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	<title>AppenniniWeb</title>
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	<description>Gli Appennini, una patria in salita</description>
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		<title>C&#8217;è vita in Appennino?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Sep 2026 15:28:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ultime notizie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Crisi e rinascite: il punto sulla primavera e l’estate d&#8217;Appennino C’è un’Italia in salita che non si arrende al silenzio,</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.appenniniweb.it/2026/09/24/ce-vita-in-appennino/">C&#8217;è vita in Appennino?</a> proviene da <a href="https://www.appenniniweb.it">AppenniniWeb</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Crisi e rinascite: il punto sulla primavera e l’estate d&#8217;Appennino</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è un’Italia in salita che non si arrende al silenzio, ma che anzi risponde allo spopolamento trasformandosi in un laboratorio a cielo aperto di innovazione, comunità e cura del territorio. Gli ultimi mesi del 2026 hanno confermato una tendenza: l&#8217;Appennino non è più solo una terra di nostalgie o di emergenze, ma è il luogo in cui si progetta e si sperimenta un nuovo modo di abitare il futuro, difficile, pieno di ostacoli da superare, ma concreto. Sempre in attesa di scelte strategiche sugli investimenti per i servizi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Aree Interne: linfa vitale per i servizi dei borghi</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La vera sfida per il &#8220;diritto a restare&#8221; si gioca sui servizi essenziali. In questa direzione, la fine dell&#8217;estate ha portato una svolta concreta per l&#8217;<strong>Appennino Emiliano</strong>: la Cabina di regia nazionale per la Strategia Aree Interne ha dato il via libera operativo a oltre <strong>8 milioni di euro</strong> destinati alle valli del modenese e del parmense.  Non si parla di grandi opere, ma di piccoli interventi che dovrebbero incidere nel quotidiano: potenziamento della telemedicina per gli anziani, trasporti flessibili pensati per i giovani e sostegno alle scuole di montagna. È la dimostrazione che riabitare le terre alte è possibile solo restituendo dignità e infrastrutture sociali e alla rete dei trasporti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Cultura e Territorio: l&#8217;infrastruttura di &#8220;Happennino&#8221;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Che la cultura sia un bene primario per la rinascita dei paesi lo ha dimostrato anche la nona edizione di <strong>Happennino – Festival dell&#8217;entroterra marchigiano</strong>, svoltasi nel weekend del 19 e 20 settembre 2026. L&#8217;evento ha coinvolto sette piccoli comuni tra l’alto pesarese e il Montefeltro, dimostrando come l&#8217;arte e la condivisione possano diventare un collante formidabile. Quest&#8217;anno il festival si è concentrato su due filoni cruciali: <em>Imboscate</em>, una serie di cammini culturali volti a riscoprire l&#8217;anima dei boschi e dei crinali, e <em>Confluenze</em>, dedicato alla rigenerazione dei corsi d&#8217;acqua. Per approfondire i manifesti culturali e le prossime tappe della rete dei borghi marchigiani, vi invitiamo a consultare il sito ufficiale di <a href="https://www.google.com/url?sa=i&amp;source=web&amp;rct=j&amp;url=https://happennino.com/&amp;ved=2ahUKEwjQ4pS-s4eXAxWw7QIHHQdrNlAQy_kOegYIAAgUEAE&amp;opi=89978449&amp;cd&amp;psig=AOvVaw0is92bf1vc2mmuUtNXfaNk&amp;ust=1790345668819000" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Happennino</a>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Agricoltura Eroica: la resistenza dei &#8220;Super Farmers&#8221; </strong><br><br>Il ritorno alla terra sui crinali appenninici non è solo una scelta romantica, ma una tendenza strutturale sostenuta da leve finanziarie e tecnologiche. Nella primavera e nell&#8217;estate del 2026, l&#8217;ISMEA ha riattivato la misura <strong><a href="https://www.google.com/url?sa=i&amp;source=web&amp;rct=j&amp;url=https://www.ismea.it/Startup/GenerazioneTerra&amp;ved=2ahUKEwjw6f23t4eXAxUW9gIHHbZdEpEQy_kOegYIAAgUEAE&amp;opi=89978449&amp;cd&amp;psig=AOvVaw1DoGRy5sXVH5PTxri2JMfu&amp;ust=1790346729602000" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Generazione Terra 2026</a></strong>, mettendo a disposizione <strong>120 milioni di euro</strong> per consentire ai giovani under 41 di acquistare terreni agricoli e avviare startup. Di questo fondo, una quota esclusiva del 10% è stata blindata e destinata specificamente alle <strong>operazioni fondiarie nelle aree interne e montane</strong>, dove i giovani &#8220;agricoltori in attività&#8221; possono beneficiare anche di un bonus di primo insediamento che tocca i 100.000 euro. Regioni come la Toscana e l&#8217;Emilia-Romagna hanno risposto attivando in parallelo i propri bandi per il primo insediamento dei giovani sui crinali, raccogliendo le graduatorie proprio a ridosso dell&#8217;estate 2026. [<a href="https://www.ismea.it/Startup/GenerazioneTerra">1</a>, <a href="https://www.ismea.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/13558">2</a>, <a href="https://giovanisi.it/bando/insediamento-giovani-agricoltori-2026/">3</a>, <a href="https://agricoltura.regione.emilia-romagna.it/sviluppo-rurale-23-27/opportunita/bandi/2026/bando-2026-giovani-agricoltori">4</a>, <a href="https://www.regione.toscana.it/-/giovani-agricoltori-premi-per-l-avviamento-dell-impresa-agricola-il-bando-2026">5</a>]</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il vero salto di qualità per i produttori d&#8217;Appennino è l&#8217;integrazione tra tradizione e innovazione. Proprio il <strong>21 settembre 2026</strong>, ad Acquasanta Terme (nelle Marche), si è tenuta una delle tappe chiave del progetto <strong>«Appennino Connesso 2026»</strong>, promosso dalla <em>Fondazione Magna Carta</em> alla presenza delle istituzioni locali e del Commissario Straordinario per il Sisma. Al centro del dibattito, l&#8217;applicazione del digital marketing e delle tecnologie ICT alle filiere agroalimentari d’eccellenza montane. [<a href="https://www.agricolus.com/bandi-e-finanziamenti-per-lagricoltura/">1</a>, <a href="https://www.instagram.com/p/DdlIP3sF2f0/">2</a>]</p>



<p class="wp-block-paragraph">I nuovi custodi del territorio – dai viticoltori &#8220;eroici&#8221; che spingono i vigneti fino a 800 metri di quota sull&#8217;Appennino umbro-marchigiano, agli allevatori biologici che operano in stalle bio-edili del tutto <em>off-grid</em> – stanno usando la tracciabilità digitale e l&#8217;e-commerce di vallata non solo per vendere, ma per raccontare la sostenibilità del loro lavoro. Questi <em>Super Farmers</em> si confermano così il più avanzato ed efficace baluardo umano contro l&#8217;abbandono dei suoli e il dissesto idrogeologico. [<a href="https://ecobnb.com/blog/2014/01/apennines-super-farmers-italy/">1</a>, <a href="https://www.ansa.it/canale_terraegusto/notizie/vino/2025/09/12/sullappennino-umbro-la-viticoltura-diventa-eroica_e181e605-a958-43a1-a1d8-a0761acece45.html">2</a>, <a href="https://www.instagram.com/p/DdlIP3sF2f0/">3</a>]</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Natura e Conservazione: il grande ritorno dei giganti del cielo</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;Appennino Centrale si conferma il cuore selvaggio d&#8217;Europa. L&#8217;organizzazione <strong>Rewilding Apennines</strong> ha recentemente coordinato una straordinaria ricerca internazionale (un volume di 350 pagine firmato da 16 autori provenienti da 6 paesi) interamente dedicata al ritorno dei grandi rapaci. L&#8217;obiettivo è lo studio per la reintroduzione del <strong>gipeto</strong> e dell&#8217;<strong>avvoltoio monaco</strong> nel territorio del Sirente Velino. Parallelamente, grazie al programma europeo <em>Open Rivers Programme</em>, sono stati avviati i cantieri per la rimozione di barriere artificiali e dighe obsolete lungo i fiumi Giovenco e Aterno-Pescara, restituendo la naturale continuità ecologica ai corsi d&#8217;acqua. Per esplorare i dettagli di queste storiche azioni di conservazione, potete visitare la sezione dedicata all&#8217;Appennino Centrale di <a href="https://www.google.com/url?sa=i&amp;source=web&amp;rct=j&amp;url=https://rewilding-apennines.com/it/appennino-centrale/&amp;ved=2ahUKEwjQ4pS-s4eXAxWw7QIHHQdrNlAQy_kOegYIAAgbEAE&amp;opi=89978449&amp;cd&amp;psig=AOvVaw0is92bf1vc2mmuUtNXfaNk&amp;ust=1790345668819000" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Rewilding Apennines</a>.</p>
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		<title>Valenza e il canto del mondo</title>
		<link>https://www.appenniniweb.it/2026/06/30/valenza-e-il-canto-del-mondo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jun 2026 14:18:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna madre]]></category>
