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	<title>Cammini Archivi - AppenniniWeb</title>
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	<description>Gli Appennini, una patria in salita</description>
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	<title>Cammini Archivi - AppenniniWeb</title>
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	<item>
		<title>Guida alle passeggiate nel vento di giugno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Jun 2024 19:50:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cammini]]></category>
		<category><![CDATA[profumo]]></category>
		<category><![CDATA[Umbria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il vento di giugno è un vento di giustizia, che condivide profumi altrimenti destinati a pochi gli ultimi profumi di primavera</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><br>Se vi dovesse capitare di camminare in giugno, in una giornata ventosa, tra montagne e colline intorno all’Appennino potrebbe essere opportuno tenere a mente che&#8230;<br>&#8230;Che il vento di giugno, in campagna, è una benedizione e trasporta profumi dolci, profondi, forti, narcotizzanti, lievi, tantissimi, molti indecifrabili, come quelli dell&#8217;oceano.<br>Che il vento di giugno è una benedizione rara, prima della quiete e dell’immobilità dell&#8217;estate.<br>Che è un vento di giustizia che condivide profumi altrimenti destinati a pochi, gli ultimi profumi di primavera.<br>Che è una fatica per le api che si devono tenere strette agli steli e alle corolle dei fiori, ma è un sollievo per il nostro cuore. Che è una fatica per le cornacchie in equilibrio sul cavo del telefono teso tra i pali, ma è anche gentile perché ti porta il suono delle campane degli altri paesi che raramente riesci a sentire.<br>Che è una piccola magia, perché ti fa vedere le onde in un campo di grano, i chiaroscuri dipinti dalle nuvole che passano veloci davanti al sole sui colori, il giallo il rosso il verde, che s’accendono e si spengono e che, quelli no, non li trovi in nessun oceano, e che a noi gente dell&#8217;entroterra riempiono l&#8217;anima.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dunque il vento di giugno è un vento che spolvera la primavera, la fa brillare tra le <em>macchie</em> e i campi coltivati. Tra piccoli boschi e grandi radure che si alternano e che, a pensar bene, sono ancora lì come il segno, l’impronta, di una lotta lunghissima e di un accordo di pace tra l&#8217;uomo e la natura tra generazioni di uomini e il mondo vegetale. Un po&#8217; a me e in po&#8217; a te, come sulla tavola della cucina di una vecchia famiglia di contadini, come nei sacrifici lustrali per le purificazioni in onore degli antichi dèi senza volto che sovraintendevano alle nostre vite da queste parti. Come una preghiera muta alla grande madre che in primavera risorgeva dal regno sotterraneo per fare fruttificare la terra e sfamare i suoi figli.<br></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="461" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2024/06/vento1-1024x461.jpeg" alt="" class="wp-image-5093" style="width:629px;height:auto" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2024/06/vento1-1024x461.jpeg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2024/06/vento1-300x135.jpeg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2024/06/vento1-768x346.jpeg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2024/06/vento1-1536x691.jpeg 1536w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2024/06/vento1.jpeg 1600w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Così, se l&#8217;Appennino ha un&#8217;anima, e tutti noi ne siamo convinti, quest&#8217;anima ha anche un profumo, come pensava <strong>Jean Baptiste Grenouille </strong>protagonista del romanzo di <strong>Peter Süskind</strong>. <br>Così il vento di giugno ci ricorda l’importanza dei profumi delle nostre montagne delle nostre colline, ma non ci spiega a cosa servano. Però se lo chiedi a un’ape certo lo sa, se lo chiedi a un fiore lo sa. <br>Così, alla nostra umana e limitata percezione, i profumi possono suggerire solo una cosa: che la grande macchina della natura sta funzionando, che i fiori delle ginestre sbocciano, che gli impollinatori arrivano, che la vita si trasmette e che la primavera ripete il suo miracolo ciclico. La grande macchina funziona e <strong>il profumo della primavera è il profumo dell&#8217;armonia</strong> che tutti cerchiamo e che è così sfuggente e volatile, come un profumo appunto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E mentre stai in piazza, la sera, a prendere il Campari, ti sembra di sentire ancora sulla maglietta l&#8217;odore delle ginestre della montagna che vedi lì di fronte al tavolo dove stai seduto. E così, quell’odore, insieme al Campari, insieme a quella montagna sfumata di giallo davanti agli occhi, diventa un cocktail che neanche il miglior barman sarebbe in grado di <em>shakerare</em>. Con quella luce di giugno poi…che ti fa ricordare <strong>Virginia</strong> Woolf, le sue gite e le sue passeggiate&#8230;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">&#8230;spesso si sorprendeva seduta a guardare, seduta a guardare con il lavoro nelle mani, finché era diventata ciò che stava guardando, per esempio quella luce.</p>
</blockquote>
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		<title>Una Primavera umbra, tra Zolfo e Mercurio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 May 2024 19:40:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cammini]]></category>
		<category><![CDATA[solfatara]]></category>
		<category><![CDATA[Umbria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’acqua che ribolle ma resta fredda, l’odore di zolfo dalla terra e le aurore boreali nei cieli del Sud. La</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">L’acqua che ribolle ma resta fredda, l’odore di zolfo dalla terra e le aurore boreali nei cieli del Sud. La linfa che spinge il nuovo verde nei germogli e Persefone che è più forte delle tempeste solari, del riscaldamento e dei raffreddamenti, dei virus e delle connessioni permanenti e neurali. <em>Primavera comunque viene</em>, sulle nostre montagne e sulle nostre colline, con le sue meraviglie. Le meraviglie della natura e della sua forza creatrice e distruttrice.<br>Come sempre è sufficiente camminare per andare incontro a misteri che non sono <em>eleusini</em>, ma caserecci, infiniti e perenni.<br></p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="La solfatara di Casigliano (Umbria)" width="800" height="450" src="https://www.youtube.com/embed/Uz7x4XXyOG8?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>La memoria dell’acqua</em> è talmente profonda da farle ritrovare sempre una via per tornare in superficie, come Persefone che torna puntuale dal regno di Ade, grazie a un miracolo della normalità. Così <strong>la solfatara di Casigliano</strong>, in mezzo alla dolcezza melliflua (tanto è colma di fiori e di api) della più bella campagna umbra, con il suo olezzo sulfureo percepibile a distanza che sovrasta i profumi delle ginestre e dei biancospini, ci ricorda che esiste anche un mondo di sotto. Che esistono altri mondi, tutti insieme.<br><strong>Questa polla</strong>, già nota nel Settecento e nell’Ottocento, più volte ricoperta, anche di recente, da mezzi meccanici poco propensi a manovre irrazionali, è una delle piccole dimostrazioni, dei portentosi trucchi tra i quali si nasconde la forza della natura. Il <em>nume</em> se la gioca qui, nel bel mezzo dell’armonia del cambiamento ciclico e stagionale, tra campi coltivati, paesi che fanno paesaggio, castellacci e rocchette, campanili e boschi rinselvatichiti frequentati da cinghiali e da lupi per niente cattivi, forse eredi di quello addomesticato dal santo <em>stregone</em> di Assisi.<br>Intorno a questa pozza gorgogliante che squarcia con le sue argille grigie il verde prorompente del grano di maggio e del rigoglioso favino, è difficile immaginare ninfe e baccanali. Magari di notte qui si radunano altri esseri fatati che non è bene nominare, come quelli che intorno all’altra solfatara di <strong>Montenero</strong> si prendono il respiro degli uccelli lasciandoli privi di vita e d’anima, sui bordi della pozza.<br><em>La solfatara uccide</em>, con il suo alito, e cura con la sua essenza che emerge dalle viscere della terra. Oggi non lo sa quasi nessuno, ma per secoli i semplici pastori lo sapevano: per curare il loro gregge, per curare le malattie delle pecore, per lavare il vello prima della tosatura, non c’era di meglio che un bagno a mollo nella solfatara. Qui, d’altronde, transitavano le greggi della piccola transumanza dall’Alta Valnerina, per i Martani, fino a stazionare a Santa Maria  in Pantano, vicino a un’altra <em>solfonara</em> (oggi ricordata da un toponimo) e poi verso la Maremma. <br>Altrove questo ribollire d&#8217;acqua sulfurea ha fatto tremare e fantasticare, ha evocato immagini divine, spaventose e rispettate, come la <a href="https://www.appenniniweb.it/2023/11/27/mefite-la-dea-dellirpinia-selvatica-al-di-la-del-bene-e-del-male/"><strong>dea Mefite</strong>, nell’alta Irpinia,</a> nelle terre dell’Ansanto. Anche lì uomini e animali morivano e si curavano nel nome di un nume, nella meraviglia di un portento naturale.<br><br>Così quest’odore di zolfo nel <em>maggio sacro</em> e profumato della campagna umbra, assomiglia a quello delle radici delle nostre montagne; è il ricordo olfattivo di quel magma e di quella forza, del fuoco che le ha mosse e le ha create ed è meraviglioso pensare che ancora la terra se ne nutra, gli animali se ne possano curare e gli uomini berlo ed essere tutt’uno con le radici, anche se hanno un odore difficile da digerire. Come tutte le radici che rischiano di marcire. Ma qui tra i segreti evidenti, in effetti lo zolfo appare per quel che è: complementare al mercurio delle primavere.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Maggio sulle colline umbre tra Acquasparta, Configni e Casigliano" width="800" height="450" src="https://www.youtube.com/embed/xh_F9HloEUs?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph">,<em>(Musica di Marco Baccarelli)</em></p>
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		<title>Il sentiero dei sensi ridesti</title>
		<link>https://www.appenniniweb.it/2023/04/09/il-sentiero-dei-sensi-ridesti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Apr 2023 17:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cammini]]></category>
