altri castagneti montani.<br />
<img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-3416 aligncenter" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/10/20181018_185046-300x107.jpg" alt="" width="373" height="133" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/10/20181018_185046-300x107.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/10/20181018_185046-768x275.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/10/20181018_185046-1024x366.jpg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/10/20181018_185046.jpg 1812w" sizes="auto, (max-width: 373px) 100vw, 373px" /><br />
Perché, in effetti, <strong>ci sono tante cose buone che uniscono l&#8217;Appennino</strong>, anche se spesso ce ne dimentichiamo, che <strong>ne fanno una patria</strong>. Tra queste ci sono le castagne. <strong>L&#8217;Appennino è un grande castagneto</strong> che lo tiene insieme da Nord a Sud. E siccome la castagna è pure un modo di vivere, perfino una cultura, la gente d&#8217;Appennino, quella che c&#8217;era, quella che ci sarà si ritrovava e si ritroverà in ottobre sui prati sotto i giganti dalle foglie seghettate, con le mani protette per non farsi pungere dai ricci a riempire <strong>sacchi di castagne</strong>, proprie o altrui&#8230; Per farne caldarroste, castagnaccio, polenta e farina, per impastare quello che una volta era il pane dei poveri.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-3417 alignleft" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/10/20181018_184942-169x300.jpg" alt="" width="169" height="300" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/10/20181018_184942-169x300.jpg 169w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/10/20181018_184942-768x1365.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/10/20181018_184942-576x1024.jpg 576w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/10/20181018_184942.jpg 1836w" sizes="auto, (max-width: 169px) 100vw, 169px" />Le castagne hanno sfamato generazioni d&#8217;italiani appenninici, montani e pedemontani. Anche se sono state trattate sempre un po&#8217; da poveracce.<br />
Persino lo squattrinato e squinternato <strong>conte Lello Mascetti</strong> in &#8220;<em>Amici miei</em>&#8221; di Mario Monicelli dopo aver abbandonato per mesi moglie e figlia, Alice e Melisenda, come villeggianti forzate a Gavinana sulle montagne toscane, <strong>le costringe a nutrirsi solo di castagne</strong> per sopravvivere senza soldi.</p>
<p>I <strong>castagneti</strong> oggi sono diventati meno curati, soffrono d&#8217;abbandono come tutto l&#8217;Appennino e hanno sofferto di <strong>malattie serie</strong> portate da batteri e insetti.<br />
La produzione s&#8217;è ridotta, i prezzi si sono alzati e qualcuno ha provato a curare i castagni, o a <strong>impiantare nuovi e più produttivi castagneti</strong>. Così pare che, finalmente, si stia preparando <a href="http://www.slowfood.it/la-castagna-e-tornata-nelle-nostre-valli/" target="_blank" rel="noopener">una nuova stagione per la castagna</a> appenninica, da non confondere con i <strong>marroni</strong> (che sono più grandi e senza pellicina interna).</p>
<p><strong>Tornano le feste delle raccolte</strong>, non solo le sagre con i frutti importati, e qualche giovane inizia a ritrovare <strong>il gusto di reinventare i piatti tipici</strong>. Magari dopo aver passato le notti a badare al fuoco nei <strong>metati</strong>, i grandi essiccatoi di castagne.<br />
Perché poi a mangiarle, le castagne, se ti concentri bene, senti tutto il sapore dell&#8217;Appennino, della sua storia e del suo futuro e non ti senti affatto abbandonato come <strong>la moglie del conte Mascetti</strong>.<br />