		<category><![CDATA[Montagna musa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C'è una forza che ci precede e ci sopravvive. Un’acqua che guarisce e che annega, che mormora sotto i nostri piedi e aspetta solo di essere ascoltata e ognuno le ha dato il nome che preferiva per paura rispetto devozione</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>Piove forte fuori. Un temporale d’agosto che annuncia la fine dell’estate. Il prato di gramigna quasi secco accoglie la benedizione dell’acqua e le nuvole che oscurano il sole sono allo stesso tempo un ristoro dalla calura e il presagio triste dei cieli autunnali.<br>Tuona in continuazione.</em><br><br>&#8211; Sai cos’è il canto del mondo?<br><em>Chiede all’improvviso il vecchio camminatore, mentre guarda fisso verso le montagne da dietro la finestra.<br></em><br>&#8211; No, non saprei. Dimmelo tu.<br><em>Risponde la ragazza, alzando gli occhi dal libro che sta leggendo seduta in poltrona, nella penombra della stanza.<br></em><br>&#8211; Il canto del mondo è una melodia che non puoi ascoltare, ma solo sentire. La suonano i luoghi, le rocce, i boschi, le forze della natura, gli animali, le sorgenti, l’acqua&#8230;sì, l’acqua è un ottimo interprete del canto del mondo. Ma di sicuro ne sono strumenti il vento, le burrasche del mare, le slavine e le frane montane. Ti potrei dire che lo intonano persino i terremoti e i fulmini, se non temessi di spaventarti.<br>&#8211; Un po’ mi spaventi, sì… sembra un suono terribile.<br>&#8211; Allora ti racconterò il canto del mondo nella sua forma più quieta, tra le nostre colline, ai piedi delle montagne d’Appennino e di come questo canto abbia cercato per millenni qualcuno capace di riconoscerlo, di dargli un nome, di trasformarlo in preghiera o in leggenda.<br>&#8211; Dove è successo?<br>&#8211; Qui vicino, dove meno te aspetti, anche se…<br>&#8211; Anche se?<br>&#8211; Anche se, a ben vedere, non mancano i segni che qualcuno lo abbia sentito, che lo abbia sentito forte e chiaro: in effetti molti tra quelli che sono stati in grado di sentirlo hanno lasciato tracce, segnavia e perfino monumenti affinché anche tu ed io lo possiamo sentire con più facilità.<br>&#8211; Parlami di queste tracce…<br><em>La ragazza chiude il libro che stava leggendo e alza gli occhi verso la finestra.</em><br><br>&#8211; Spesso il canto del mondo è stato interpretato attraverso la religione, anche se non sempre, e io direi per fortuna&#8230;In ogni caso qui siamo in Umbria e la religione c’entra spesso. Questa è una terra di grandi santi e santuari, ma tra tutti ce ne è uno solo costruito in epoca moderna: è il Santuario dell’Amore Misericordioso, a Colle Valenza&#8230;Colle Valenza&#8230;ti prego di memorizzare questo nome…<br>&#8211; Lo farò.<br>&#8211; Il santuario venne costruito a partire dal 1951, per volere di una suora spagnola, Madre Speranza, che riconobbe su questa collina tra Todi e i monti Martani il luogo di una visione…Di una visione che riteneva le fosse stata inviata da Dio. Un Dio che questa donna semplice considerava non come un padre severo, ma come un dispensatore di amore in tutte le manifestazioni del Creato.<br>&#8211; Un po&#8217; come San Francesco quindi&#8230;<br>&#8211; Non saprei dirti, ma di certo anche San Francesco era un assiduo frequentatore di questi monti e di queste colline. E in fondo, anche Madre Speranza, come Francesco d’Assisi fece qualcosa di folle, di apparentemente folle. A un certo punto chiese a chi collaborava con lei di scavare un pozzo. Sosteneva che accanto al luogo da lei indicato per il santuario ci fosse una sorgente miracolosa. La gente del posto le disse che l&#8217;acqua semmai era più a valle. Ma lei convinse una ditta a trivellare il terreno per oltre cento metri di profondità.<br>&#8211; E l’acqua uscì?<br>&#8211; Uscì. Abbondante. Oggi i pellegrini vi si immergono per cercare la guarigione, proprio come a Lourdes. Per lei, per Madre Speranza, quell’acqua era il segno fisico della misericordia divina. Era il suo modo di sentire il canto.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/06/colle1-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-5657" style="aspect-ratio:0.7500000150580158;width:293px;height:auto" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/06/colle1-768x1024.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/06/colle1-225x300.jpg 225w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/06/colle1-1152x1536.jpg 1152w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/06/colle1.jpg 1200w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; Ma è questo, allora, il canto del mondo? Una sorgente benedetta?<br>&#8211; È una parte del canto, una nota del coro. Perché, come ti dicevo, il santuario è a Colle Valenza e quel nome era già lì molto prima di Madre Speranza. Valenza. Valentia. Gli antichi lo pronunciavano già quando Roma era ancora lontana da queste colline. Era il nome di un&#8217;antica divinità italica legata al culto della salute.&nbsp;<em>Vale</em>, dicevano poi Latini, per augurare a chi incontravano di star bene. E uno degli elementi usati da <em>Valentia</em>/Valenza per curare, era l’acqua.<br>&#8211; Quindi stai dicendo che una suora cristiana e una dea pagana pensavano la stessa cosa?<br>&#8211; Non la stessa cosa. La stessa musica suonata con strumenti diversi.<br>&#8211; E perciò pensi che Madre Speranza non abbia scelto a caso questo posto?<br>&#8211; Non lo posso dire, ma ho il sospetto che questa suora spagnola come tutte le mistiche avesse una buona capacità di ascoltare le melodie del canto del mondo.<br>&#8211; Potrebbe aver letto qualcosa sulla tradizione di <em>Valentia</em>?<br>&#8211; Difficile, eppure il canto anche lì, a Colle Valenza e nel suo territorio, aveva già assunto le dimensioni di un coro.<br>&#8211; Cosa intendi?<br>&#8211; Intendo che qui le acque sono state considerate non sante, ma sacre da tanto tempo e da tanti. Pensa che c&#8217;è una leggenda su una santa del terzo secolo, Santa Degna di Todi, che proprio sotto il luogo dove si trova oggi il santuario dovette fuggire dal suo paese sommerso dalle acque; scappò grazie a una visione, anche lei, ma non seguì le indicazioni ricevute fino in fondo e così perse i suoi figli.<br>&#8211; Acque assassine, stavolta. Non sembrano misericordiose…</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Un lampo vivido illumina la sagoma dei Monti Martani. La luce azzurrina entra nella stanza per un istante. Il vecchio cambia per un attimo espressione e il suo volto appare più duro.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; L’acqua salva e l’acqua uccide. È questa la forza del canto. Non è una ninna nanna, è la voce della terra. È la voce che risuona sulla terra e che viene prima della terra, come una vibrazione infinita che va e che viene.<br>&#8211; Non ti capisco&#8230;<br><br><em>La ragazza si alza e si avvicina alla finestra dove si trova il vecchio, in piedi. Appoggia il palmo della mano sul vetro, mentre le gocce corrono verso il basso veloci, intersecandosi come venature. Un altro fulmine cade nel bosco più a valle. Il tuono arriva qualche secondo dopo, lungo e profondo.<br>Il vecchio si volta verso l’interno della stanza e si siede sulla poltrona lasciata libera dalla ragazza, incrociando le mani sopra le gambe..</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; Ascolta la terra, anche nel sottosuolo. Qui ci sono tante sorgenti d’acqua minerale. Le conoscevano già i Romani che a Carsulae facevano fermare le legioni mentre rientravano a Roma per purificarle. I geologi ti parlerebbero del carsismo dei Martani. Ti direbbero che l’acqua scivola nei calcari, scompare nelle viscere del monte e riappare chilometri dopo. Il monte respira e tira fuori l’acqua che ha inghiottito. La leggenda di Santa Degna e del suo paese sommerso? Forse solo il crollo di una dolina, un fenomeno comune qui.<br>&#8211; Però così stai passando a una spiegazione scientifica! Dov’è finito il canto?<br>&#8211; Il canto è dovunque. Ti racconto un&#8217;altra leggenda: nell&#8217;immaginario popolare Degna era la madre di tre santi: Fidenzio, Terenzio e Valentino.<br>&#8211; San Valentino, quello degli innamorati, dei bigliettini e dei fiori?<br>&#8211; Dimentica i fiori. Valentino era il vescovo di Terni. La sua basilica sorge proprio in una zona chiamata Valenza, vicino alla città. Il suo nome viene da <em>Valentia</em>: significa forte, sano, vigoroso. Era un taumaturgo, un uomo che riportava i corpi alla salute. Forse usava l’acqua, forse solo la fede, ma riportava la gente in piena <em>valentia</em>. Vedi come tutto torna? Terni, Colle Valenza, la salute, l’acqua. È un filo rosso che non si spezza.<br>&#8211; Quante coincidenze! Ma, perdonami, a me sembra che tu veda collegamenti dappertutto, che tu voglia per forza trovare un disegno dove invece c’è solo il caso…<br>&#8211; È possibile. O forse siamo noi che abbiamo perso la vista&#8230; Ma se vuoi e se il canto t’incuriosisce ancora, ti racconto di qualche altra coincidenza.<br>&#8211;  Dimmi, sono comunque storie interessanti!<br>&#8211; Lì vicino, sempre poco più sotto Colle Valenza c&#8217;è una <em>solfarola, </em>la conosci?<br>&#8211; No, cos&#8217;è?<br>&#8211; È una pozza dove l&#8217;acqua gorgoglia per i gas che emergono dal sottosuolo. L’odore è mefitico. Un aggettivo che viene da un’altra dea d’Appennino: la Mefite. Una divinità ambigua. I pastori portavano le pecore malate di brucellosi a bagnarsi nella pozza per guarirle. Gli uomini ci curavano la pelle e i polmoni. Ma quegli stessi gas uccidono i piccoli uccelli che si posano a bere sul fango.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" width="720" height="629" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/06/polla-1.jpeg" alt="" class="wp-image-5659" style="width:374px;height:auto" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/06/polla-1.jpeg 720w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/06/polla-1-300x262.jpeg 300w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><br>&#8211; Inizio a capire quel che vuoi dire…una cura che può anche uccidere…<br>&#8211; È la natura nella sua essenza, nella sua idea più pura, imperscrutabile. Un’idea che ogni uomo e ogni dona capaci di stupore hanno cercato d’interpretare. Con questa stessa acqua e con quella dell&#8217;Amerino faceva miracoli anche San Francesco che il canto lo ha scritto nel <em>cantico</em>&#8230;<br>&#8211; Ti piacciono i giochi di parole, come sempre…<br>&#8211; Mi piace giocare, anche con le parole: ma pensa che perfino un poeta, uno che creava con le parole, Gabriele D’Annunzio è stato qui a cercare il <em>canto</em>, e ha appoggiato le sue mani su un seno che per una volta era di roccia fredda e immortale e non di carne.<br>&#8211; Ma che dici?<br>&#8211; Questa te la racconto un&#8217;altra volta.<br><em>Sorride, mentre la luce nella stanza sta cambiando, man mano che il temporale si allontana.</em><br>&#8211; Il canto è la forza stessa della vita su questo pianeta e nell’universo. Solo che non sempre ce ne accorgiamo. Abbiamo bisogno di uno stato di grazia particolare per ritrovare lo stupore necessario a percepirlo. Oppure abbiamo bisogno di qualcuno che ce lo faccia notare.<br>&#8211; Come stai facendo tu adesso…<br>&#8211; O come le tante storie che ti ho raccontato e che però alla fine ne raccontano una sola. Perciò, voglio fare un esperimento con te.<br><em>La ragazza torna a girarsi verso il vecchio e gli sorride. Lui si alza di nuovo in piedi come per richiamare la sua attenzione.</em><br>&#8211; Prova a togliere tutto: togli Madre Speranza, togli la dea Valentia, togli Santa Degna, togli San Valentino, la Mefite, San Francesco, le pecore con la brucellosi, gli uccellini morti, i legionari romani e perfino D&#8217;Annunzio. Che rimane?<br>&#8211; L&#8217;acqua. Resta l’acqua.<br><em>Dice la ragazza</em> <em>dopo un momento di riflessione, con voce calma</em>.<br>&#8211; Brava! Ma non soltanto l’acqua. Resta il canto che l’accompagna e la precede. Il canto, o l’idea, di un&#8217;acqua potentissima, capace di guarire ma anche di uccidere. Ognuno lo ha ascoltato a modo proprio: dèi, santi, pastori, pellegrini. Ma il canto era già lì. E di sicuro ci resterà anche quando noi non ci saremo più.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Fuori dalla finestra il temporale è finito, fulmini e saette continuano a illuminare lontano il profilo dei monti, sull’altro versante. Ora tutti e due stanno di nuovo guardando lo spettacolo dalla finestra. E forse ne sono parte.</em></p>