		<category><![CDATA[sensi ridesti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tutto è nei tuoi cinque sensi e tutto è oltre, nella dimensione del sacro che coincide con quella della libertà di camminarci dentro</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.appenniniweb.it/2023/04/09/il-sentiero-dei-sensi-ridesti/">Il sentiero dei sensi ridesti</a> proviene da <a href="https://www.appenniniweb.it">AppenniniWeb</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Camminare e accendere i sensi. Tutti e cinque. Più altri, di conseguenza.<br><strong>Ascoltare</strong> il rumore del vento che muove i rami dove stanno spuntando le nuove gemme primaverili, i versi degli uccelli, il picchio che batte sui tronchi, i cigolii dei rami.<br><strong>Vedere</strong> il paesaggio in una prospettiva finalmente ampia, con la vista periferica, o in profondità, immersi nelle immagini in maniera così differente da quando siamo davanti ad uno schermo.<br><strong>Sentire</strong>, sfiorandola con una mano, la ruvidezza del tronco di una quercia, o con i piedi avvertire i sassi che calpesti attraverso le suole.<br><strong>Annusare </strong>il profumo del muschio, dell&#8217;aria ripulita dalla tramontana, della terra, del letame, della legna che brucia nei camini delle case di pietra mentre ci passi davanti.<br><strong>Assaporare </strong>un asparago appena spuntato, la leggerezza dell&#8217;acqua di una fontana.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Esiste davvero un <strong>sentiero dei Sensi Ridesti</strong>, ed è in Umbria, intorno a una foresta fossile tornata alla luce dopo milioni di anni trascorsi nell’argilla a Dunarobba, tra le colline, i Monti Martani e i Monti Amerini (<a href="http://www.forestafossile.it" target="_blank" rel="noreferrer noopener">www.forestafossile.it</a>). Ma ogni sentiero, ovunque, se lo si percorre con cuore e mente aperti, è capace di risvegliare i sensi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Abbiamo bisogno dei sensi ridesti, perché nella vita ordinaria, nella quale ci siamo costretti a vivere, i nostri cinque sensi sono assopiti, insieme all&#8217;umana abilità di usarli per andare oltre. Eppure basta trasformare una passeggiata nella natura in qualcosa di simile a una funzione religiosa per ridestare i sensi, per provare a percepire l&#8217;impercettibile e tornare ad essere presenti a sé stessi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con i sensi ridesti la prima cosa da fare è alzare la testa e guardare, quasi fosse un simbolo, il disegno dei rami delle querce che s&#8217;incrociano sopra il sentiero ad abbracciare l&#8217;infinito, delimitandolo, solo per te. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa religione della passeggiata, come l&#8217;altra, serve in fondo a intuire e poi a delimitare lo spazio infinito per entrarci dentro, come da una porta, senza impazzire di terrore, o di stupore. E la porta è lì. Nel verde che prorompe, nei nuovi vestiti dei monti, nella primavera che è ovunque, nel cielo disegnato dai rami, di azzurro e di nuvole bianche e scure che corrono veloci nel vento, nelle gocce di pioggia gelata che senti sulla testa, nello schiaffo della tramontana, nella ricerca dell’arcobaleno spalle al sole, nel profumo dei giacinti e della mentuccia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Tutto è nei tuoi cinque sensi e tutto è oltre, nella dimensione del sacro che coincide con quella della libertà di camminarci dentro.&nbsp;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Così, se i cinque sensi sono accesi il cammino prende spesso direzioni sconosciute: si va verso quei sentieri interrotti dei quali parlava <strong>Martin Heidegger</strong>, si va oltre, nell&#8217;ignoto, nel tempo e nello spazio, in cerca di un&#8217;altra libertà, più ampia, più profonda, come quella dell&#8217;essere che trova, in mezzo ai rovi, il passaggio sottile, per riconoscersi nei luoghi attraverso i geni che ci portiamo dentro e per riconoscere i geni dei luoghi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I cinque sensi, i <em>siensi </em>come si dice in Irpinia alludendo a quelle qualità che ci rendono umani, diventano <strong>strumento di connessione</strong>, diventano chiavi.<br>Così è quasi incredibile come una semplice passeggiata possa darti la soluzione che mille ricerche su Google, o centomila pagine di libri non riescono a darti, connettendoti ad una rete ben più ampia e incredibilmente reale.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br></p>
<cite><strong>San Bernardo di Chiaravalle</strong></cite></blockquote>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="489" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2023/04/IMG202304081703112-1024x489.jpg" alt="" class="wp-image-4771" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2023/04/IMG202304081703112-1024x489.jpg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2023/04/IMG202304081703112-300x143.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2023/04/IMG202304081703112-768x367.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2023/04/IMG202304081703112-1536x733.jpg 1536w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2023/04/IMG202304081703112-2048x978.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
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		<item>
		<title>Sui Monti Martani in cerca di una piccola patria</title>
		<link>https://www.appenniniweb.it/2021/10/24/sui-monti-martani-in-cerca-di-una-piccola-patria/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Oct 2021 10:55:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cammini]]></category>
		<category><![CDATA[Montagna musa]]></category>
		<category><![CDATA[appenniniweb]]></category>
		<category><![CDATA[monti martani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cosa significa camminare sulle montagne dedicate agli dèi giusto al centro dell'Italia</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.appenniniweb.it/2021/10/24/sui-monti-martani-in-cerca-di-una-piccola-patria/">Sui Monti Martani in cerca di una piccola patria</a> proviene da <a href="https://www.appenniniweb.it">AppenniniWeb</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap wp-block-paragraph">Parliamoci chiaro.<br>Qui non si tratta solo di camminare.<br>Qui si attraversa un mondo sconfitto, le sue rovine, il suo splendore e le sue miserie, quello che era, e quel che avrebbe potuto essere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poco più in là, oltre il bosco, c&#8217;è anche ciò che sarà; ma siccome non lo vediamo, possiamo solo provare a immaginarlo.<br>Qui si tratta di camminare in <strong>una piccola patria</strong> dimenticata: la nostra.<br>Qui si tratta di camminare tra i nostri <strong>dèi</strong><em> </em>e i nostri <strong>lari</strong>, tra i nostri  colori e i nostri profumi, che siano quello delle orchidee selvatiche, o l’odore del letame.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2016/08/058-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-89" width="306" height="306" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2016/08/058-1024x1024.jpg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2016/08/058-150x150.jpg 150w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2016/08/058-300x300.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2016/08/058-768x768.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2016/08/058-100x100.jpg 100w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2016/08/058.jpg 1440w" sizes="auto, (max-width: 306px) 100vw, 306px" /></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">Camminare in un mondo sconfitto. Sulla nostra isola,<em> </em>un&#8217;isola che non c&#8217;è, ma che è reale come una roccia. <strong>Un&#8217;isola-montagna</strong>, circondata da un mare che non esiste, ma che talvolta si lascia immaginare.<br><br>In novembre – per esempio &#8211; è un mare di sbuffi, di nebbie gonfie e pesanti come nuvole cadute in terra. Altrimenti, in marzo, è un mare di un verde smeraldo, ondeggiante al vento come il grano appena spuntato; un mare mosso tutt’intorno, che poi si placa e vira al giallo-ocra in giugno e in agosto; infine torna in movimento e marrone, in ottobre, increstato dagli aratri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Delle tre valli umbre, alle quali vogliono ancora dedicare una strada perforante, da quassù, dalla cima di quest&#8217;isola-montagna, ne abbracciamo con lo sguardo almeno due. La terza la immaginiamo soltanto, sotto i profili delle cime più alte della Valnerina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma dai Martani lo sguardo è libero, fino al monte degli <strong>Irpi</strong> <strong>Sorani</strong>, il mitico <strong>Soratte</strong>, fino all’antico vulcano dell’<strong>Amiata</strong>, fino ai grandi massicci del <strong>Gran Sasso</strong>, della <strong>Laga</strong>, dei <strong>Sibillini</strong> e del <strong>Terminillo</strong>, fino alla <strong>Maiella</strong> e al monte <strong>Cucco</strong>…</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui spesso si cammina non solo per spostarsi, ma per raggiungere un belvedere più in alto. Così si esercita lo sguardo in molti e diversi modi. Da dentro verso fuori, sul lontano da noi, sull’ampio, oppure sui particolari, sui monti stessi, sul passato remoto, sul futuro e dentro di noi. In ogni caso è uno sguardo che assottiglia l’io.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui siamo al centro. Siamo al centro dell’Umbria, dell’Italia, dell’<strong>Appennino</strong>, del <strong>Mediterraneo</strong>. Forse, e con un po’ d’impegno, potremmo essere anche al centro di noi stessi.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/11/GIANO-.jpg" alt="" class="wp-image-3462" width="240" height="119" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/11/GIANO-.jpg 866w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/11/GIANO--300x148.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/11/GIANO--768x380.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 240px) 100vw, 240px" /></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco. Il fatto è che per camminare quassù spesso bisognerebbe avere due volti, come il buon padre <strong>Giano</strong>, il dio degli inizi. Un volto che guarda al passato e uno al futuro. Col terzo volto, quello che non si vede, fisso nel presente inafferrabile, sfuggente ma concreto. Bisognerebbe salire come <strong>Marte</strong>, lancia in pugno, per difendere quel che resta, ovvero il luogo; bisognerebbe cercare le tracce della propria comunità, tanto cara al terzo dio della triade umbra, <strong>Vofione/Quirino</strong>; onorare il dio ordinatore <strong>Saturno</strong><em> </em>e ritrovarlo nelle tracce lasciate nel paesaggio, più o meno come <strong>Francesco</strong><em> </em>d’Assisi ritrovava, sempre qui, tra i nostri boschi, l’Altissimo e Bon Signore.<br>Bisognerebbe, come lui, comprendere di nuovo la lingua degli uccelli e, come un augure, interpretare il canto dell’upupa e i versi del picchio verde; esplorare i boschi di faggi e di lecci in cerca di <strong>Fauno</strong> e <strong>Lucina</strong>, delle loro fonti, delle radure trafitte dai raggi del sole, delle erbe selvatiche e salvifiche e degli animali sacri.<br><em>Bisognerebbe cioè ritrovare gli dèi delle origini, ovvero percepire la divinità così come – semplicemente e quasi priva di mediazione &#8211; è apparsa all&#8217;alba della storia proprio tra queste montagne, piccole, ma speciali e centrali. E da qui ripartire per un nuovo viaggio</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che ci crediate o no, sui monti Martani, ci sono sentieri che possono aiutare a cercare tutto questo &nbsp;e – se volete – potete provare a percorrerli.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/10/marta2-1024x472.jpg" alt="" class="wp-image-4481" width="604" height="278"/></figure></div>
<p>L'articolo <a href="https://www.appenniniweb.it/2021/10/24/sui-monti-martani-in-cerca-di-una-piccola-patria/">Sui Monti Martani in cerca di una piccola patria</a> proviene da <a href="https://www.appenniniweb.it">AppenniniWeb</a>.</p>
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		<title>La lingua degli uccelli e il silenzio delle cime</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Oct 2021 19:42:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cammini]]></category>
		<category><![CDATA[Montagna musa]]></category>
		<category><![CDATA[antichi Umbri]]></category>
		<category><![CDATA[San Francesco]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La cima non è la meta. La meta è lo stupore. E con esso lo svelamento dell’orizzonte totale. Ma il</p>