<iframe loading="lazy" title="Amici Miei - Le Villeggianti!" width="800" height="450" src="https://www.youtube.com/embed/YZFyymey7O0?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>Tartufi e predoni, una piccola guerra d&#8217;Appennino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Apr 2018 21:48:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il tartufo figlio del fulmine di Giove, il tartufo afrodisiaco, principe della tavola, motore di una piccola economia e al</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p lang="zxx"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: large;"><span style="color: #222222;">Il <strong>tartufo</strong> <strong>figlio del fulmine</strong> di Giove, il tartufo <strong>afrodisiaco,</strong> principe della tavola, motore di una piccola economia e al centro di <strong>una concorrenza spietata</strong>. Oppure semplicemente il <strong>prodotto d&#8217;eccellenza</strong> dei nostri boschi che vanno rispettati e non predati. E&#8217; un mondo a sé quello dei <strong>cavatori di tartufi</strong>, che sono tanti nell&#8217;Appennino centrale. Forse troppi. E non tutti la pensano allo stesso modo su come utilizzare il privilegio di poter raccogliere il prezioso tubero a pochi chilometri da casa.<br />
<strong>Mario</strong>, ternano purosangue quasi cinquantenne, ha sempre bazzicato boschi e montagne, ma da qualche anno si occupa anche di tartufi, con regolare patentino ottenuto dopo l&#8217;esame con la Comunità Montana.<br />
&#8220;La prima questione è che di tartufi nelle nostre zone <strong>ce ne sono sempre di meno</strong>. Quand&#8217;ero ragazzino c&#8217;era chi raccontava di raccolte memorabili, anche due quintali. A Borgo Rivo c&#8217;erano cavatori famosi, passati alla storia, come Pierino che saliva in montagna negli anni &#8217;80 con la moto, con sopra i cani chiusi nella gabbia&#8221;.<br />
La montagna sempre meno manutenuta anche per la scomparsa dei pastori, il proliferare dei cinghiali che <strong>hanno rotto gli equilibri naturali dei boschi</strong> e la siccità, sono tra le cause del calo nella quantità dei tartufi. Invece la <strong>ricerca</strong> del tubero, specie in occasione delle aperture stagionali, in particolare quella di maggio è <strong>spasmodica</strong>.<br />
&#8220;Nei primi giorni c&#8217;è la folla&#8221;, dice Mario riferendosi alle zone con le tartufaie più conosciute del versante ternano dei Martani. Ai margini delle leccete, sotto le piante di ginepro. E&#8217; lì che i cani annusano e indicano la presenza dei tartufi.<br />
&#8220;Ci sono <strong>regole precise</strong>: non si possono portare più di due cani, il tartufo deve essere cavato dal cane e soprattutto non si può zappare tutto il terreno circostante, che comunque va ripristinato dopo l&#8217;estrazione del tartufo, per non compromettere la tartufaia&#8221;. Ma questo purtroppo non avviene quasi mai. &#8220;C&#8217;è <strong>un atteggiamento predatorio</strong>, molti vanno a tartufi per guadagnare il più possibile, prima possibile e non pensano che così distruggono le tartufaie e la possibilità di continuare a trovare i tartufi, oltre a non rispettare il bosco e la montagna: è un po&#8217; il riflesso di quello che succede in città, <strong>vogliamo avere tutto e subito</strong>, ma <strong>non è questo il sistema naturale</strong>&#8220;.<br />
Che qualcosa non vada nella raccolta dei tartufi lo conferma anche Fabrizio: lui le montagne le sorveglia ogni giorno come <strong>guardaboschi</strong>. &#8220;Sono molti purtroppo quelli che cavano i tartufi <strong>senza la giusta sensibilità</strong>. Spesso troviamo parti di terreno rotto con le zappe&#8221;. &#8220;Ci sono anche tartufari corretti – continua Fabrizio &#8211; ma altri non riescono a capire che se usi attrezzi agricoli invece che il fiuto dei cani, di fatto rendi infruttuose ampie zone di terreno che invece potrebbero dare molto in termini quantitativi e qualitativi&#8221;.<br />