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		<title>Sul valico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Jun 2026 19:51:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna madre]]></category>
		<category><![CDATA[Appennino]]></category>
		<category><![CDATA[natura]]></category>
		<category><![CDATA[selvatico]]></category>
		<category><![CDATA[transumanesimo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;Appennino ci pone delle domande ogni volta che passiamo un po&#8217; di tempo con lui.Le domande sono molte, ma tra</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;Appennino ci pone delle domande ogni volta che passiamo un po&#8217; di tempo con lui.<br>Le domande sono molte, ma tra tutte ce n’è una che ci lascia storditi: <em>di quale mondo vogliamo, o scegliamo di essere parte?</em><br>È un po’ come quando ci troviamo in cima a un valico e abbiamo la possibilità di osservare due versanti, due valli, due catene montuose, senza trovarci, in effetti, in alcuna di esse.<br>Anche nei pensieri che fanno seguito a una domanda che non è affatto semplice, come quella appena posta, ci troviamo nel mezzo: da una parte c’è il mondo della natura, dall’altra quello della tecnica; di qua il mondo analogico e di là quello digitale; la civiltà rurale e quella industriale, la prospettiva umana e quella transumana.<br>Capita spesso, su questo difficile valico, di essere talmente disorientati tanto da non capire più da che parte siamo saliti, da che parte dovremo scendere, se dovremo scendere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La pausa nel cammino ci consente quantomeno di riflettere sulla fortuna che abbiamo avuto nel vivere le nostre vite a cavallo tra questi mondi così divergenti, dei quali riusciamo ancora a distinguere i contorni. Purtroppo rischia di non essere così per chi ci segue sul sentiero.<br><br>Eppure qui, finché questi luoghi resteranno intatti o quasi, resisterà ancora la loro aura capace di generare in noi <em>la sensazione olistica di essere parte della natura</em>, che il progresso, i progressi, ci hanno strappato di dosso, trasformandola in alcuni casi in nostalgia, in altri in disprezzo, o in ὕβρις, superbia, desiderio di dominio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di questa mai sopita <em>nostalgia olistica dell’uomo nei confronti della natura </em>resta un ricordo vivo, del quale in molti ancora parlano e molti di più hanno scritto. Restano tracce insospettabili in piccole tradizioni, in modi di fare apparentemente insignificanti. Pensate al <em>ceppo di Natale</em> da far consumare nel camino domestico nel tempo sospeso delle dodici notti, come continuazione di un rito antichissimo. Anche in Europa, sostiene il linguista ed etnologo <strong>Dmitrij Konstantinovič Zelenin</strong> (citato da <a href="https://www.libraccio.it/ebook/9788815406132/1.html">Duccio Balestracci in Attraversando l’anno – Il Mulino</a>), si sono conservate <em>credenze sulla discendenza degli uomini dagli alberi</em>, per le quali l’uomo, o la donna, ripongono nella pianta la propria anima e gli alberi si trasformano per questo in totem tutori del clan, del gruppo, della famiglia che li ha adottati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stesso accadeva nella tramontata civiltà rurale per le <a href="https://www.appenniniweb.it/2020/02/18/il-sogno-delle-querce-formicose-dai-sibillini-allaustralia/"><em>querce formicose</em>, delle quali abbiamo testimonianza in Umbria nell’Alta Valnerina</a>. Erano <em>alberi-spiriti ai quali le donne tendevano le braccia per afferrare o farsi donare lo spirito del bambino </em>che desideravano generare, esattamente lo stesso rito documentato presso la tribù dei Warramunga tra gli aborigeni australiani, i quali, con tutta evidenza, si abbeveravano ai medesimi archetipi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La stessa <em><a href="https://www.appenniniweb.it/2019/10/26/la-nostalgia-del-selvatico/">nostalgia del selvatico</a></em> così efficacemente descritta <em>nella favola russa &#8220;Masha e Orso&#8221;</em> (e in tante altre fiabe analoghe) citata tra le <a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/narrativa-italiana/narrativa-italiana-contemporanea/le-leggende-della-tigre-nicolai-lilin-9788806237264/">Leggende della tigre</a> dallo scrittore <strong>Nicolai Lilin</strong>, dove la distanza tra l’uomo e l’animale si affievolisce, fin quasi a scomparire. Come nel <em>mito di Atteone</em> che quando intravede, seppur involontariamente, la nudità del Nume, l&#8217;essenza della dea, si trasforma in animale, in cervo, e da cacciatore in preda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma al di là dei miti, degli archetipi e delle interpretazioni antropologiche, tutti noi ben sappiamo che in molti casi è sufficiente <em>il breve tempo di una semplice passeggiata in montagna per far scattare l’interruttore interiore che ricollega la nostra anima alla natura</em> e a un mondo nel quale con la natura, con la sua φύσις, con il divenire del mondo, i suoi numi, occorre comportarsi con rispetto, con consapevolezza: in poche e importanti parole con <em>virtus</em>, <em>pietas</em>, <em>gravitas </em>e <em>frugalitas</em>, quanto meno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sappiamo anche che poi è sufficiente riconnettersi <em>alla rete, a questa enorme tela di ragno alla quale siamo costantemente collegati</em>, per entrare <em>in un altro mondo</em> fatto di luci sfavillanti e di molte ombre, come la <em>dottrina transumanista</em> che vede ogni supporto tecnico alla stregua di un accrescimento della ὕβρις umana e la natura come un limite da superare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra la <em>nostalgia del selvatico</em>, della natura dove tornare come verso una parte di noi e l&#8217;estremizzazione dell&#8217;antropocentrismo, ossia la pretesa dell&#8217;uomo di dominare totalmente la natura stessa e la materia a proprio piacimento, l’istinto è di restare ancora un po&#8217; sul valico a riflettere con gli occhi rivolti al cielo, al cosmo, e i piedi ben saldi per terra e contemplare salita e discesa, noi che lo possiamo fare, noi che apparteniamo a due o più mondi e che non abbiamo alcuna intenzione di perdere una parte della nostra anima.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">Dì: (Son) figlio della Greve Terra e del Cielo stellato<br>Lamina d&#8217;oro &#8220;orfica&#8221; da Hipponion (oggi Vibo Valentia)</p>
</blockquote>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" width="1024" height="583" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Laminetta_orfica_in_oro_con_istruzioni_per_il_regno_dei_morti_dalla_necropoli_occidentale_di_hipponion_410_ac_ca._02-1024x583.jpg" alt="" class="wp-image-5587" style="aspect-ratio:1.7550696398931949;width:452px;height:auto" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Laminetta_orfica_in_oro_con_istruzioni_per_il_regno_dei_morti_dalla_necropoli_occidentale_di_hipponion_410_ac_ca._02-1024x583.jpg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Laminetta_orfica_in_oro_con_istruzioni_per_il_regno_dei_morti_dalla_necropoli_occidentale_di_hipponion_410_ac_ca._02-300x171.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Laminetta_orfica_in_oro_con_istruzioni_per_il_regno_dei_morti_dalla_necropoli_occidentale_di_hipponion_410_ac_ca._02-768x438.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Laminetta_orfica_in_oro_con_istruzioni_per_il_regno_dei_morti_dalla_necropoli_occidentale_di_hipponion_410_ac_ca._02-1536x875.jpg 1536w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Laminetta_orfica_in_oro_con_istruzioni_per_il_regno_dei_morti_dalla_necropoli_occidentale_di_hipponion_410_ac_ca._02.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Il fuoco che non si spegne</title>
		<link>https://www.appenniniweb.it/2026/05/25/il-fuoco-che-non-si-spegne/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 May 2026 20:07:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Reportage]]></category>
		<category><![CDATA[Ultime notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Antusse]]></category>
		<category><![CDATA[Festa]]></category>
		<category><![CDATA[Fuoco]]></category>
		<category><![CDATA[Intusse]]></category>