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<p class="has-drop-cap wp-block-paragraph">La cima non è la meta.<em> La meta è lo stupore</em>. E con esso lo svelamento dell’orizzonte totale. Ma il cielo è troppo grande e va tagliato come un velo per riconoscerne i segreti, senza correre il rischio d’impazzire. Questa è una pratica nella quale, in <strong>Appennino</strong>, eccellevano gli antichi <em>aùguri </em>dei Padri umbri. Una pratica tramandata nei secoli, grazie al genio di questi luoghi potenti.<br><br>Gli <em>aùguri</em>, sacerdoti, pontefici, celebranti, che erano capaci di aumentare, di accrescere il senso del sacro, che con i loro bastoni, in piedi sulle rocce delle cime appenniniche, delimitavano il cielo.<br><br>Il taglio disegnato idealmente nel cielo con gesti calmi, il <em>temnos</em> (Τῆμνος) formava lo spazio augurale, il tempio celeste.<br><br><strong>Tempio</strong>, <em>temnos</em>, <em>tempus</em>: c’è una radice comune in queste parole, perché anche il tempo è un taglio, una cesura.<br><br>Nel <strong>cielo sacro </strong>degli antichi umbri, sopra le montagne, gli uccelli, nella varietà delle specie, erano i messaggeri del divino; l’interpretazione del loro volo, la traiettoria d’ingresso nello spazio sacro, da destra o da sinistra, rendeva accessibile il linguaggio divino, ne era interprete.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questi miracoli accadevano sulle cime, sul monte <strong>Ingino</strong>, sul <strong>Solenne</strong>, sul <strong>Catria</strong>, sul <strong>Torre Maggiore</strong>, l’Ara Major, sul <strong>Subasio</strong>, sulla <strong>Verna</strong>….<br><br>Sul <strong>Subasio</strong>…<em><br>“Io credo, carissimi fratelli, che al Nostro Signore Gesù Cristo piace che noi abitiamo in questo monte solitario, se tanta allegria manifestano le nostre sorelle e i nostri fratelli uccelli”</em>.<br><br>Sulla <strong>Verna</strong>…<br>“…per tutt<em>o il tempo di quella Quaresima, ricevette una visita dal cielo: un falcone che nidificava nei pressi della sua cella, ogni notte, poco prima del Mattutino, gli si avvicinava e col suo canto e col suo dibattersi lo destava, e non si allontanava fino a che Francesco non iniziava la preghiera del mattino</em>”.<br><br></p>



<p class="wp-block-paragraph">Sulle orme degli antichi Padri anche <strong>Francesco d’Assisi</strong> parlava agli uccelli e ne intendeva il linguaggio.<br>A volte lo faceva in pianura, nella Valle Umbra…<br><em><br>&#8220;Andando il beato Francesco verso Bevagna, predicò a molti uccelli; e quelli esultanti stendevano i colli, protendevano le ali, aprivano i becchi, gli toccavano la tunica; e tutto ciò vedevano i compagni in attesa di lui sulla via.&#8221;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Altre volte saliva in cerca di orizzonti sugli stessi sentieri e sulle stesse pietre dei Padri, levando le braccia al cielo.<br><br>Chi può dire perché? Il segreto della lingua degli uccelli non è semplice da scoprire, forse lo si può fare solo con l’ignoranza del cuore puro, quello del fanciullo, guardando l’orizzonte totale con stupore.<br><br><em>“I disparati volti degli uccelli del mondo non sono che ombre del bel Simurgh”</em>, si legge nel libro dedicato alla lingua degli uccelli di <a href="https://www.ibs.it/libri/autori/farid-ad-din-attar">Farid ad-din Attar</a>, un classico della <strong>tradizione Sufi</strong>.<br><br>Ma l’upupa, il picchio verde, la cornacchia osservati con devozione dagli auguri umbri, fratello sole, sorella luna e le stelle di Francesco, restano solo <em>l’ombra della luce</em>. Sono solo un desiderio di andare alla fonte di fronte alla quale non ci sono parole, ma occorre restare in silenzio, come indicano le <strong>Tavole di Gubbio</strong>, come suggerisce <em>il dialogo nella lingua degli uccelli</em>, come impone la sosta sulla cima.<br><br><em>&#8220;Il cammino deve ascendere per farsi non solo curvo, ma anche circolare e assoluto. Come un quadrato che, ruotando, si fa cerchio in modo da ordinare, lungo la circonferenza, sia lo spazio che è intorno, sia la sintesi e il sodalizio di ciò che è dentro e in alto. Per culminare in vetta come su di un cono, il quale sembra mostrare, al Fanciullo stupito, l’ordine del cosmo. Un asse, con una mirabile spirale attorno, che in verticale realizza l’armonia di cielo e terra, quasi fosse un arcaico pileo posto sull’universo e curvato all’interno&#8221;.</em>  (<a href="https://www.barbadillo.it/95573-il-caso-arriva-in-libreria-il-ritorno-oltre-il-tramonto-breviario-per-vivere-la-tradizione/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Il ritorno oltre il tramonto – L’arco e la corte – Il solitario</a>)<br><br></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/01/solenne2-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-4237" width="648" height="486" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/01/solenne2-1024x768.jpg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/01/solenne2-300x225.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/01/solenne2-768x576.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/01/solenne2-1536x1152.jpg 1536w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/01/solenne2.jpg 1600w" sizes="auto, (max-width: 648px) 100vw, 648px" /></figure></div>
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		<title>Dalla città ai monti senza motori&#8230;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 May 2021 15:19:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cammini]]></category>
		<category><![CDATA[Mappe]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Svegliarsi presto, prima dell’alba e andare alla finestra a riempirsi gli occhi con la luce impudente che inizia a scendere</p>
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<p class="has-drop-cap wp-block-paragraph">Svegliarsi presto, <strong>prima dell’alba</strong> e andare alla finestra a riempirsi gli occhi con<strong> la luce impudente</strong> che inizia a scendere dalla cima delle montagne. Sentire nell&#8217;<strong>aria frizzante</strong> e pulita che sarà una giornata magnifica, di fine primavera. Preparare lo zaino, riempire la borraccia, stringere i lacci degli scarponi e uscire di casa. <strong>A piedi, dal centro della città, avviarsi passo dopo passo verso i monti</strong>. No, non abbiamo dimenticato l’auto. Verso i monti si va a piedi dall&#8217;uscio di casa, anche se c’è da fare qualche chilometro per uscire dalla città. Ne vale la pena? Sì!</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/05/knulp.png" alt="" class="wp-image-4394" width="171" height="127"/></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>UNA SFIDA ROMANTICA<br>Lasciare a casa i mezzi di trasporto meccanici</strong> e farsi trasportare solo da sé stessi, dalle proprie gambe, alla velocità più naturale che esista, quella dei piedi, anche nell&#8217;avvicinamento alla cima, a quello che sarebbe il punto di partenza dell’escursione segnato sulla mappa. Non è una scelta logica, razionale, forse è solo una piccola sfida romantica. Oppure è <strong>un atto dovuto</strong>: di ribellione, di rappacificazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>CONFINAMENTI E FUGHE</strong><br>Durante quello che qualcuno si ostina a chiamare <em>lockdown</em>, ma che sarebbe più opportuno definire <strong>confinamento</strong>, o chiusura, uno dei pochi modi di evadere è stato di <a href="https://www.appenniniweb.it/2021/03/02/la-pandemia-ci-riporta-sulla-montagna-di-casa-istruzioni-per-luso/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">uscire a piedi e di allontanarsi, per quanto possibile, dalle proprie case</a>, verso la natura…Una pratica troppo spesso dimenticata che la <strong>pandemia</strong>, tra tanti guai, ci ha riportato nella mente e nelle gambe…</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>LASCIARSI ALLE SPALLE LA CITTA</strong>&#8216;<br>Lasciarsi alle spalle la città, non è dunque solo una metafora. <strong>Lasciarsi materialmente alle spalle la città</strong>, passo dopo passo, può diventare una pratica, <strong>una via di liberazione</strong> e di riconciliazione. <br><em>“Solo quando ci siamo perduti, in altre parole solo quando abbiamo perduto il mondo, iniziamo a trovare noi stessi e a capire dove siamo”</em>, diceva <strong>Henry David Thoreau</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>IL SENTIERO CHE PASSA SOTTO CASA<br></strong>Il piccolo segreto per perdersi (e ritrovarsi) è prendere<strong> il sentiero che passa sotto casa</strong>, sotto la casa di ognuno…e che <strong>porta in ogniddove</strong>…Occorre però farlo davvero, perché è possibile, perché solo l’esperienza diretta ti fa immergere nel senso delle cose. Ti riporta  alla giusta misura, ti focalizza nel luogo e ti fa capire quale sia la reale (e modesta) distanza tra la città e il monte, tra la vita dove il tempo si configura nel <em>planning </em>dello <em>smartphone </em>e quella in cui il tempo si percepisce nelle albe e nei tramonti. </p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/235px-wandervogel_greif-svg.png" alt="" class="wp-image-4350" width="358" height="227"/></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>PERDIGIORNO E UCCELLI MIGRATORI</strong><br><strong>Lasciamo la casa comoda, per andare in un’altra casa più grande</strong>, meno comoda ma con molte possibilità in più e una bellissima vista. Come il <strong><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Vita_di_un_perdigiorno">perdigiorno </a></strong>di&nbsp;<strong>Joseph Freiherr von Eichendorff</strong>&nbsp;che inizia il suo avventuroso viaggio a piedi dall&#8217;uscio di casa. Come i <strong><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Wandervogel" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Wandervogel</a></strong>, i giovani &#8220;uccelli migratori&#8221; che all&#8217;inizio del ‘900 si ribellavano alle rigide regole borghesi e all&#8217;industrializzazione della Germania guglielmina e prendevano, da Berlino, la via dei boschi e della valle di Nuthe, chiamandosi l’un l’altro e uscendo dalle proprie case di Steglitz prima del sorgere del sole. Come <strong>Knulp</strong>, il vagabondo di Herman Hesse&#8230;Come i nostri nonni montanari e cacciatori che conoscevano ancora i sentieri in uscita dalla città.<br><br><strong>L&#8217;APPENNINO A PORTATA DI PIEDE</strong><br>La natura non è un posto da visitare, ma dove sentirsi a casa, diceva in effetti <strong>Gary Snyder</strong>. Per questo, una volta tanto proviamo ad andarci direttamente con le nostre gambe, ad <strong>essere vagabondi a casa nostra</strong>. Soprattutto <strong>in Appennino, dove molto spesso sono le montagne stesse che entrano dentro le nostre città e nei nostri paesi</strong>, come tanti quadri verdissimi&nbsp;incorniciati dalle finestre che ci mostrano un altrove molto più vicino di quanto possiamo immaginare. A portata di piede.<br></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/05/de05f1ab-f3aa-4bc0-8b59-9d44e45edf32-1024x509.jpg" alt="" class="wp-image-4393" width="761" height="378" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/05/de05f1ab-f3aa-4bc0-8b59-9d44e45edf32-1024x509.jpg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/05/de05f1ab-f3aa-4bc0-8b59-9d44e45edf32-300x149.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/05/de05f1ab-f3aa-4bc0-8b59-9d44e45edf32-768x382.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/05/de05f1ab-f3aa-4bc0-8b59-9d44e45edf32-1536x763.jpg 1536w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/05/de05f1ab-f3aa-4bc0-8b59-9d44e45edf32.jpg 1908w" sizes="auto, (max-width: 761px) 100vw, 761px" /></figure></div>
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		<title>Sul naturale desiderio di camminare verso la primavera…</title>