E poi ci sono <strong>le minacce e le azioni illegali</strong> di disturbo a &#8220;protezione&#8221; dei propri territori. &#8220;C&#8217;è chi lascia polpette avvelenate per<strong> uccidere i cani di possibili concorrenti</strong>&#8220;, dice Mario. &#8220;Arrivano persino a metterle sotto le ruote delle auto di chi si avventura in cerca di tartufi in territori non suoi&#8221;. Perché sotto le ruote? &#8220;Perché i cani, a fine battuta, arrivano per primi alla macchina per salire e tornare a casa e trovano i bocconi avvelenati senza che il padrone possa intervenire&#8221;. <strong>Una imperdonabile crudeltà nei confronti degli animali</strong>, ma anche un danno economico notevole, visto che <strong>un buon cane da tartufi può costare anche 6-7000 euro</strong>. Ma il tartufo ha un valore alto. <strong>Lo scorsone estivo e l&#8217;uncinato</strong> sono i più comuni e più commerciabili, si trovano a 100 e a 180 euro al chilo. Poi, più cari, ci sono <strong>il tartufo nero</strong> pregiato e il bianco, <strong>il tuber magnatum pico</strong> e il bianchetto. Normale che facciano gola a molti e non solo in tavola. Meno normale è che per averli si dimentichi di fare i conti con il rispetto della natura.<br />
&#8220;Per noi Guardaboschi diventa una lotta impari: il territorio è vastissimo e a controllare siamo rimasti solo in due&#8221;, dice Fabrizio.<br />
&#8220;Eppure<strong> la salvaguardia dell&#8217;ambiente e dei suoi equilibri dovrebbero essere un elemento culturale</strong>, specie se si comprende appieno <strong>la gratuità</strong> con la quale il nostro meraviglioso territorio ci mette a disposizione frutti così preziosi&#8221;.<br />
Insomma<strong> il bosco d&#8217;Appennino non è una giungla</strong>, non può essere un luogo senza regole dove vige la legge del più furbo. Che poi – a conti fatti – tanto furbo non è.</span></span></span></p>
<p>
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</p>
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		<title>Il Molise è vivo e lotta insieme a noi, per l&#8217;Appennino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Apr 2018 19:48:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Basta un giro d&#8217;orizzonte dal belvedere Ripa di Agnone. Basta uno sguardo verso spazi e paesaggi non profanati dal cemento,</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.appenniniweb.it/2018/04/02/il-molise-e-vivo-e-lotta-insieme-a-noi-per-lappennino/">Il Molise è vivo e lotta insieme a noi, per l&#8217;Appennino</a> proviene da <a href="https://www.appenniniweb.it">AppenniniWeb</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Basta un giro d&#8217;orizzonte dal belvedere Ripa di <strong>Agnone</strong>. Basta uno sguardo verso spazi e paesaggi non profanati dal cemento, soltanto accarezzati dalla mano degli uomini, dove transitano le greggi e riposano armonia e bellezza.<br />
Basta&#8230;per capire che non c&#8217;è nulla di più reale del panorama della regione più irreale d&#8217;Italia: <strong>il Molise esiste, è vivo e lotta insieme a noi</strong>, per l&#8217;Appennino.</p>
<p>È la stessa sensazione percepita nei paesi dell&#8217;Alta <strong>Irpinia</strong>, della <strong>Basilicata</strong>, del <strong>Pollino</strong>, in <strong>Abruzzo</strong>, oppure nelle <strong>Marche</strong> interne, nei borghi fantasma dei <strong>Sibillini</strong> e su fino al Passo della Cisa&#8230;</p>