		<category><![CDATA[Itieli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che cosa stanno facendo questi uomini e queste donne con le fiaccole in una notte di maggio intorno al colle Censo di Itieli?</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Le faville che salgono al cielo sopra le fiamme del <strong>grande fuoco</strong> madre delle <em>‘ntusse</em> (o Intusse, o Antusse) di <strong>Itieli</strong> tra Umbria e Sabina; l&#8217;attesa per l&#8217;accensione delle fiaccole, il rintocco delle campane e il profumo della resina che brucia. E poi la processione di <strong>San Nicola</strong> che scende dalla chiesa fino ai piedi del paese, ma che da qui riparte al buio, per <strong>muoversi in cerchio</strong> lungo un percorso di oltre un chilometro tra i lecci e le querce, <strong>nel bosco notturno</strong>, intorno al <strong>colle Censo</strong>.<br>Camminiamo calpestando i piccoli frammenti dei <strong>carboni ancora ardenti </strong>caduti dalle fiaccole di chi è davanti e guardando in alto quando è possibile, oltre i rami degli alberi. Guardiamo <strong>la luna crescente </strong>e il <strong>cielo di maggio </strong>pulito dalla tramontana, trapuntato di stelle che si confondono con le scintille delle <em>‘ntusse</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alla fine del cammino <strong>il cerchio si chiude</strong> e le fiaccole ancora accese vengono restituite al fuoco che le ha generate, salvando solo <strong>il bastone di sostegno in frassino </strong>che viene gelosamente conservato per le future processioni. Poi si torna in chiesa, anche se non sono tutti a farlo, perché ormai lo dicono solo gli anziani, che <em>“la processione da dove esce rientra”</em>.</p>



<figure class="wp-block-image alignright size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/05/itieli2-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-5572" style="aspect-ratio:0.750003854871787;width:206px;height:auto" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/05/itieli2-768x1024.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/05/itieli2-225x300.jpg 225w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/05/itieli2-1152x1536.jpg 1152w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/05/itieli2.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">I più sono già in fila per ricevere la <strong>ciambella</strong>, il <strong>pane devozionale</strong> con i semi d&#8217;anice, benedetto dal parroco e da conservare a lungo in casa perché è capace di curare il male e i malanni.<br>Una volta questa grande ciambella veniva <strong>infilata direttamente sul bastone</strong>, privilegio e ricompensa per chi aveva portato la <em>‘ntussa</em>, oltre che <strong>simbolo di fertilità</strong>. Oggi le ciambelle preparate dalle donne e dagli uomini di Itieli sono per tutti, anche per i pochi forestieri che sono saliti quassù, in questo piccolo paese tra Narni e i monti Sabini nei giorni del patrono&nbsp;San Nicola, <strong>nei giorni in cui la primavera inizia a manifestarsi con tutta la sua forza</strong>. <br><br><strong>La passeggiata circolare, il bosco, il fuoco, le fiaccole, il pane benedetto</strong>, sono tutti elementi fortemente simbolici. Ma quel che più colpisce nel fare parte di questo <strong>cerchio di fuoco</strong> è il percepire di essere per brevi momenti <strong>fuori dalla realtà ordinaria</strong>, come avvolti o trasportati da un&#8217;aura potente. La sensazione cioè di avere partecipato a <strong>un rito vero</strong>, tenuto in vita più o meno consapevolmente dalla comunità che ne è custode. Camminando al buio in questa fresca nottata di primavera si ha <strong>la sensazione di aver attraversato per brevi attimi la soglia del sacro</strong>. <br><br>Su questa festa e sulle analoghe feste di fuoco dei piccoli paesi circostanti, così intime e riservate, c&#8217;è chi ha voluto indagare a livello antropologico. Ormai più di 20 anni fa la Provincia di Terni ha edito <strong>un libro-resoconto</strong> tanto evocativo nel titolo <a href="https://www.libraccio.it/libro/9788889957011/giancarlo-baronti-m.-luisa-giuliani-francesco-bussetti/valle-di-antichi-fuochi.-usanze-e-simbolismo-delle-intusse-nel-territorio-narnese.html">&#8220;<strong>Valle di antichi fuochi</strong>&#8220;</a> e nelle immagini, quanto scientifico nella ricerca del senso della festa. <strong>Un&#8217;analisi etnografica </strong>affidata al Dipartimento Uomo e Territorio dell’Università degli Studi di Perugia che puntava soprattutto sugli aspetti sociali, mettendo a confronto il caso di Itieli con altre esperienze simili, attraverso interviste ai <em>festaroli </em>e ai partecipanti. Vi si legge di una identità intesa in maniera piuttosto negativa e ne emerge l&#8217;immagine di <strong>una festa che si fa, che si continua a fare, perché si deve fare.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>È la realtà? </strong>Sicuramente ne è una parte. L&#8217;altra, ascoltata e <em>sentita </em>venti anni dopo (quando la festa si fa ancora) senza il blocchetto degli appunti o il registratore dell&#8217;antropologo, è quella dei due anziani signori che mentre preparano le fasi iniziali della festa, avviano tra loro <strong>un&#8217; appassionata discussione se sia più potente il fuoco o l&#8217;acqua, tra gli elementi</strong>. È nello <strong>stupore </strong>che si legge <strong>negli occhi dei bambini</strong>, traccia di uno stupore antico che non si trova <em>on line</em> e che è difficile da trasporre nelle indagini scientifiche; è soprattutto nei profumi dei fiori della primavera che combatte l&#8217;ultima battaglia con la tramontana.</p>



<figure class="wp-block-image alignleft size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/05/pane-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-5574" style="aspect-ratio:0.750003854871787;width:208px;height:auto" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/05/pane-768x1024.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/05/pane-225x300.jpg 225w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/05/pane-1152x1536.jpg 1152w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/05/pane.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Resta la domanda, se proprio non possiamo fare a meno di porla: che cosa stanno facendo questi uomini e queste donne con le fiaccole in una notte di maggio del 2026, intorno al colle Censo di Itieli?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;impressione è che chi partecipa alla processione percorra gli stessi passi già battuti da decine di generazioni nei secoli precedenti. <strong>Riti devozionali e di protezione</strong> che pescano in un passato lontanissimo e pure vicino: gli <strong>Ambarvalia</strong>, le processioni che a Roma e prima di Roma servivano a benedire e a salvaguardare luoghi speciali, pascoli o terreni agricoli, affinché gli dèi, ovvero le forze della natura, fossero favorevoli. <strong>Il collegio degli Arvali</strong>, figli della Madre Terra, le celebrava alla metà del mese di maggio. Poi sono arrivati i cristiani, ma nelle campagne sono rimaste le <em>circumambulazioni </em>care agli <strong>Arvali </strong>e si sono trasformate nelle <strong>Rogazioni </strong>guidate dai parroci, che sono <strong>processioni penitenziali</strong>: chiedono la benedizione di Dio sui raccolti sul lavoro umano e la protezione dalle calamità naturali. Le <strong>Rogazioni minori</strong> si celebrano il 25 aprile, <strong>le maggiori</strong> per <strong>l’Ascensione</strong>. Ma l&#8217;obiettivo resta sempre lo stesso: consacrare, preservare un luogo, una vigna, un oliveto un campo di grano e salvarlo dalla grandine o dalla siccità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando solo una settantina d&#8217;anni fa è collassata <strong>la civiltà rurale</strong> che durava da almeno venticinque secoli molte di queste usanze, di questi riti, di queste devozioni sono fatalmente cessati, essendone esaurita la funzione. Molti, ma non tutti.<strong> Restano dei relitti, dei magnifici relitti</strong>, come questi sorprendenti riti di fuoco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Solo <strong>nell&#8217;Appennino centrale ce ne sono ancora moltissimi che scandiscono le date del ciclo sacro dell&#8217;anno. </strong>Le <strong>&#8216;ndocce</strong> di <strong>Agnone</strong> in <strong>Molise</strong>, le <strong>farchie</strong>, le <strong>fracchie</strong>, le <strong>torciate </strong>e tanti altri riti di fuoco provenienti da ben ventisei diversi Comuni appenninici che ora si riuniscono proprio ad Agnone per <a href="https://www.rainews.it/tgr/molise/video/2025/12/agnone-accoglie-la-festa-dei-riti-del-fuoco-ccd2cac6-dc0e-4c05-8933-02aad85f82fb.html"><strong>la Festa annuale dei fuochi rituali in dicembre</strong>.</a></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Perché queste feste continuano ad essere celebrate, visto che con il crollo della civiltà rurale se ne è persa la funzione? </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">In alcuni casi sono diventate <strong>un&#8217;attrazione folkloristica</strong> e anche una innegabile <strong>risorsa turistica</strong>. A <strong>Itieli </strong>colpisce che questo non sia accaduto: a vedere le<strong> Intusse </strong>non salgono turisti, solo pochi curiosi dalla città e dai paesi vicini. Non c’è dunque un ritorno economico o d’immagine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Resta <strong>una forte valenza devozionale</strong> e forse anche qualcos&#8217;altro. Quel cerchio di fuoco non serve più a proteggere il terreno, i boschi e magari anche gli spiriti o i numi di Colle Censo. Serve però <strong>a delimitare un&#8217;identità </strong>che va – a nostro modesto parere &#8211; ben oltre quella descritta nella ricerca <em>&#8220;Nella valle degli antichi fuochi&#8221;</em>. <strong>Un&#8217;identità che mira a conservare il senso del sacro anche nella modernità</strong> a segnare un confine tra la potenza della globalizzazione e del suo materialismo e la capacità di stupore che ancora promana dai luoghi, in ogni luogo diversamente, ma sempre seguendo le tracce degli archetipi del sacro, foss’anche con una ciambella in mano e nell’altra il bastone di frassino che ha resistito al fuoco e con il quale sfottere il vicino che non è riuscito a farlo così bello. Sempre però nella consapevolezza di aver difeso non solo la memoria della propria comunità, ma anche <strong>una parte della propria anima</strong>, da usare nel nostro complicato presente e come supporto per continuare a camminare verso il futuro, da uomini e donne quali siamo e non come ci viene raccontato di dover essere. Alla luce di un fuoco che, comunque, resta acceso.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/05/itieli3-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-5575" style="aspect-ratio:0.750003854871787;width:381px;height:auto" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/05/itieli3-768x1024.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/05/itieli3-225x300.jpg 225w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/05/itieli3-1152x1536.jpg 1152w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/05/itieli3.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>