		<link>https://www.appenniniweb.it/2021/04/28/sul-naturale-desiderio-di-camminare-verso-la-primavera/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Apr 2021 16:59:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cammini]]></category>
		<category><![CDATA[Montagna musa]]></category>
		<category><![CDATA[vagabondaggio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Quando aprile con le sue dolci piogge ha penetrato fino alla radice la siccità di marzo, impregnando ogni vena di</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.appenniniweb.it/2021/04/28/sul-naturale-desiderio-di-camminare-verso-la-primavera/">Sul naturale desiderio di camminare verso la primavera…</a> proviene da <a href="https://www.appenniniweb.it">AppenniniWeb</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">&#8220;<em>Quando aprile con le sue dolci piogge ha penetrato fino alla radice la siccità di marzo, impregnando ogni vena di quell&#8217;umore che ha la virtù di dar vita ai fiori, [&#8230;] la gente è allora presa dal desiderio di mettersi in pellegrinaggio, e d&#8217;andare per contrade forestiere alla ricerca di lontani santuari variamente noti. </em>&#8220;<br><strong>Geoffrey Chaucer</strong>, I racconti di Canterbury</p>



<p class="has-drop-cap wp-block-paragraph">Sono tempi di partenze e di ripartenze questi. Ora, anzi, come non mai. Perché a star fermi si fa peccato. E forse ci si ammala pure.<br>Aprile d’altronde è il mese dell’affermazione della primavera, il secondo mese dell’anno romano, quello nel quale le giovani genti d&#8217;Appennino viaggiavano verso terre ignote nelle ancestrali primavere sacre che servivano a seminare i popoli nella prima Italia.<br>Come resistere allora a un genio così profondamente radicato nella nostra anima? Come resistervi dopo tanti mesi di prigionia?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dunque ad aprile occorre partire: a piedi. E come sennò?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qualcuno lo chiama <em>trekking</em>, qualcun altro <em>cammino</em>. In pochi lo chiamano col nome più audace: <em>vagabondaggio</em>. Ma è questa <strong>la vera essenza del camminare per giorni</strong>, in qualsiasi condizione atmosferica, con lo zaino pesante sulle spalle: non avere meta, perdersi. Perdersi i giorni oziosi, le mattinate in ufficio, i discorsi inutili, i rancori, le bassezze e le piccolezze della vita borghese. <strong>Perdersi</strong> <strong>per</strong> <strong>ritrovarsi</strong> sotto la pioggia, in un sentiero sconosciuto, verso un paese del quale non abbiamo mai prima pronunciato il nome e senza sapere chi ci accoglierà.  Come il vagabondo di Herman <strong>Hesse</strong>, come il perdigiorno di <strong>von Eichendorff</strong>, come i placidi e temerari hobbit viaggiatori instancabili di <strong>Tolkien</strong>. O come un giovane uccello migratore, un <strong>Wandervogel</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Anche sui sentieri d’Appennino si può vagare senza cercare altra meta se non un altrove</strong>.<br><br><strong>Il fatto è che il cammino in Appennino conduce</strong> spesso in territori marginali, dimenticati, poco osservati dall’occhio di chi ci governa e ci sorveglia.<br><strong>Il fatto è che camminando si entra in una dimensione diversa</strong>, in quella normale. Perché il camminare è il gesto più naturale che ci sia per un essere umano. E l’attenzione di ciascuno di noi è tarata sulla velocità dei nostri passi, così come lo sono le nostre reazioni e le conseguenti riflessioni.<br><strong>Il fatto è che il camminare evoca fatiche condivise e individuali, comunità e solitudine</strong>, ci rimette a contatto diretto con la terra, con i piedi per terra, e ci fa raggiungere quel che non speravamo di raggiungere con le nostre forze, a volte oltre le forze.<br><strong>Il fatto è che il camminare ci consente di non guardare più l’orologio</strong> e ci concede, finalmente, il tempo per dimenticare il tempo, perché ci conduce dove non c’è il ticchettio delle lancette, ma solo il ritmo del respiro e quello dei passi. <br><strong>Così le giornate trascorse camminando sono tra le poche degne di essere ricordate, le più gloriose…</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/235px-wandervogel_greif-svg.png" alt="" class="wp-image-4350" width="188" height="118"/></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">Perciò se aprile porta con sé la voglia di camminare…occorre andare <strong>non importa fino a dove, ma verso….</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Verso le montagne, per noi <em>appenninici</em>, e verso <strong>la parte più interna del Paese e di noi stessi, verso la primavera</strong>.<br>Verso i misteriosi <strong>Sibillini</strong>, nella quiete numinosa di <strong>Colfiorito </strong>e sugli altipiani di <strong>Montelago</strong>, verso l’arcaica <em>inesistenza</em>  dei <strong>tratturi molisani</strong>, verso le <strong>asprezze abruzzesi</strong>, verso i boschi del <strong>Casentino </strong>e dell’<strong>Alpe della Luna</strong>, sulla grande madre <strong>Majella</strong>, sulla via dei Lombardi tra <strong>Sassalbo </strong>e <strong>Cerreto</strong>, nelle forre dell’apollineo <strong>Pollino</strong>, verso la contea ventosa dell’<strong>Alta Irpinia</strong>…<br>Verso…non importa dove, ma senza bisogno di guide e di segnali…</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“Non fa nessuna differenza, salvo un piccolo particolare, che per me ad ogni modo è di massima importanza. Che io senta la vita guizzare in me, sia essa sulla lingua o nelle suole, sia nella voluttà o sia nel tormento, che la mia anima sia mobile e possa insinuarsi con cento giuochi della fantasia in cento forme, in parroci e viandanti, in cuoche e assassini, in fanciulli e animali, in particolare in uccelli ed anche in alberi, questo è essenziale, questo voglio e di questo ho bisogno per vivere, e se un giorno tutto questo non dovesse più essere, se la mia vita dovesse essere inquadrata nella cosiddetta “realtà”, allora preferirei morire”</em>  <br><strong>Knulp</strong>, Herman Hesse<br></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="810" height="360" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/hesse.jpg" alt="" class="wp-image-4351" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/hesse.jpg 810w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/hesse-300x133.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/hesse-768x341.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 810px) 100vw, 810px" /><figcaption>Herman Hesse</figcaption></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.appenniniweb.it/2021/04/28/sul-naturale-desiderio-di-camminare-verso-la-primavera/">Sul naturale desiderio di camminare verso la primavera…</a> proviene da <a href="https://www.appenniniweb.it">AppenniniWeb</a>.</p>
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		<title>Il respiro della montagna che cambia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[La Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Apr 2021 18:31:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Blog d'Appennino]]></category>
		<category><![CDATA[Cammini]]></category>
		<category><![CDATA[Montagna madre]]></category>
		<category><![CDATA[Reportage]]></category>
		<category><![CDATA[Covid]]></category>
		<category><![CDATA[gran sasso]]></category>
		<category><![CDATA[scialpinismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un viaggio nella montagna appenninica ai tempi del Covid per capire cosa è cambiato e cosa cambierà</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>L’incanto delle montagne nell’era post-isolamento</em><br>un progetto di <strong>Francesco Pierini</strong> con la collaborazione di <strong>Peakshunter Mountain Guides</strong><br><em>&#8220;È possibile valorizzare territori montani, la cui economia è basata sul turismo di massa, con una nuova forma di turismo più sostenibile? È una scelta razionalmente plausibile, oltre che economicamente percorribile, considerando che si fonda su un’idea di turismo del tutto differente? Quali vantaggi potrebbe determinare? Con quali conseguenze?&#8221;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Testi di <strong>Silvia Pergami</strong> e <strong>Francesco Pierini</strong><br>Fotografie di <strong><a href="https://www.instagram.com/francesco_pierini_official/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Francesco Pierini</a></strong><br>Supporto tecnico e logistico di <strong><a href="https://www.instagram.com/peakshunter_mountainguides/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Peakshunter Mountain Guides</a></strong><br>Abbigliamento e attrezzatura di <strong>Ferrino Outdoo</strong>r</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il progetto: da cosa nasce l&#8217;idea<br></strong>Il progetto nasce dalla collaborazione tra <strong><a href="https://www.facebook.com/francescopieriniph" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Francesco Pierini</a></strong>, un fotografo specializzato in riprese outdoor e le guide alpine di <strong><a href="https://www.facebook.com/peakshunter" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Peakshunter Mountain Guides</a></strong>, professionisti certificati per attività in quota, tour e trekking per appassionati di montagna.<br>L’idea di partenza è quella di raccontare con le immagini un viaggio itinerante mirato a documentare <strong>il recente ritorno dell&#8217;ambiente montano ad uno spazio di libertà e di esplorazione</strong>, anche grazie alla pratica di discipline come lo <strong>scialpinismo</strong>.<br>Negli ultimi anni il prevalere della visione turistica su quella esplorativa ha gradualmente condotto verso un approccio poco sostenibile nei confronti dell&#8217;ambiente montano e alpino. <strong>Le finalità economiche hanno stravolto la prospettiva di scoperta degli spazi e delle tradizioni delle terre alte</strong>, trasferendovi concetti poco vicini agli autentici valori della montagna.<br>L&#8217;attuale momento storico segna <strong>un&#8217;importante fase di riscoperta delle terre alte</strong>, oltre che <strong>una occasione senza precedenti</strong>, nel passaggio obbligato dal turismo di massa, ormai non più sostenibile, <strong>verso un più consapevole turismo di qualità</strong>.<br>Il progetto nasce dall&#8217;idea di <strong>documentare come oggi l&#8217;ambiente montano stia tornando ad essere un &#8220;rifugio liberatorio&#8221; </strong>e non più un&#8217;affollata meta del turismo di massa, grazie alla pratica di discipline come lo scialpinismo. <br>Come <strong>conseguenza alle restrizioni sanitarie</strong>, si sta assistendo ad una <strong>rivalutazione delle attività gradualmente abbandonate</strong> dopo il boom degli impianti di risalita: oggi tali discipline rinnovano il loro significato originario, restituendo una ritrovata dimensione del vivere gli spazi della montagna, che richiede maggiore rispetto per tempi e prerogative che tali spazi pretendono di diritto, nell’offerta di ampi margini di benessere e inestimabili occasioni di divertimento.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/appe2-1024x682.jpg" alt="" class="wp-image-4311" width="760" height="506" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/appe2-1024x682.jpg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/appe2-300x200.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/appe2-768x512.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/appe2-1536x1023.jpg 1536w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/appe2.jpg 1600w" sizes="auto, (max-width: 760px) 100vw, 760px" /></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Perché lo scialpinismo?