<p>È proprio dove tutto sembra finito che – al contrario – <strong>ogni cosa indica un nuovo inizio, ogni cosa risplende</strong>; ogni casa, ogni prato, ogni cima innevata, ogni stalla, ogni sorriso, ogni rudezza, appaiono in effetti &#8211; per chi le sa guardare &#8211; cariche d&#8217;energia e traboccanti, ancora, di un&#8217;anima che non se n&#8217;è andata.</p>
<p><strong>Qui i nostri avi hanno incontrato gli dei</strong>, per la prima volta, qui hanno combattuto per la loro identità, per la prima volta. Qui e non tra i capannoni che sgomitano per trovare un posto in pianura e sulla costa, nella nuova economia dei centri commerciali e delle piazze Cina, dei bancomat e delle immobiliari fallite.</p>
<p>Qui sono le pietre aguzze e gli scalpellini di <strong>Pescopennataro</strong>, gli stemmi dei palazzi di <strong>Agnone</strong>, le architravi squadrate delle abitazioni più modeste, le <strong>cornici rococò</strong> in San Francesco e il portale istoriato di <strong>Sant&#8217;Emidio</strong>.<br />
Qui il tempio di <strong>Ercole Curino</strong> sul Morrone e la <strong>tavola sannitica degli dei</strong>, il tempio e il teatro celeste di <strong>Pietrabbondante</strong>.<br />
Qui la <strong>congregazione dei morti</strong> e la <strong>processione del venerdì santo</strong>, i <strong>riti del fuoco</strong> del Natale-solstiziale e la <strong>lega italica</strong>, il <strong>caciocavallo</strong> e le <strong>transumanze</strong> nomadi lungo il tratturo regio.</p>
<p>A volte basta <strong>un giro d&#8217;orizzonte</strong> per ricordare perché lo si ama così visceralmente quest&#8217;Appennino, così diverso dal mondo che hanno creato altrove.<br />
<strong>È la terra dell&#8217;autenticità</strong>, della comunità, del timor panico e del buon senso.</p>
<p>Risuona, questa terra, con la forza e la limpidezza della vibrazione di una campana, come quelle create nella <strong><a href="http://campanemarinelli.com/">pontificia fonderia Marinelli</a></strong>. Risuona nell&#8217;animo di chi se ne sente parte, nel bene e nel male, nei pregi e nei difetti, con la stessa vibrazione che chiama da un campanile lontano.</p>
<p>Nel naso il profumo di <strong>legna bruciata</strong>, di mandorle tostate per fare confetti, di letame di pecore e scamorze; negli occhi l&#8217;immagine di gente vestita dignitosamente, di balconi in ferro battuto, di anziani che si nascondono dietro gli scuri delle finestre, di macellai che sacrificano l&#8217;agnello pasquale, di pasticcerie con le ostie delle clarisse sul bancone insieme alle zeppole, di mucchi di neve sporca e strade perforate dalle buche. Di vecchie signore accompagnate alla messa di Pasqua da figli cinquantenni in giacca e cravatta.</p>
<p>E di fronte a tutto questo pensi che <strong>si può vivere d&#8217;Appennino</strong>, si può vivere con meno, che si può vivere meglio, si può vivere semplice e puliti come l&#8217;aria di qui. E che si fottano Renzi e Berlusconi, il Wto e Trump, Draghi, le agenzie di rating e la Bce&#8230; La vita è breve e non c&#8217;è tempo per queste menate.</p>
<blockquote><p>I had my existence. I was there.<br />
Me in place and the place in me.</p></blockquote>
<p>L&#8217;ha scritto un poeta irlandese, <strong>Seamus Heaney,</strong>  ma starebbe bene scolpito sull&#8217;architrave di pietra del portone di una casa in un paese d&#8217;Appennino che tornerà a essere vivo, perché non può essere altrimenti.<br />
Contro, ogni legge dell&#8217;economia; a favore, ogni moto del cuore e ogni riflessione di buon senso. <strong>Il Molise esiste, l&#8217;Appennino pure</strong>.</p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.appenniniweb.it/2018/04/02/il-molise-e-vivo-e-lotta-insieme-a-noi-per-lappennino/">Il Molise è vivo e lotta insieme a noi, per l&#8217;Appennino</a> proviene da <a href="https://www.appenniniweb.it">AppenniniWeb</a>.</p>
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