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		<title>Appennino, la parola che crea il mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[La Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2026 20:06:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna madre]]></category>
		<category><![CDATA[Ultime notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Appennino]]></category>
		<category><![CDATA[tavole eugubine]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dalle Tavole Eugubine a una possibile geografia del sacro italiano</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">C’è un filo antico che attraversa l’Appennino come un fiume carsico. A tratti scompare sotto la superficie della storia, poi riaffiora: in un rito, in un canto, in una parola pronunciata davanti a una montagna, a una sorgente, a un bosco sacro. È il filo di una religiosità arcaica che precede Roma e che nelle <a href="https://www.palazzodeiconsoli.it/tavole-eugubine/">Tavole Eugubine</a> ha lasciato una delle sue testimonianze più straordinarie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per lungo tempo il mondo italico preromano è stato considerato una sorta di antefatto minore della civiltà romana. Poi molti studiosi — da Georges <strong>Dumézil </strong>a Mircea <strong>Eliade</strong>, fino agli italiani Giacomo <strong>Devoto</strong> e Renato <strong>Del Ponte </strong>— hanno proposto, ognuno dal proprio punto di vista, una lettura diversa: quella dei popoli appenninici, o quantomeno delle loro élite, come custodi di una visione del mondo sofisticata, fondata sul rapporto tra linguaggio, rito, territorio e cosmo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le <strong>Tavole Eugubine</strong>, redatte in lingua umbra tra il III e il I secolo a.C., raccogliendo tradizioni orali precedenti, <strong>non raccontano miti eroici né genealogie divine</strong> come i poemi greci. Sono invece <strong>sequenze rituali</strong>: formule, invocazioni, prescrizioni liturgiche. A colpire è soprattutto <strong>il carattere non antropomorfico del sacro</strong>. Le divinità delle Tavole sembrano spesso <strong>potenze operative più che figure personali</strong>: presenze legate all’<strong>atto </strong>rituale, al luogo, alle <strong>parole </strong>pronunciate dagli officianti per il bene e la protezione della comunità.<br><br>Qui emerge un’idea radicalmente diversa da quella moderna. <em>La parola non serve a descrivere il mondo</em>: <em>contribuisce a mantenerlo in equilibrio.</em> La formula rituale è efficace, serve a plasmare la realtà. <em>Pronunciare significa fare</em>. Gli studiosi hanno parlato di una vera e propria “<strong>grammatica sacra</strong>”, in cui il linguaggio non rappresenta il reale ma partecipa alla sua continua ricostituzione.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2017/09/solenne-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-3686" style="width:487px;height:auto" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2017/09/solenne-1024x768.jpg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2017/09/solenne-300x225.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2017/09/solenne-768x576.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Augusto Ancillotti</strong> che, da glottologo, ha dedicato buona parte della sua vita allo studio delle Tavole Eugubine scrive: <em>&#8220;Lungi dal trattarsi di rozzo animismo, si può a buon diritto considerare questa fase della religiosità umbra come una forma di panteismo, per certi versi non molto dissimile da quella che negli stessi secoli stava maturando nell&#8217;India delle Upanishad&#8221;</em>. (1)<br><br>In questo modo <strong>l’Appennino antico appare come un immenso spazio liturgico</strong>. Montagne, valichi, grotte, selve e sorgenti non sono semplici elementi del paesaggio: sono <em>nodi di relazione tra uomini e cosmo</em>. Non a caso molti dei più antichi luoghi sacri italici sorgono lungo le dorsali appenniniche, dove il rapporto con la natura e con il cielo  conserva ancora oggi una dimensione quasi iniziatica.<br><br><strong>Roma erediterà parte di questo patrimonio</strong> trasformandolo in religione civica e statale. Ma qualcosa dell’antico fondo italico continuerà a sopravvivere sotto la superficie. Come osservava <strong>Del Ponte</strong>, la romanità arcaica non fu soltanto una religione di dèi antropomorfi, ma anche una religione del rito corretto, del gesto efficace, della parola capace di ristabilire l’ordine tra comunità e cosmo, quella che venne definita come la <em>pax deorum</em>.<br><br><strong>Ed è forse proprio in questa direzione che l&#8217;antica sensibilità torna a parlarci oggi.</strong><br>Per certi versi, infatti, <strong>la religiosità appenninica arcaica appare sorprendentemente contemporanea</strong>. In un’epoca segnata dalla crisi ecologica e dalla perdita del rapporto con i territori e con i paesaggi, essa propone una visione non antropocentrica: il mondo non come oggetto da sfruttare, ma <strong>come trama vivente di relazioni</strong>. <strong>Il sacro non è confinato in una sfera separata</strong>; abita i luoghi, i nomi, i ritmi stagionali, le vie percorse dagli uomini e dagli animali.<br><br>È una concezione che appare periodicamente nella cultura occidentale, troppo spesso senza essere compresa fino in fondo. Nel “<strong>Logos</strong>” del <strong>Vangelo </strong>secondo <strong>Giovanni </strong>—<em> “In principio era il Verbo” </em>— la parola torna a essere principio ordinatore del reale. Nella poiesis (ποίησις)  greca, il linguaggio è ancora un “fare”, un generare presenza. <br><br>E nelle “<em>songlines</em>” degli aborigeni australiani raccontate da <strong>Bruce Chatwin</strong>, il canto degli antenati crea il territorio e continua a mantenerlo vivo.<br><br><strong>Pur diversissime tra loro, queste esperienze condividono una stessa intuizione: il mondo esiste davvero solo finché qualcuno continua a nominarlo, attraversarlo, cantarlo.</strong><br><br><strong>Anche l’Appennino italico custodisce tracce di questa memoria lunga</strong>. Sopravvive in certi culti montani, nelle processioni rurali, nei racconti dei pastori, nella toponomastica, nel rapporto quasi sacrale con le alture e le foreste. Talvolta riaffiora nella letteratura, nella poesia, nella ricerca spirituale contemporanea. Come se sotto la modernità continuasse a scorrere un’antica coscienza della sacralità del paesaggio.<br>Non si tratta di ricerca archeologica né di semplice folklore. Piuttosto della <strong>possibilità di rileggere il territorio come spazio simbolico e vivente</strong>. <br><br>In questo senso <strong>le Tavole Eugubine non appartengono soltanto al passato</strong>: <strong>parlano ancora al presente</strong>. Ci ricordano che una civiltà può nascere anche da una originale idea della parola — non strumento di dominio, ma <strong>gesto di relazione con il mondo e con il cosmo</strong>.<br><br>E forse proprio l’Appennino, con la sua lunghissima sequenza di silenzi, pietre, templi, eremi e memorie, resta uno dei luoghi in cui questo antico fiume sotterraneo continua ancora oggi, discretamente, a riaffiorare, con la sua “grammatica del sacro” capace di mantenere <strong>l&#8217;equilibrio tra umano e divino</strong>; di lasciare aperte le porte quando dovevano aprirsi. Di aiutarci a leggere i segni, i simboli, e a riconoscere le ierofanie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>



<ol class="wp-block-list">
<li>Ancillotti-Cerri, Le tavole di Gubbio e l&#8217;Italia preromana &#8211; Edizioni Jama 2022</li>
</ol>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="960" height="960" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2025/04/torre.jpg" alt="" class="wp-image-5183" style="width:558px;height:auto" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2025/04/torre.jpg 960w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2025/04/torre-300x300.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2025/04/torre-150x150.jpg 150w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2025/04/torre-768x768.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 960px) 100vw, 960px" /></figure>
<p>L'articolo <a href="https://www.appenniniweb.it/2026/05/11/appennino-la-parola-che-crea-il-mondo/">Appennino, la parola che crea il mondo</a> proviene da <a href="https://www.appenniniweb.it">AppenniniWeb</a>.</p>
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		<title>Con gli Italici per capire l&#8217;Italia, o le Italie</title>
		<link>https://www.appenniniweb.it/2026/05/04/con-gli-italici-per-capire-litalia-o-le-italie/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 May 2026 19:15:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna madre]]></category>
		<category><![CDATA[Ultime notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Festival dei Popoli Italici]]></category>
		<category><![CDATA[Rieti]]></category>