</strong><br>Lo scialpinismo, tra tutte le discipline amatoriali di alta quota, è forse <strong>l&#8217;attività legata alla montagna che meglio interpreta i concetti astratti di libertà e di rispetto dell&#8217;ambiente</strong>. Nessuna infrastruttura artificiale a motore, nessun impatto ambientale e soprattutto nessuna possibilità di assembramento.<br>Di qui <strong>l&#8217;idea di raccontare una montagna da scoprire a passo d&#8217;uomo</strong>, nel rispetto dei tempi della natura, r<strong>aggiungendo la cima con le proprie energie</strong>, per godere dall&#8217;alto di sconfinati panorami verso valle, <strong>lasciando libero spazio all&#8217;immaginazione e all&#8217;ispirazione</strong>. Fino a dove lo sguardo può spingersi, oltre la linea sottile dell&#8217;orizzonte. <br>Facendo un passo indietro nella storia, c&#8217;è chi direbbe &#8220;la necessità aguzza l&#8217;ingegno&#8221;: lo scialpinismo è infatti nato come modalità di spostamento durante la stagione invernale e fu proprio tale esigenza a muovere i precursori di questa disciplina nelle loro prime sperimentazioni di tecniche di salita e di discesa, attrezzature e materiali, assai diversi da quelli oggi a disposizione degli appassionati.<br><strong>Lo scialpinismo, nella sua essenza più autentica, incarna lo spirito di esplorazione e scoperta</strong> che l’uomo ritrova nel contatto diretto con il paesaggio e la natura, lontano dalla sua zona di comfort, dalle abitudini e dalla dimensione “urbana”.<br>Ecco perché è stato proprio lo scialpinismo il cuore pulsante di questo viaggio, il filo rosso di questo racconto emozionale, la dimensione autentica in cui tornare ad esplorare se stessi.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/appe12-1024x682.jpg" alt="" class="wp-image-4321" width="719" height="479" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/appe12-1024x682.jpg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/appe12-300x200.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/appe12-768x512.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/appe12-1536x1023.jpg 1536w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/appe12.jpg 1600w" sizes="auto, (max-width: 719px) 100vw, 719px" /></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L&#8217;idea diventa percezione</strong><br>L’esperienza itinerante vissuta <strong>tra i monti del massiccio del Gran Sasso</strong>, nata dall&#8217;idea di riscoprire la dimensione esplorativa <strong>sci e pelli ai piedi</strong>, si è rivelata, nel corso della nostra avventura, come <strong>un viaggio a più dimensioni</strong>, in un contesto severo e affascinante.<br><strong>La difficoltà tecnica degli itinerari</strong>, la loro apparenza insidiosa e mai banale, sono stati importanti stimoli allo spirito di esplorazione che era il cuore del progetto e ne è diventato l’emozione costante, nell&#8217;amplificare ogni percezione e nell&#8217;acuire il senso di limite. Un contesto montano davvero unico, dove riscoprire, attraverso il viaggio itinerante, il desiderio di scoperta di luoghi con gli sci ai piedi, per tornare ad orientarsi con <strong>gli elementi della Natura più selvaggia</strong> e più vera.<br><strong>La scelta di uno scenario di grande bellezza </strong>è stata quasi obbligata.<br><strong>Il Gran Sasso</strong>: una montagna severa ma di spettacolare imponenza, <strong>la più alta e la più conosciuta dell’intero Appennino</strong>, “il punto di riferimento, <strong>il centro di gravità per chiunque in Appennino faccia dell’alpinismo</strong>, dello scialpinismo, per il semplice escursionista” . Una montagna che affascina per la sua singolarità: <strong>non assomiglia alle Alpi e nemmeno alle Dolomiti</strong>, sorprende per la ripidità inaspettata dei suoi pendii, per l’immensità dei suoi valloni a perdita d’occhio.<br>Un paesaggio dove lo sguardo spazia attonito tra <strong>panorami di rara bellezza</strong>, nel quale <strong>la luce gioca a nascondino tra i rami delle faggete</strong> incantate, creando sfumature cromatiche dai colori pastello con i muschi e con i sassi dai riflessi avorio, per poi tornare abbagliante nel contrasto con le linee pulite dei profili rocciosi affilati contro il cielo cobalto. <strong>Una scenografia davvero speciale </strong>per ritrovare una dimensione di incanto e di grande ispirazione, per ricominciare a sognare e a sperare un futuro in cui ripartire proprio dalla Natura.<br></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/appe3-1024x682.jpg" alt="Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è appe3-1024x682.jpg" width="756" height="503"/></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Comunità montane: tradizioni e cambiamenti</strong><br>Per comprendere profondamente i cambiamenti del nostro <strong>vivere la montagna oggi con un approccio diverso e rinnovato</strong>, per effetto dei necessari adattamenti che la <strong>pandemia </strong>ha introdotto, può essere utile e particolarmente illuminante analizzare il ruolo della comunità montana nel periodo antecedente il nuovo mondo post Covid. La montagna, e in generale i territori alpini sono da sempre stati un luogo particolare, una sorta di rifugio dallo stress e dai ritmi frenetici della vita urbana, un ristoro per corpo e mente, una meta di evasione e di rigenerazione fisica e spirituale. <strong>La montagna è oggi un ambiente sempre più prezioso e più ricercato </strong>proprio in forza di questi suoi aspetti, soprattutto dopo <strong>questo periodo di grande instabilità e generale disorientamento che ha fatto rivalutare l’importanza degli spazi aperti e il valore della natura</strong>. Spesso si è parlato della Montagna come di un “<strong>rifugio liberatorio</strong>”, ad indicare un luogo in cui l’armonia e il benessere umano sono aspetti essenziali e irrinunciabili, pur in una dimensione di grande rigore e necessario adattamento ai fattori naturali.<br><strong>Al termine del secondo conflitto mondiale</strong>, molti abitanti delle Terre Alte, tra cui artigiani, contadini, allevatori e custodi delle tradizioni della cultura tradizionale montana, <strong>sono stati “prelevati” per alimentare la forza lavoro delle industrie nelle grandi città</strong>. Salvo rare eccezioni, questo processo ha determinato, nei decenni, <strong>un progressivo smantellamento di intere comunità montane</strong>, che ha condotto allo <strong>spopolamento </strong>di numerosi ambiti territoriali vallivi, causando spesso la scomparsa di piccole realtà socio-culturali e di fragili economie locali di cui oggi, durante i vari periodi di <em>lockdown</em>, abbiamo improvvisamele compreso l’importanza e l’unicità.<br><strong>In molti dei villaggi abbandonati e dei nuclei rurali più isolati</strong>, però, le <strong>piccole attività tradizionali e l’artigianato locale sono rimasti legati alla passione di alcuni</strong> per la conservazione dell’identità locale, delle memorie e dell’eredità degli anziani: negli ultimi anni, grazie a queste <strong>sporadici ma capillari piccoli mondi familiari</strong>, si è riorganizzata <strong>una rete di micro-economie</strong> che ha riscoperto la dimensione della <strong>produzione a Km0</strong>, consolidando il valore dell’eccellenza certificata e della qualità “<em>homemade</em>”.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/appe10-1024x682.jpg" alt="" class="wp-image-4319" width="745" height="497" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/appe10-1024x682.jpg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/appe10-300x200.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/appe10-768x512.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/appe10-1536x1023.jpg 1536w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/appe10.jpg 1600w" sizes="auto, (max-width: 745px) 100vw, 745px" /></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Effetti della pandemia</strong><br><strong>Qualcosa è improvvisamente cambiato</strong>: negli ultimi 10 anni, in alcuni territori si gradualmente assistito ad una radicale e inattesa <strong>inversione di tendenza</strong>, in <strong>un ritorno dei giovani alla vita rurale</strong>, agli spazi delle colline e, infine, anche ai paesaggi montani.<br><strong>Il Covid-19 ha rappresentato un punto di svolta in questa fuga dalle città</strong>, accelerando ulteriormente la consapevolezza dei limiti della vita urbana, soprattutto in situazioni di emergenza come quella vissuta a livello globale in occasione della pandemia.<br><strong>La montagna come luogo in cui tornare a vivere e a “respirare”</strong>, una frontiera con spazi e valori che improvvisamente si sono rivelati determinanti per la salute e la qualità dell’esistenza, dimostrando alle nuove generazioni di essere molto più che un luogo di svago e di divertimento. In molti contesti alpini e montani si sta oggi assistendo a <strong>un graduale ripopolamento</strong>: un processo che non interessa ambiti di villeggiatura o località esclusive frequentate dal turismo delle seconde case o in prossimità di impianti sciistici e luoghi dotati di servizi di accoglienza a 5 stelle per i consumatori di weekend in modalità “mordi e fuggi”.<br>Al contrario, si sta assistendo ad <strong>un ritorno in zone dimenticate da tempo</strong>, più isolate e spesso più difficilmente raggiungibili, per <strong>una scelta di vita più radicale</strong>, mirata all&#8217;idea di un trasferimento di medio-lungo periodo, apprezzando la vicinanza con una natura autentica e incontaminata, a volte addirittura selvaggia e rivalutando i valori umani e relazionali autentici, che ancora oggi luoghi come questi riescono a trasmettere.<br>Forse stiamo gradualmente ritornando ad <strong>una frequentazione della montagna più intima e più consapevole</strong>, che implica un approccio più rispettoso della cultura e degli spazi delle terre alte, dei ritmi e degli equilibri del territorio alpino soprattutto nelle relazione con i suoi abitanti e con le tradizioni locali.<br><strong>L’illusione di poter “comprare” l’esperienza alpina</strong> solo per il fatto di poterla acquistare on-line attraverso la prenotazione di un pacchetto “<em>all-mountain</em>” deve fare i conti con l’attuale stop tecnico al turismo di massa imposto dalle restrizioni e forti limitazioni che la pandemia globale ha imposto, a tutti, in modo molto democratico e senza differenze di “portafoglio”. La disponibilità economica non è più sinonimo di garanzia di accesso, anzi spesso il fattore determinante è la capacità di rinunciare a certi comforts e ad adattarsi all&#8217;ambiente montano, assai diverso, in moltissimi aspetti, da quello cittadino.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/appe4-1024x682.jpg" alt="Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è appe4-1024x682.jpg" width="704" height="469"/></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph"><br><br><strong>La percezione dei gestori dei rifugi<br></strong>A giugno dello scorso anno sono stati pubblicati gli esiti di <strong>un interessante studio intitolato &#8216;Il turismo in montagna in tempo di CoViD-19</strong>. La percezione dei gestori dei rifugi delle Alpi&#8217; : una ricerca effettuata da <strong>Riccardo Beltramo</strong> e <strong>Stefano Duglio</strong>, Professori del Centro Interdipartimentale NatRisk &#8211; Centro di Ricerca sui Rischi Naturali in Ambiente Montano e Collinare dell’<strong>Università di Torino</strong>, finalizzata a raccogliere <strong>l’opinione degli operatori del settore dell’accoglienza alpina</strong> e, in particolare, dei gestori dei rifugi dopo la fase I del <strong>Covid </strong>e, soprattutto, dopo l’esperienza del primo <em>lockdown </em>post-pandemia.