		<category><![CDATA[Ver Sabrum]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In Appennino oggi è più facile orientarsi con il santo piuttosto che con il sacro. Per rintracciare quest&#8217;ultimo occorrerebbe conoscere</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">In <strong>Appennino </strong>oggi è più facile orientarsi con il <strong>santo </strong>piuttosto che con il <strong>sacro</strong>. <br>Per rintracciare quest&#8217;ultimo occorrerebbe conoscere mappe antichissime, quelle che i popoli italici non ci hanno lasciato e che non hanno mai pensato di realizzare per un semplice motivo: per loro<strong> i luoghi sacri </strong><em>erano evidenti</em>. E avevano a che fare con la natura e con le sue meraviglie, benevoli o terribili. <br>Poi, ma solo poi, sono arrivati <strong>i luoghi santi</strong>, che invece hanno a che fare con <em>la santità delle persone</em> che li hanno abitati. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Per districarci in questo groviglio e in questa <strong>lontanissima geografia sacra</strong>, dovremmo cercare i segni (<em>pietre o parole</em>) lasciati da chi abitò l&#8217;Appennino prima di noi, prima dei nostri nonni contadini e pastori, prima dei castelli, dei borghi, delle pievi e delle abbazie e perfino prima dei Romani: i segni e la memoria degli<strong> Italici</strong>. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Per tornare a conoscere e a dialogare con questi nostri avi così dimenticati eppure così importanti <strong>per capire fino in fondo l&#8217;Italia di oggi</strong>, il suo carattere e i suoi paesaggi, c&#8217;è un&#8217;occasione straordinaria:<strong><a href="https://festivalpopolitalici.it/"> il primo Festival dei Popoli Italici</a></strong>, con la partecipazione <strong><a href="https://festivalpopolitalici.it/i-protagonisti/">dei più importanti archeologi, glottologi, storici, ricercatori </a></strong>che in questo momento si occupano di rimettere insieme<strong> il puzzle della Prima Italia</strong>. </p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="640" height="480" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/05/ver.jpg" alt="Il Ver Sacrum sulla facciata del Palazzo della Secessione a Vienna" class="wp-image-5547" style="width:369px;height:auto" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/05/ver.jpg 640w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/05/ver-300x225.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il Festival non a caso si tiene a <strong>Rieti</strong>, e inizierà <strong><a href="https://festivalpopolitalici.it/programma/">venerdì 8 maggio </a></strong>con una sessione dedicata al vicino lago di Cotilia, <strong>il sacro lago di Cotilia</strong>, dal quale una buona parte di questa storia remota ha avuto origine. Qui, <strong>nell&#8217;ombelico d&#8217;Italia</strong>, o almeno in<em> uno dei suoi ombelichi più sexy</em>, i <strong>Sabini </strong>immaginarono il rito del <strong>Ver Sacrum</strong>, la<em> primavera sacra</em>. Un nome talmente evocativo da essere ripreso persino dagli artisti della Secessione viennese con <strong>la rivista Ver Sacrum</strong> fondata  <strong>Gustav Klimt</strong> che riportò il tema della natura al centro dell&#8217;Art Nouveau, all&#8217;inizio del XX secolo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma prima, molto prima, più di 2500 anni fa, dalle rive del <strong>Lago di Cotilia</strong>, oggi di <strong>Paterno</strong>, partivano ogni primavera<strong> i giovani Sacrati</strong>, per fondare nuove comunità in <strong>Appennino</strong>, per fecondarlo e nominarne le valli, gli altipiani, i monti, più o meno come facevano <strong>gli aborigeni australiani</strong> descritti da <strong>Bruce Chatwin</strong> quando creavano le <strong>Vie dei Canti </strong>nei territori del loro continente fino ad allora sconosciuti e disabitati. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Se la nostra terra ha bisogno di riabbracciare la sua origine e il suo mistero per trovare una o più vie per il futuro</em>, e nuove e nostrane vie dei canti, nulla di meglio che <strong>ripartire da Rieti</strong>, come fecero i più antichi antenati, i padri <strong>Umbri</strong>, <strong>Sanniti</strong>, i <strong>Marsi</strong>, i <strong>Piceni</strong>, gli <strong>Irpini</strong>, i <strong>Lucani</strong>, i <strong>Vestini </strong>e molti altri. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Festival dei Popoli Italici (8-10 maggio) sarà dunque <strong>un evento che ci aiuterà a capire di quante Italie è fatta la nostra Italia </strong>e sulle orme di chi camminiamo quando ci muoviamo in Appennino. Ce n&#8217;è abbastanza per non perdere questa straordinaria occasione. <strong>Ci vediamo a Rieti, perché anche questa del 2026 è a suo modo, una primavera sacra</strong>!<br><br><a href="https://festivalpopolitalici.it/programma/">Qui l&#8217;intero programma dell&#8217;evento</a>, comprese le due serate al teatro Vespasiano con <strong>Stefano Mancuso </strong><em>(<strong>La tribù degli alberi</strong></em>) e <strong>Dario Fabbri (<em>Popoli e imperi, dal mondo antico all’età contemporanea</em></strong>). Per questi due eventi <a href="https://www.liveticket.it/festivalpopolitalici">i biglietti sono acquistabili anche on line</a>.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="695" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/05/tavole1-1024x695.png" alt="Un particolare delle Tavole Eugubine, testo rituale degli antichi Umbri" class="wp-image-5550" style="aspect-ratio:1.4727790225882638;width:394px;height:auto" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/05/tavole1-1024x695.png 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/05/tavole1-300x204.png 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/05/tavole1-768x521.png 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/05/tavole1.png 1190w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
<p>L'articolo <a href="https://www.appenniniweb.it/2026/05/04/con-gli-italici-per-capire-litalia-o-le-italie/">Con gli Italici per capire l&#8217;Italia, o le Italie</a> proviene da <a href="https://www.appenniniweb.it">AppenniniWeb</a>.</p>
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		<title>La &#8220;Primavera Sacra&#8221; dell’Appennino: Rieti celebra le radici d’Italia tra storia e futuro</title>
		<link>https://www.appenniniweb.it/2026/04/21/la-primavera-sacra-dellappennino-rieti-celebra-le-radici-ditalia-tra-storia-e-futuro/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Apr 2026 09:22:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagne di libri]]></category>
		<category><![CDATA[Festival Popoli Italici]]></category>
		<category><![CDATA[L'Aquila Capitale della Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Rieti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Appennino centrale si prepara a vivere il Festival dei Popoli Italici che contribuirà alla riscoperta delle sue radici più profonde dall'8 al 10 maggio a Rieti</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.appenniniweb.it/2026/04/21/la-primavera-sacra-dellappennino-rieti-celebra-le-radici-ditalia-tra-storia-e-futuro/">La &#8220;Primavera Sacra&#8221; dell’Appennino: Rieti celebra le radici d’Italia tra storia e futuro</a> proviene da <a href="https://www.appenniniweb.it">AppenniniWeb</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">L’Appennino centrale si prepara a vivere un Festival che contribuirà alla riscoperta delle sue radici più profonde. Nell&#8217;ambito dei progetti e delle proposte per <strong>L’Aquila, Capitale Italiana della Cultura 2026</strong>, la vicina <strong>Rieti</strong> diventa lo scenario di un evento senza precedenti: la prima edizione del <a href="https://festivalpopolitalici.it/"><strong>Festival dei Popoli Italici – La Primavera Sacra</strong> </a><br>Dall’<strong>8 al 10 maggio 2026</strong>, il Museo Archeologico e il Teatro Flavio Vespasiano di Rieti ospiteranno un viaggio a ritroso nel tempo per riscoprire l’identità profonda delle terre appeniniche, prima che l’espansione di Roma ne uniformasse il mosaico di culture.<br>Il Festival non intende essere soltanto un&#8217;importante occasione di confronto accademico, ma un segnale di vitalità per le <strong>aree interne</strong>. L’evento si inserisce nel quadro della ricostruzione e del rilancio dei territori colpiti dal sisma degli ultimi decenni. Attraverso la cultura si mira così a restituire centralità a zone che, pur essendo state il cuore pulsante delle civiltà appenniniche, affrontano oggi le sfide cruciali del contrasto allo spopolamento, per una rinascita economica e identitaria.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://festivalpopolitalici.it/programma/"><strong>Il Programma: tre giorni tra storia e divulgazione</strong></a><br>Il Festival propone <strong>lezioni di storia gratuite</strong> e accessibili a tutti, tenute da alcuni dei più illustri studiosi e divulgatori contemporanei.<br><strong>Il calendario:</strong> le attività si svilupperanno<strong>nel weekend dell&#8217;8-10 maggio</strong>, alternando approfondimenti scientifici e narrazioni coinvolgenti<br><strong>I protagonisti:</strong> il parterre di relatori include figure del calibro di <strong>Andrea Carandini</strong>, lo storico e analista geopolitico <strong>Dario Fabbri</strong>, l’archeologo <strong>Filippo Coarelli</strong>, <strong>Giovanni Brizzi</strong> e lo scienziato <strong>Stefano Mancuso</strong>.<br><strong>Focus tematici:</strong> gli interventi spazieranno dalla nascita dell&#8217;Italia alle antiche <em>&#8220;toutas&#8221;</em> (le comunità politiche italiche), passando per lo studio delle <strong>Tavole Iguvine</strong>.<br><strong>L’identità dei popoli italici</strong>: l&#8217;Appennino centrale è stato la culla di popoli fieri e dalle identità distinte. Il Festival metterà sotto i riflettori le vicende di genti come i <strong>Sabini</strong> (strettamente legati alla fondazione di Roma), i <strong>Marsi</strong>, i <strong>Peligni</strong>, i <strong>Vestini</strong> e gli <strong>Equi</strong>, solo per citarne alcuni tra i numerosi gruppi che abitarono la penisola. <br>Il titolo stesso del festival di quest&#8217;anno, <strong>&#8220;La Primavera Sacra&#8221;</strong> (<em>Ver Sacrum</em>), richiama l&#8217;antico rituale migratorio con cui le giovani generazioni delle tribù appenniniche partivano alla ricerca di nuove terre, fondando nuove comunità e garantendo la sopravvivenza del proprio popolo.<br><strong>Rieti e L&#8217;Aquila</strong>: un asse culturale per il 2026: in un anno in cui l&#8217;Abruzzo e il Lazio collaborano idealmente sotto il segno della cultura, Rieti diventa la porta d&#8217;accesso a questa narrazione storica. Se L&#8217;Aquila rappresenta la resilienza e la modernità del patrimonio artistico, Rieti, attraverso il Festival dei Popoli Italici, ne fornisce la <strong>base storica e identitaria</strong>. <br><strong>Partecipare al Festival</strong> significa dunque non solo ascoltare i massimi esperti di storia antica, ma anche sostenere un progetto di <strong>turismo consapevole e culturale</strong> che vede nelle radici italiche il motore per il rilancio delle aree interne dell’Appennino.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/04/guerriero-di-numana_piceni-1024x683.png" alt="" class="wp-image-5541" style="aspect-ratio:1.5000000301160317;width:587px;height:auto" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/04/guerriero-di-numana_piceni-1024x683.png 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/04/guerriero-di-numana_piceni-300x200.png 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/04/guerriero-di-numana_piceni-768x512.png 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/04/guerriero-di-numana_piceni.png 1200w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
<p>L'articolo <a href="https://www.appenniniweb.it/2026/04/21/la-primavera-sacra-dellappennino-rieti-celebra-le-radici-ditalia-tra-storia-e-futuro/">La &#8220;Primavera Sacra&#8221; dell’Appennino: Rieti celebra le radici d’Italia tra storia e futuro</a> proviene da <a href="https://www.appenniniweb.it">AppenniniWeb</a>.</p>
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		<title>Senza i pastori non c&#8217;è più un paesaggio da difendere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[La Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 13:50:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ultime notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Abruzzo]]></category>
		<category><![CDATA[pastori]]></category>
		<category><![CDATA[pastorizia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Serve un tavolo urgente sulla pastorizia che è stata abbandonata per responsabilità politiche e amministrative (Intervento a cura del Consorzio di Tutela Agnello IGP)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.appenniniweb.it/2026/03/28/senza-i-pastori-non-ce-piu-un-paesaggio-da-difendere/">Senza i pastori non c&#8217;è più un paesaggio da difendere</a> proviene da <a href="https://www.appenniniweb.it">AppenniniWeb</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>(Riceviamo e pubblichiamo dal Consorzio di Tutela Agnello IGP del Centro Italia)</em><br><strong>Serve un tavolo urgente sulla pastorizia </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>“Perché la pastorizia non ha piu santi in Paradiso?”</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La pastorizia in Abruzzo non è in crisi: è stata <strong>abbandonata</strong>. E non per caso, ma per <strong>responsabilità</strong> precise, politiche e amministrative.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per secoli ha rappresentato il <strong>cuore economico, sociale e culturale</strong> del territorio. Ha costruito il paesaggio, modellato gli ecosistemi, reso vive le <strong>aree interne</strong>. Oggi, invece, viene trattata come un residuo del passato, quando in realtà potrebbe essere una leva strategica per il futuro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le istituzioni, a tutti i livelli, hanno progressivamente smesso di occuparsene. Nessuna strategia nazionale, nessuna visione regionale, nessuna politica concreta dei territori. Al loro posto: <strong>burocrazia, vincoli, disinteresse </strong>e, troppo spesso, <strong>speculazioni</strong> legate ai titoli PAC che hanno trasformato il pascolo in una rendita e non in un’attività produttiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il punto più grave è un altro: la totale incomprensione — quando non il vero e proprio contrasto — da parte di alcune politiche ambientali di stampo puramente protezionistico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si è costruita negli ultimi decenni una narrazione distorta: quella di un ambiente naturale “da conservare” come se fosse qualcosa di immobile e spontaneo. Si dimentica, o si finge di dimenticare, che gran parte del paesaggio che oggi viene tutelato è il risultato diretto di millenni di attività pastorale. I prati, i pascoli, gli equilibri ecologici che oggi consideriamo preziosi non sono diventati ciò che sono senza l’uomo: sono il prodotto della presenza costante dei pastori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure, proprio chi ha contribuito a creare questo equilibrio oggi viene escluso, limitato, ostacolato. Le aree protette diventano spesso luoghi in cui è più facile vietare che gestire, più semplice bloccare che integrare. Il risultato è paradossale: si tutela il paesaggio espellendo chi lo ha costruito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questo si aggiunge il degrado materiale: alpeggi abbandonati, capanne in rovina, totale assenza di servizi essenziali. Impianti di trasformazioni chiusi o non disponibili per oneri aggiuntivi a certificare la tracciabilita della produzione dop/IGP Nel 2026 ci sono ancora pastori che lavorano senza acqua, senza accessi adeguati, senza infrastrutture minime. Altro che transizione ecologica: qui manca ancora la civiltà di base.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E intanto si parla di sostenibilità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La verità è che la <strong>pastorizia</strong> non è un problema ambientale: <strong>è una soluzione ambientale</strong>. Il pascolo gestito correttamente contribuisce al mantenimento degli ecosistemi, alla prevenzione degli incendi, alla biodiversità e persino al sequestro di CO2. Non è un caso che a livello internazionale si stia tornando a riconoscerne il valore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Allora la domanda è semplice: <strong>cosa si vuole fare?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Continuare a lasciare che questo settore venga svuotato, trasformato in occasione di rendita per pochi e abbandonato da chi dovrebbe governarlo? Oppure si vuole finalmente investire in un rilancio vero?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché le <strong>possibilità</strong> esistono: filiere corte, prodotti identitari come gli arrosticini, turismo esperienziale, presidio del territorio, occupazione nelle aree interne. Ma tutto questo non nasce da solo: richiede scelte politiche, investimenti, organizzazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Serve <strong>una rete che accompagni </strong>chi vuole fare pastorizia oggi: infrastrutture, assistenza tecnica, accesso ai mercati, valorizzazione del prodotto. Serve, soprattutto, un cambio di paradigma: riconoscere che <strong>senza pastori non esiste il paesaggio</strong> che si dice di voler difendere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo <strong><u>chiediamo con forza che Ministeri, Regioni, enti gestori delle aree protette e Comuni smettano di ignorare il problema e si assumano le proprie responsabilità.</u></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La pastorizia non può essere lasciata a morire, né ridotta a strumento di speculazione sui contributi. Deve tornare a essere un’attività centrale, sostenuta, rispettata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché <strong><u>senza pastorizia, l’Abruzzo perde non solo un pezzo della sua economia, ma una parte della sua identità più profonda.</u></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questi motivi il consorzio dell’IGP Agnello del Centro Italia <strong><u>ha chiesto all’Assessorato all’agricoltura e a quello alla sanità la convocazione quanto prima di un tavolo per lo stato di crisi della zootecnia: restiamo in fiduciosa attesa della fissazione della data.</u></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Per il Consorzio tutela agnello IGP Italia Centrale</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Presidente</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nunzio Marcelli </p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="380" height="339" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2023/06/giono_lhomme-qui-plantait-des-arbres.jpg" alt="" class="wp-image-4847" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2023/06/giono_lhomme-qui-plantait-des-arbres.jpg 380w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2023/06/giono_lhomme-qui-plantait-des-arbres-300x268.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 380px) 100vw, 380px" /></figure>
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		<title>Un dialogo appenninico: i cercatori di aure</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Mar 2026 16:28:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna musa]]></category>