<br>Lo studio, condotto su circa <strong>600 gestori di tutto l’arco alpino</strong>, ha evidenziato che <strong>i principali cambiamenti </strong>(oltre a quelli climatici riguardanti tutto il nostro pianeta) hanno interessato <strong>le modalità di accesso e prenotazione</strong> (molti rifugi hanno scoperto l’importanza di internet e dei canali social per farsi conoscere e promuovere le proprie attività) e <strong>la tipologia dei nuovi ospiti</strong> (<strong>primato degli escursionisti e dei trekkers</strong>, seguiti dalle famiglie e dall&#8217;associazionismo, dagli alpinisti e da una quota crescente di <em>mountain bikers</em>; fanalino di coda i falesisti (o <em>climbers</em>), abituati alle gite in giornata o al bivacco autonomo, per lo più non in struttura).<br>Oltre il 50% dei gestori ha inoltre evidenziato <strong>un importante aumento nei costi </strong>dovuto agli interventi introdotti, a seguito della pandemia, <strong>per la messa in sicurezza degli spazi comuni</strong> e per garantire l’applicazione delle regole di sanificazione degli ambienti e il distanziamento tra i fruitori delle strutture, oltre all&#8217;acquisto dei dispositivi di protezione individuale, dei prodotti igienizzanti, importanti voci tra quelle dei nuovi costi (stimati tra il 20 e il 40% di incremento rispetto agli anni passati). I gestori sono, di fatto, degli imprenditori della Montagna e la loro attività di impresa risulta molto impegnativa, non solo perché richiede conoscenze, competenze ed abilità di vario tipo, ma soprattutto perché si svolge in un ambiente fragile e in condizioni talvolta difficili, spesso rese estreme da fattori fisici ed ambientali (approvvigionamento idrico ed energetico, rischio di valanghe e fenomeni franosi, difficoltà di rifornimento, accessibilità…).<br>Ecco perché i gestori sono spesso molto consapevoli di come il turismo debba essere sempre più attento a rispettare le regole, gli spazi e le modalità della loro fruizione: <strong>la Montagna si deve vivere, non consumare</strong> o, peggio, snaturare per assecondare vizi e pretese di chi, senza conoscerla, pensa di poterla sottomettere e trasformare in nome dei profitti e delle mode. Per questa ragione spesso i gestori dei rifugi collaborano con iniziative qualificate per la <strong>promozione del turismo sostenibile</strong> e si fanno portavoce dei temi ambientali in opposizione ad interventi infrastrutturali che interessano importanti modifiche dell’assetto morfologico e naturalistico degli spazi della Montagna.<br><strong>Ripartire dalla Montagna, per salvaguardarla e restituirle la sua natura di luogo selvaggio</strong>, dove l’Uomo è solo un Ospite, che può diventare Abitante solo <strong>accettando di essere parte di un eco-sistema complesso</strong>, di un habitat molto severo, governato da Elementi naturali, che concede spazi e emozioni forti, ma richiede rispetto, conoscenza e consapevolezza, soprattutto dei limiti che la Montagna impone nel suo essere, allo stesso tempo, fragile e forte, bellissima e rude, aspra e rigogliosa, accogliente e solitaria.<br><strong>Un luogo dove il respiro si perde</strong>, ma solo perché sopraffatto dallo stupore dell’immensità e dal blu accecante del cielo sopra le vette.<br><br></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/appe7-1024x682.jpg" alt="Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è appe7-1024x682.jpg" width="755" height="503"/></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Turismo montano: prospettive per il futuro</strong><br>Ci siamo chiesti… <strong>è possibile valorizzare territori montani la cui economia è basata sul turismo di massa con un turismo più sostenibile? </strong>È una scelta razionalmente possibile ed economicamente percorribile, considerando che si fonda su un’idea di turismo completamente differente? Quali vantaggi può determinare? Con quali conseguenze?<br>Tre sono i fattori che incidono in particolare sul turismo montano: la stagione invernale, la presenza di strutture ricettive e il turismo straniero, che tendenzialmente ha maggiori disponibilità e quindi è portato a spendere di più. In montagna è la stagione invernale a essere, ovviamente, la più trainante dal punto di vista economico.<br>“<strong>Fatto 100 il valore aggiunto portato dal turista invernale, quello estivo porta un valore aggiunto mediamente della metà</strong>. Se analizziamo il tipo di offerta ricettiva, <strong>gli alberghi generano un ritorno economico triplo rispetto ai B&amp;B </strong>e di cinque volte quello dei campeggi, perché offrono servizi aggiuntivi che quindi costano di più e fanno salire il valore aggiunto del turista per il territorio. […] <strong>Si tratta di ragionare in termini di valore aggiunto di ogni turista</strong>, per avere sempre meno necessità di dover puntare sulla quantità, perché il turismo montano deve considerare la sua sostenibilità nel territorio.”<br>Compresa questa premessa, si può facilmente intuire quale importanza abbia oggi affrontare la questione in termini qualitativi, superando la concezione del turismo “consumista” e dei grandi numeri per <strong>abbracciare una nuova prospettiva di turismo più centrata sui temi della qualità e della sostenibilità</strong>.<br>Purtroppo la montagna ultimamente ha vissuto un vero e proprio attacco da parte di “<em>instragrammers</em>” e “<em>social influencers</em>”, il cui approccio è raramente mirato a valorizzarne le peculiarità per stimolare conoscenza e consapevolezza nei suoi potenziali fruitori, anzi è spesso solo incentrato sul numero di like da totalizzare o di divisualizzazioni da ottenere.<br>Una visione puramente estetica e troppo commerciale rischia di rivolgersi ad un turismo più interessato al “<em>selfie </em>di vetta” che all&#8217;esperienza vissuta per raggiungere la meta. Un turismo che vede la montagna come conquista, la vetta come collezione e la natura come sfondo.<br>Il punto centrale è che, in conseguenza della maggiore appetibilità della montagna nell&#8217;era post-Covid, anche <strong>il turismo montano dovrà scegliere quale immagine veicolare e se investire o no in servizi più strutturati</strong>, <strong>riconvertendo le strutture esistenti per renderle funzionali alle nuove esigenze</strong>, Di fatto se innescare un processo virtuoso in grado di generare più valore aggiunto per il territorio e garantire maggiore qualità per l’ambiente e l’intero eco-sistema.<br>Magari investendo anche nelle <strong>attività di piccola e media impresa</strong>, accrescendo il numero di persone che in montagna desiderano trascorrere periodi più lunghi e possibilmente anche lavorare, nelle nuove forme dello <em>smart working</em> a distanza, creando imprese non solo turistiche, ma anche nuovo <em>know-how</em>, nella consapevolezza che il futuro è nella qualità e nella sostenibilità. Proprio in tema di <em>smartworking</em>, si è visto <strong>un riuso delle “case-vacanza” nella loro nuova funzione post-pandemica di “case-lavoro”</strong>, accanto alla <strong>promozione di spazi “in quota” all&#8217;interno dei rifugi</strong> o degli spazi accessori degli impianti di risalita come <strong>possibili postazioni destinate al <em>co-working</em> e al lavoro a distanza</strong>, in uffici affacciati sul panorami esclusivi (il ghiacciaio del Monte Bianco, solo per fare un esempio).<br>E’ dunque oggi necessario provare a proporre <strong>una nuova idea di montagna</strong>, nella quale le attività outdoor come scialpinismo, <em>trekking</em>, <em>mountain walking</em>, <em>mountain biking </em>possano alimentare <strong>nuovi desideri di esplorazione</strong> e riportare <strong>un turismo più consapevole e più sostenibile </strong>in comprensori e valli duramente colpite dalle conseguenze economiche delle stagioni bloccate dai continui <em>lockdown</em>.<br>Sono sempre di più gli appassionati di montagna <strong>ispirati da suggestioni e aspettative diverse</strong>, non più focalizzate solo su fattori come la comodità e la facile accessibilità, ma spesso disponibili a sperimentare esperienze più autentiche e più stimolanti proprio perché collocabili oltre il limite della zona di comfort a cui impianti, infrastrutture e grandi numeri ci hanno abituato, anestetizzando i nostri bisogni più reali, come la libertà e il desiderio di esplorazione.<br><strong>La montagna è sinonimo di silenzio</strong>, un luogo di pace, in cui ci si incontra sul sentiero, nei boschi, ci si saluta e si socializza con spirito di empatia, con la gioia della condivisione, nella dimensione di scoperta reciproca attraverso il valore del dialogo. Sono questi i valori che cerchiamo e che proprio la montagna ci sta insegnando a riscoprire e riapprezzare. Insieme all&#8217;<strong>importanza della salute psicologica delle persone</strong>, agli effetti benefici che camminare negli <strong>spazi aperti e incontaminati</strong> può garantire, anche come utile medicina natural per contrastare lo stress, la depressione e aumentare le difese immunitarie e il benessere fisico generale.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/appe9-1024x682.jpg" alt="" class="wp-image-4318" width="707" height="471" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/appe9-1024x682.jpg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/appe9-300x200.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/appe9-768x512.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/appe9-1536x1023.jpg 1536w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/appe9.jpg 1600w" sizes="auto, (max-width: 707px) 100vw, 707px" /></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il cambiamento in atto: la voce dei rifugisti<br></strong>A conclusione di questa esperienza, ci è sembrato importante raccogliere <strong>il contributo di alcune voci del mondo alpino e montano</strong>, non solo come contributo al quadro generale e alle tematiche affrontate dal progetto, ma soprattutto come racconto dal vivo di chi la Montagna la conosce profondamente perché la vive come professione. Ci è sembrato che proprio queste voci potessero restituire in modo autentico, senza filtri, la situazione di grande cambiamento in atto, aprendo una prospettiva di speranza per quel necessario processo di trasformazione verso scenari futuri di miglioramento.<br>Scenari di ritrovata promozione e rilancio sostenibile, che dovranno essere delineati per la Montagna, ma soprattutto condivisi da coloro che desiderano continuare a frequentarla e a conoscerla davvero, rispettandone regole e valori, negli spazi aperti come nelle strutture che li presidiano e li rendono fruibili.Dal Gran Sasso siamo risaliti lungo gli Appennini, fino alla<strong> Regione Valle d&#8217;Aosta</strong>, dove abbiamo incontrato alcuni gestori e titolari di rifugi molto conosciuti, che ci hanno regalato con gioia alcune loro impressioni.<br><strong>Corinne Favre, titolare del rifugio Quintino Sella</strong>, nel massiccio del <strong>Monte Rosa</strong>, base di partenza per ascensioni alpinistiche alle vette di Castore e Lyskamm, a circa tre ore di cammino dall’arrivo degli impianti di risalita di Champoluc/Gressoney, raggiungibile da itinerario non turistico, di media difficoltà e del ristoro in quota Campo Base, meta prettamente invernale in prossimità degli impianti di risalita di Champoluc &#8211; Val d&#8217;Ayas.