		<category><![CDATA[Ultime notizie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Due amici in un rifugio del Gran Sasso con il fuoco acceso e la voglia di parlare di aure, di gemme e di vita </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Il fuoco era acceso. Fuori ancora un po’ di neve, di quella caduta abbondante una settimana prima, di quella resistente che voleva continuare a imbiancare il monte, a brillare al sole, prima di tornare alla terra e ricominciare il viaggio. Nel rifugio due amici si scaldavano i muscoli per rilassarli dopo la salita. Il più anziano aveva voglia di parlare.<br>&#8211; Se ti dovessi dire cosa ho fatto nella vita…cosa ho fatto, o almeno cosa ho provato a fare… ti potrei dire che sono stato…che sono stato soprattutto un cercatore. Sì….<br>&#8211; Di cosa? Gli chiese il giovane compagno d’avventura.<br>&#8211; Sono stato un bravo cercatore di aure. Ne ho trovate molte, le ho incontrate, me ne sono nutrito, a volte me ne sono beato.<br>&#8211; E adesso che cosa ci fai?<br>&#8211; Vedi…te le potrei regalare volentieri: ne sarei felice, ma non posso. Non si può fare. Ognuno si tiene quelle che ha trovato, se non se le dimentica da qualche parte.<br>&#8211; Perché non me le puoi regalare?<br>&#8211; Hai letto Daumal? Ogni luogo, ogni monte specialmente…come questo qui…nasconde le sue analogie. Percepirle è come trovare una pietra preziosa, come estrarre una gemma, sulla quale provare a costruire un pezzo seppur piccolo della propria anima. La costruzione del sé….lui, Daumal, era un allievo di Gurdjieff, ricordi?…e forse era anche altre cose… ognuno si sceglie i suoi maestri. Ma quelle che ho trovato io, non vanno bene per te. Ognuno deve cercare e trovare le sue&#8230;<br>&#8211; Gemme, aure…?<br>&#8211; Oh sì, qui intorno ce ne sono molte…te l’ho detto: non ti posso regalare le mie, ma posso darti qualche indicazione su dove cercare le tue…sulla cima del Corno Grande, di sicuro…ma anche in una faggeta, una di quelle nostre, vicino casa, magari in una giornata d’inverno, come questa. O sotto un pino loricato sulle montagne della Calabria, o mentre ti perdi a guardare il Pian Grande davanti al Vettore. Oppure in mezzo alle pietre di un tempio antico e distrutto, dove, evidentemente, le aveva cercate e trovate qualcun altro prima di noi…Pensa però che ti può succedere persino di trovarne mentre cammini attraverso il profumo di una fioritura di ginestre, oppure quando ti perdi a osservare i ricami del ghiaccio su un albero imbiancato dalla galaverna nell’alta Valnerina&#8230;Troverai gemme e aure utili alla tua anima ovunque saprai riconoscere lo spirito del luogo, il suo genius, il Nume che si manifesta…una teofanìa.<br>&#8211; E cosa succederà? Come me ne accorgerò?<br>&#8211; Non so&#8230;te l’ho detto: ognuno ha percezioni diverse, per fortuna. È un po’ come quando scegliamo sentieri differenti per salire sulla cima…con te capita spesso, lo sai che abbiamo punti di vista diversi e ogni tanto qualcuno si perde…e non sono io…<br>(Ridono…)<br>&#8211; Però ti posso dire che a me, quando succede, è come se il mio io, la mia identità personale si rimpicciolisse, fin quasi a scomparire, diventando sottile e per questo immensa, come tutto quello che ci circonda che non è mai vuoto, non è mai nulla…ricordatelo:<br>𝑇𝑜𝑢𝑡 𝑛’𝑒́𝑡𝑎𝑖𝑡 𝑅𝑖𝑒𝑛/𝑅𝑖𝑒𝑛 𝑒́𝑡𝑎𝑖𝑡 𝑡𝑜𝑢𝑡/𝑇𝑜𝑢𝑡 𝑒́𝑡𝑎𝑖𝑡 𝐷𝑖𝑒𝑢/𝐷𝑖𝑒𝑢 𝑛’𝑒́𝑡𝑎𝑖𝑡 𝑅𝑖𝑒𝑛/𝐷𝑖𝑒𝑢 𝑒́𝑡𝑎𝑖𝑡 𝑇𝑜𝑢𝑡…<br>Alé!…è una filastrocca: in fondo è semplicissimo! Come l&#8217;equazione di Paul Dirac&#8230;<br>(Ride)<br>&#8211; Alla salute nostra e delle aure che incontrerai. Provaci! Ne troverai più di me, ne sono sicuro. So che sai dove cercarle. <br>Bevvero il brandy dalla stessa fiaschetta. <br>Il fuoco era ancora acceso e gli occhi dei due amici brillavano, come scintille.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="670" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/fuoco-1024x670.jpg" alt="" class="wp-image-5516" style="aspect-ratio:1.528214151061958;width:568px;height:auto" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/fuoco-1024x670.jpg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/fuoco-300x196.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/fuoco-768x503.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/fuoco.jpg 1085w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
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		<title>Le terre (a colori) della Sibilla</title>
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		<dc:creator><![CDATA[La Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 12:29:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Oltre il terremoto]]></category>
		<category><![CDATA[Ultime notizie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nove manifesti a colori per promuovere le Terre della Sibilla grazie all'opera di un artista illustratore Riccardo Guasco</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Nell&#8217;area dei Sibillini, fortemente colpita dal terremoto del 2016, nove Comuni, nove territori stanno ritrovando i loro colori e la loro bellezza. Una voglia di rinascere, pur tra mille problemi e ritardi burocratici, che si rispecchia nelle nove tavole realizzate da un illustratore, <strong>Riccardo Guasco</strong>, scelto per dare anima e colori, appunto, al progetto &#8220;Terre della Sibilla&#8221; svelato nei giorni scorsi alla BIT 2026 di Milano.<br>Si tratta di <strong>nove manifesti artistici dedicati a ciascuno dei Comuni marchigiani del territorio dei monti Sibillini</strong>, Montegallo, Montemonaco, Arquata, Sarnana, Castelantangelo sul Nera, Ussita, Bolognola, Fiastra e una decima tavola dedicata al titolo del progetto. Un invito ad un viaggio attraverso i nove borghi, la loro bellezza e i loro problemi, tra panorami mozzafiato e storie millenarie con uno stile accattivante e un po&#8217; retro. Tutto questo per provare a promuovere la &#8220;destinazione Sibillini&#8221;,  con la Regione Marche e il Commissario Straordinario per la Ricostruzione. </p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-1 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="760" height="1024" data-id="5495" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/arquata-3-760x1024.jpg" alt="" class="wp-image-5495" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/arquata-3-760x1024.jpg 760w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/arquata-3-223x300.jpg 223w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/arquata-3-768x1034.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/arquata-3-1140x1536.jpg 1140w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/arquata-3.jpg 1188w" sizes="auto, (max-width: 760px) 100vw, 760px" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="760" height="1024" data-id="5496" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/bolognola-3-760x1024.jpg" alt="" class="wp-image-5496" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/bolognola-3-760x1024.jpg 760w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/bolognola-3-223x300.jpg 223w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/bolognola-3-768x1034.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/bolognola-3-1140x1536.jpg 1140w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/bolognola-3.jpg 1188w" sizes="auto, (max-width: 760px) 100vw, 760px" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="760" height="1024" data-id="5504" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/fiastra-3-760x1024.jpg" alt="" class="wp-image-5504" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/fiastra-3-760x1024.jpg 760w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/fiastra-3-223x300.jpg 223w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/fiastra-3-768x1034.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/fiastra-3-1140x1536.jpg 1140w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/fiastra-3.jpg 1188w" sizes="auto, (max-width: 760px) 100vw, 760px" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="760" height="1024" data-id="5505" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/montefortino-4-760x1024.jpg" alt="" class="wp-image-5505" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/montefortino-4-760x1024.jpg 760w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/montefortino-4-223x300.jpg 223w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/montefortino-4-768x1034.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/montefortino-4-1140x1536.jpg 1140w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/montefortino-4.jpg 1188w" sizes="auto, (max-width: 760px) 100vw, 760px" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="760" height="1024" data-id="5506" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/montegallo-2-760x1024.jpg" alt="" class="wp-image-5506" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/montegallo-2-760x1024.jpg 760w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/montegallo-2-223x300.jpg 223w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/montegallo-2-768x1034.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/montegallo-2-1140x1536.jpg 1140w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/montegallo-2.jpg 1188w" sizes="auto, (max-width: 760px) 100vw, 760px" /></figure>



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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="760" height="1024" data-id="5508" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/nera-2-760x1024.jpg" alt="" class="wp-image-5508" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/nera-2-760x1024.jpg 760w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/nera-2-223x300.jpg 223w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/nera-2-768x1034.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/nera-2-1140x1536.jpg 1140w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/nera-2.jpg 1188w" sizes="auto, (max-width: 760px) 100vw, 760px" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="760" height="1024" data-id="5509" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/sarnano-2-760x1024.jpg" alt="" class="wp-image-5509" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/sarnano-2-760x1024.jpg 760w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/sarnano-2-223x300.jpg 223w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/sarnano-2-768x1034.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/sarnano-2-1140x1536.jpg 1140w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/sarnano-2.jpg 1188w" sizes="auto, (max-width: 760px) 100vw, 760px" /></figure>



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<p class="wp-block-paragraph"></p>
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