&#8221;A proposito del Quintino Sella, i cambiamenti legati alle norme di prevenzione da contagio Covid si sono sommati a quelli relativi alla ristrutturazione del rifugio. Nel complesso abbiamo a nostro avviso migliorato il modo di lavorare e il comfort dei clienti riducendo della metà la capienza del rifugio. Questo senza incidere troppo sulle presenze complessive perché le prenotazioni sono state spalmate durante tutti i giorni della settimana (e non solo gli usuali tre/quattro giorni di massima affluenza). <strong>La difficoltà che talvolta si presenta è rassicurare i clienti sul rispetto delle norme sanitarie e distanziamenti</strong>. Oppure l&#8217;invitare i clienti stranieri a rispettare regole come l&#8217;uso mascherina (si parla della scorsa estate, dunque il Covid era spauracchio soprattutto per noi italiani, mentre gli altri paesi erano ancora inconsapevoli). Il rapporto con i clienti è direi migliorato perché notiamo una maggior disponibilità a andare incontro a piccole regole di convivenza per il bene di tutti. Abbiamo introdotto cambiamenti di sanificazione ambiente e di gestione delle presenze che intendiamo portare avanti anche a emergenza conclusa perché ci hanno fatto scoprire un modo di lavorare più sostenibile per noi e i clienti. Tutto sommato l&#8217;esperienza shock ha anche portato buone cose e siamo fiduciosi nella prossima stagione estiva in arrivo! Incrociamo le dita!&#8221;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Armando Chanoine e Mauro Opezzo, gestori dei rifugi Torino e Monzino </strong>sul versante italiano del <strong>Monte Bianco</strong>, punti di riferimento dell’alpinismo classico e meta per appassionati di montagna provenienti da tutto il mondo. &#8220;Il quadro complessivo, nonostante la riduzione dei posti e il distanziamento, è che in <strong>molte più persone hanno cercato di avvicinarsi alla montagna e agli sport outdoor perseguendo la &#8220;libertà&#8221; nelle terre alte</strong>. Il Monzino, in particolare, è sempre stato un rifugio per alpinisti, ma l&#8217;estate scorsa ha visto un aumento esponenziale del turismo. Escursionisti e trekkers, di solito orientati verso mete piu tranquille, si sono avvicinati anche solo per mangiare una polenta o godere dell&#8217;immenso panorama, chi alzando il proprio livello e chi affidandosi ad una guida professionista. Gli alpinisti, soprattutto italiani, assidui frequentatori del luogo e forse economicamente più alle strette, hanno optato per gite più lunghe andando a ricercare i bivacchi a quote più alte senza fare la classica tappa in rifugio per bere o ristorasi prima del proseguo del tragitto.&#8221;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Tiziana Berthod, gestrice del rifugio Federico Chabod nel Parco Nazionale del Gran Paradiso</strong>, base di partenza per la salita alpinistica all&#8217;unica vetta solo italiana tra i 4000 delle Alpi e meta classica per turisti, escursionisti e famiglie. &#8220;E&#8217; innegabile che la situazione vissuta a causa del Covid ci metta, come rifugisti, di fronte alla necessità di accettare <strong>profondi cambiamenti nel nostro lavoro</strong>, con la consapevolezza che certi numeri siano ormai lo specchio di un passato che non tornerà. Le restrizioni richieste nei protocolli di distanziamento e da noi applicate con rigore la scorsa estate hanno determinato, di fatto, una riduzione del 60% rispetto agli anni precedenti. Pur lavorando intensamente nei mesi estivi, siamo riusciti solo a far fronte alle spese, solo grazie ad una riduzione dei costi di affitto. L&#8217;incremento delle spese legato alla sanificazione quotidiana degli ambienti ha inciso pesantemente sia in termini di costo, sia in termini di personale ed ore di lavoro effettivo. Ma la passione per il lavoro ci spinge a trovare nuovi stimoli: il rifugio resta una meta per escursionisti e famiglie, oltre che per alpinisti e <em>trekkers</em>, sia italiani che stranieri. Speriamo che la montagna continui ad esercitare il suo fascino come luogo di fuga, in modo da continuare, come gestori, ad essere un punto di riferimento e una destinazione di ristoro e di accoglienza per molte persone. E guardiamo avanti con speranza e fiducia in nuove prospettive.&#8221;<br></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/appe11-1024x682.jpg" alt="Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è appe11-1024x682.jpg" width="749" height="499"/></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Alcune riflessioni conclusive<br></strong>Al ritorno dal <strong>viaggio itinerante sugli Appennini</strong>, l’immagine delle seggiovie immobili degli impianti sciistici di <strong>Campo Imperatore</strong> e<strong> Prati di Tivo</strong> è stato di stimolo per una riflessione più generale sul futuro delle attività fino ad oggi legate al turismo sciistico tradizionale, nella stagione invernale appena trascorsa durante la quale <strong>lo sci è stato ampiamente sostituito da discipline come lo scialpinismo e lo sci di fondo</strong>. Un dato evidente, riscontrato anche dai maggiori <em>brand </em>del mercato internazionale, che hanno assistito a picchi di vendita in attrezzature e abbigliamento legati al mondo dello sci senza impianti.<br>Nelle realtà montane più colpite dagli effetti della chiusura degli impianti e dell’isolamento forzato dovuto ai divieti di spostamento tra Regioni e proprio in alcuni dei maggiori comprensori sciistici alpini, come ad esempio la Valle d’Aosta (Monterosa, Cervinia, Courmayeur), la Lombardia o il Trentino Alto Adige, molte persone si sono rivolte allo scialpinismo per mantenere vivo il loro contatto con la neve e con la montagna: questo però ha richiesto un radicale cambio di prospettiva, oltre all&#8217;accettazione di <strong>un approccio non più focalizzato su fattori come la comodità e la facile accessibilità</strong>.<br><strong>La necessità di tornare a sentirsi liberi</strong>, nonostante i molti condizionamenti, ha forse portato a sperimentare esperienze più autentiche e più stimolanti, proprio perché collocabili <strong>oltre il limite di quella zona di comfort </strong>a cui impianti, infrastrutture e grandi numeri ci hanno abituato, anestetizzando alcuni dei bisogni più reali, come la libertà e il desiderio di esplorazione. E portandoci a considerare scontate emozioni irrinunciabili come lo stupore per la bellezza e l’incanto dei luoghi della natura.<br><strong>Alcuni rifugi, sebbene ancora chiusi a causa del <em>lockdown</em>, sono diventati mete di itinerari in giornata</strong>, lungo tracciati di salita normalmente serviti dagli impianti, luoghi perfetti per il cambio-pelli o per brevi soste di ristoro con thermos e barrette energetiche. Mantenendo la loro funzione originaria di punti di riferimento per i fruitori, hanno confermato l’importanza del loro rappresentare una meta rassicurante, luoghi della memoria già frequentati e fondamentali luoghi di incontro e conoscenza.<br><strong>Oggi vengono rivissuti insieme ai paesaggi di cui sono immagine e presidio</strong>, nella dimensione di una collettiva capacità di adattamento e di ritrovamento interiore, anche grazie a nuovi fruitori, appassionati di esplorazioni solitarie e felici di sperimentarle con sci e pelli ai piedi, lungo itinerari di scoperta sempre stimolanti e diversi.<br>Un modo davvero speciale per ritrovarsi e rinascere, migliori di prima.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Bibliografia e fonti</strong><br>• Luca Mazzoleni, “Scialpinismo in Appennino Centrale. La montagna incantata”, Iter edizioni, 2014<br>• Diego Cason, ISTAT Datawarehouse e uffici statistica regionali e provinciali, maggio 2020<br>• Riccardo Beltramo e Stefano Duglio, &#8220;Il turismo in montagna in tempo di CoViD-19. La percezione dei gestori dei rifugi delle Alpi&#8221; &#8211; ricerca effettuata dal Centro Interdipartimentale NatRisk &#8211; Centro di Ricerca sui Rischi Naturali in Ambiente Montano e Collinare dell’Università di Torino &#8211; giugno 2020</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/appe1-1024x682.jpg" alt="" class="wp-image-4310" width="958" height="638" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/appe1-1024x682.jpg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/appe1-300x200.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/appe1-768x512.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/appe1-1536x1023.jpg 1536w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/appe1.jpg 1600w" sizes="auto, (max-width: 958px) 100vw, 958px" /></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Francesco Pierini</strong><br><a href="https://www.instagram.com/francesco_pierini_official/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.instagram.com/francesco_pierini_official/</a><br><a href="https://www.facebook.com/francescopieriniph" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.facebook.com/francescopieriniph</a></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Peakshunter Mountain Guides</strong><br><a href="https://www.instagram.com/peakshunter_mountainguides/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.instagram.com/peakshunter_mountainguides/</a><br><a href="https://www.facebook.com/peakshunter" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.facebook.com/peakshunter</a></p>
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		<title>Il senso dei luoghi: la “Rapina” dei Monti Lepini</title>
		<link>https://www.appenniniweb.it/2021/03/08/il-senso-dei-luoghi-la-rapina-dei-monti-lepini/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[La Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Mar 2021 16:38:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cammini]]></category>
		<category><![CDATA[La Fillibusta Pontina]]></category>
		<category><![CDATA[Reportage]]></category>
		<category><![CDATA[La Filibusta Pontina]]></category>
		<category><![CDATA[Monti Lepini]]></category>
		<category><![CDATA[Rapina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una passeggiata nel cuore dei Monti Lepini alla ricerca del senso dei luoghi</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">a cura di <strong>Fabrizio Manuguerra</strong> &#8211; <a href="https://lafilibustapontina.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">La Filibusta Pontina</a></p>



<p class="has-drop-cap wp-block-paragraph">L’inverno lepino sembra volgere al termine. L’aria pungente e fresca della <strong>valle bassianese</strong> sembra quasi essere accogliente mentre la cima più alta dei <strong>Monti Lepini</strong>, <strong>La Semprevisa</strong>, si nasconde dietro sbuffi nuvolosi che la circondano.<br><strong>Le leccete che adornano i fianchi dei monti</strong> risaltano con il loro verde intenso i colori della pietraia di media montagna e l’argento dei fusti dei faggi spogli. Qualche cavallo allo stato brado taglia a mezza costa i crinali brulli e in lontananza i camini accesi del borgo di Bassiano sbuffano silenziosi. Il cielo è velato e le cornacchie si esibiscono in voli equilibrati seguiti da soste sui recinti delle varie fattorie sulle strade pedemontane.<br><br><strong>Nel cuore dei monti, una volta chiamati Volsci</strong>, il tempo sembra essersi arrestato e <strong>il pre-appennino laziale</strong> sembra vivere un ritmo totalmente scollegato dalla quotidianità; i pastori risalgono con le capre i versanti più “dolci” dei monti e i cani abbaiano al seguito.<br>Iniziamo anche noi salire fuori sentiero la macchia bassa fatta di rovi, rose canine e letti di torrenti in cui rivoli deboli di acqua scorrono. Incontriamo le sorgenti e le vaschette naturalmente modellate, intorno a noi il silenzio unito a scalpiccìo lontano. Proseguiamo ancora seguendo una flebile traccia calpestata dalle greggi e dai cinghiali, di fronte a noi un carnaio: un cavallo in stato di decomposizione è al centro di un pianoro in quota, un banchetto naturale per lupi, cinghiali e rapaci.<br>Qualcuno una volta disse che <strong>la vita in montagna “disabitua dall’idea di respingere la morte”</strong>. In montagna la morte è un fatto naturale che si deve accettare; il make-up dell’esistenza senza la presenza della morte è una favola sfatata.<br><br><strong>Proseguiamo costeggiando la lecceta impervia</strong> e soprattutto non frequentata, esemplari di <em>quercus ilex</em> secolari ci invitano al silenzio e al rispetto. Ne compare uno col tronco possente che sembra essersi girato tre volte su se stesso. In lontananza rumori fugaci di pietre e di cambi di direzione non programmati; <strong>le ghiandaie strillano acute</strong> mentre i raggi del sole della tarda mattinata arrivano finalmente a penetrare tra le foglie sempreverdi. L’umidità del bosco ci aiuta ad affrontare l’escursione e, come tutti gli esseri eliofili, ci spingiamo verso il tepore del sole. <br>Man mano che saliamo ecco che passiamo accanto agli ultimi esemplari giovani molto fitti, fino a raggiungere la radura bassa e le prime roccette fuori dal bosco. I primi raggi del sole ci investono.<br><br><strong>Davanti a noi tutta la grazia selvaggia del paesaggio lepino</strong>, quindi d’Appennino, si presenta sotto forma di <strong>lecci secolari rassomiglianti a “eremiti e combattenti”</strong> per chiamarli come scrive <strong>Hermann Hesse</strong>, solitari, posti sui crinali brulli; le cime sassose e più in fondo la <strong>Semprevisa</strong>, massima elevazione dei Monti Lepini con i suoi 1536 m.<br><strong>Il paesaggio suona campanacci e piccoli trotti dei cavalli</strong>, qualche parola lontana di un pastore, un richiamo e poi un po’ di vento ad accompagnare la nostra escursione.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/03/WhatsApp-Image-2021-03-08-at-15.54.24-2-1024x768.jpeg" alt="" class="wp-image-4295" width="632" height="474" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/03/WhatsApp-Image-2021-03-08-at-15.54.24-2-1024x768.jpeg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/03/WhatsApp-Image-2021-03-08-at-15.54.24-2-300x225.jpeg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/03/WhatsApp-Image-2021-03-08-at-15.54.24-2-768x576.jpeg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/03/WhatsApp-Image-2021-03-08-at-15.54.24-2-1536x1152.jpeg 1536w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/03/WhatsApp-Image-2021-03-08-at-15.54.24-2.jpeg 1600w" sizes="auto, (max-width: 632px) 100vw, 632px" /><figcaption>Le valli della Rapina</figcaption></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il nostro amico Luigi, pastore della fattoria Valle Pepe di Bassiano</strong>, prima della nostra partenza ci ha aiutato ad individuare i punti noti della nostra escursione “fuori traccia”, uno tra questi il famigerato “<strong>Lucino Coccitto</strong>” che ora è proprio davanti a noi. Lucino è il nome locale comune per indicare il leccio, Coccitto pare derivare da un tipo abbastanza “cocciuto” di comprendonio e proprio per questa suo difetto ucciso in modo cruento da altri pastori, reo di aver fatto pascolare i suoi cavalli <strong>nelle valli della Rapina</strong>.<br><br><strong>Leggende e racconti che si perdono nel tempo</strong> e che arrivano fino ai nostri giorni per donarci un immaginario pastorale dalle tinte dure e difficili. <strong>Proprio in quel posto, la famosa Rapina</strong>, una dolina carsica caratterizzata da una steppa a media quota, in cui molti decenni prima sorgeva un villaggio comprendente stazzi e capanne di pastori e contadini.<br><strong>Davanti a noi un muretto a secco ancora in piedi a delimitare l’antico villaggio scomparso</strong>, pietre calcaree disposte in cerchio a protezione del villaggio, cavalli liberi all&#8217;interno, a pascolare e a gironzolare indisturbati.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ci sediamo per “fotografare” sulla nostra carta il tragitto </strong>per arrivare fino alla famosa Rapina. Ci guardiamo intorno per capire che siamo in un luogo molto particolare: quelli che potrebbero essere dei resti di poco conto, un muretto a secco, piccole tracce di stazzi diruti sono in realtà i simboli resistenti di ciò che è stato per secoli e secoli l’Appennino.<br><br><strong>Anche solo una pietra di questo muretto potrebbe rivitalizzare racconti e immagini </strong>che si presentano a noi tramite un passato non troppo lontano, quando la vita in montagna si mostrava per quello che era, in tutta la sua profondità e durezza, mai alterata, accettando le condizioni dettate dalla Natura e dalle comunità dei luoghi. Ad oggi, queste poche pietre a delimitare un’area sono per noi veri e propri monumenti portatori di cultura e di esperienza. <br><strong>La Semprevisa intanto tra i raggi del sole, le nuvole e il vento di febbraio, rimane lì. Sempre in vista.<br></strong><br>Per capire meglio il<strong> “senso dei luoghi”</strong>, <strong>Vito Teti</strong> scrisse:<br><br><em>[…] Segni, tracce, resti, scarti, frammenti, materiali del passato per il futuro.</em> <em>Bisogna ripartire, allora, dai segni, dalle tracce, dai resti, dagli scarti, dai frammenti cancellati dalla modernità come materiali inutili e simboli muti per cogliere tutte le potenzialità da loro inespresse. Ho attraversato, visitato, studiato, raccontato villaggi, paesi, case, luoghi abbandonati e spopolati…</em></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/03/WhatsApp-Image-2021-03-08-at-15.54.24-1-768x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-4300" width="546" height="728" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/03/WhatsApp-Image-2021-03-08-at-15.54.24-1-768x1024.jpeg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/03/WhatsApp-Image-2021-03-08-at-15.54.24-1-225x300.jpeg 225w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/03/WhatsApp-Image-2021-03-08-at-15.54.24-1-1152x1536.jpeg 1152w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/03/WhatsApp-Image-2021-03-08-at-15.54.24-1.jpeg 1200w" sizes="auto, (max-width: 546px) 100vw, 546px" /></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em><br></em><br></p>
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		<title>La pandemia ci riporta sulla montagna di casa: istruzioni per l’uso</title>
		<link>https://www.appenniniweb.it/2021/03/02/la-pandemia-ci-riporta-sulla-montagna-di-casa-istruzioni-per-luso/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Mar 2021 20:10:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cammini]]></category>
		<category><![CDATA[Montagna amante]]></category>
		<category><![CDATA[Montagna]]></category>
		<category><![CDATA[Pandemia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La pandemia e la sua gestione ci hanno tolto molte libertà, ma potrebbero restituircene una fondamentale: la libertà di sentirci a casa sulla montagna di casa e di riconoscerci nella nostra terra, tornando ad amarla.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.appenniniweb.it/2021/03/02/la-pandemia-ci-riporta-sulla-montagna-di-casa-istruzioni-per-luso/">La pandemia ci riporta sulla montagna di casa: istruzioni per l’uso</a> proviene da <a href="https://www.appenniniweb.it">AppenniniWeb</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap wp-block-paragraph">Succede che <strong>ci hanno chiusi dentro i confini dei nostri Comuni</strong>: chi l’avrebbe mai detto!<br>Succede pure che <strong>alcuni Comuni siano più fortunati di altri</strong>. Così nel loro territorio, oltre alla città, ci sta pure la montagna. Prima non se n’era accorto quasi nessuno, nonostante lo sguardo ci sbattesse ogni giorno, magari appena sopra le insegne del Mc Donald’s e dell’ipermercato.<br> <br><strong>Così la montagna di casa è stata snobbata negli ultimi decenni</strong>: meglio le montagne lontane, quelle con gli impianti di risalita, quelle famose, quelle alpine e dolomitiche! Le nostre montagne di casa, invece, sono appenniniche, moderate, arrotondate e boscose: per alcuni, perciò, poco attraenti. Però, <strong>adesso, si prendono la rivincita</strong>: le Dolomiti sono vuote, gli impianti fermi e loro sono prese d’assalto. Si rischia la fila sui sentieri a mezzacosta e di non trovar posto sui prati per la merenda; per non parlare delle strette e malmesse strade in salita dove le auto s’incastrano peggio che davanti ai supermercati nell&#8217;ora di punta (quando c’era ancora l&#8217;ora di punta).<br><br><strong>Per chi è abituato a percorrere le solitudini malinconiche</strong> dei nostri monti, che un po’ sanno di sconfitta ma che tanto ancora riescono a raccontare, tutto questo affollamento è una sorpresa. <strong>Non si sa dire ancora se sia una bella o una brutta sorpresa</strong>, se sia un’occasione, o piuttosto l’ultimo oltraggio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Molti dei nuovi venuti cercano semplicemente aria per respirare, senza mascherine. Altri cercano sfogo. Altri ancora, però, iniziano a cercare…  <br>Molti chiedono indicazioni, come quelli che sbarcano per la prima volta in una grande città senza conoscerla e senza orientamento, alcuni chiedono consigli.<br><strong>Impossibile insegnare la civiltà e la correttezza</strong> a chi non le frequenta anche giù a valle. Ma qualcosa su questa montagna di casa bisognerà pur raccontarla, almeno a quelli che cercano…</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La montagna</strong>, anche quella modesta e appenninica &#8211; potremmo dirgli &#8211; è un altrove. <strong>Non è il balcone di casa e tanto meno una palestra all&#8217;aria aperta</strong> e senza restrizioni Covid. La nostra montagna <strong>è un sistema complesso, è un paesaggio interminabile, un racconto infinito</strong> e, per chi sa coglierle, è perfino un luogo sacro, di ierofanie. Per questo <strong>occorre innanzitutto approcciarla con umiltà e con curiosità</strong>: due qualità che vanno a braccetto.<br><br><strong>Nessuno può dire di conoscere perfettamente la montagna</strong>, neppure quella di casa. La puoi percorrere mille volte, eppure ti riserva sempre qualche sorpresa: una pietra, una grotta, un toponimo, una storia che non conoscevi. Un raggio di sole che penetra nella faggeta, le nebbie sempre diverse che nascondono la valle, un gregge di pecore dove non avresti pensato d&#8217;incrociarlo, le orme di un lupo o l’incontro fugace con gli animali che la popolano, quelli grandi e quelli minuscoli, i rapaci dal volo ipnotico e i piccoli anfibi che vivono nei fontanili.<br><br><strong>Chi frequenta la montagna da molti anni</strong> ha già sfogliato parecchie pagine di un libro con una trama che sembra non terminare mai, ma che anzi si amplia di capitolo in capitolo. <br><strong>Chi arriva in montagna, anche quella di casa, per la prima volta</strong>, consideri di trovarsi in mano un libro per lui completamente nuovo e di avere l’enorme fortuna di poter iniziare a sfogliarlo. Lo faccia con il rispetto dovuto ad un libro antico, che contiene segreti dimenticati e che, pagina dopo pagina, potrebbe aiutare chi lo legge a star meglio, anche quando torna a casa, a valle. E che servirà a capire meglio pure le montagne più lontane: quelle che potremo tornare a visitare quando ce lo consentiranno.<br><br><strong>La pandemia e la sua gestione ci hanno tolto molte libertà</strong>, ma potrebbero restituircene una fondamentale: la libertà di sentirci a casa sulla montagna di casa e di riconoscerci nella nostra terra, tornando ad amarla.  </p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/03/martani-1024x761.jpg" alt="" class="wp-image-4280" width="729" height="542" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/03/martani-1024x761.jpg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/03/martani-300x223.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/03/martani-768x571.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/03/martani.jpg 1440w" sizes="auto, (max-width: 729px) 100vw, 729px" /><figcaption>I monti di casa, i Monti Martani</figcaption></figure></div>



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