Con gli Italici per capire l’Italia, o le Italie
In Appennino oggi è più facile orientarsi con il santo piuttosto che con il sacro.
Per rintracciare quest’ultimo occorrerebbe conoscere mappe antichissime, quelle che i popoli italici non ci hanno lasciato e che non hanno mai pensato di realizzare per un semplice motivo: per loro i luoghi sacri erano evidenti. E avevano a che fare con la natura e con le sue meraviglie, benevoli o terribili.
Poi, ma solo poi, sono arrivati i luoghi santi, che invece hanno a che fare con la santità delle persone che li hanno abitati.
Per districarci in questo groviglio e in questa lontanissima geografia sacra, dovremmo cercare i segni (pietre o parole) lasciati da chi abitò l’Appennino prima di noi, prima dei nostri nonni contadini e pastori, prima dei castelli, dei borghi, delle pievi e delle abbazie e perfino prima dei Romani: i segni e la memoria degli Italici.
Per tornare a conoscere e a dialogare con questi nostri avi così dimenticati eppure così importanti per capire fino in fondo l’Italia di oggi, il suo carattere e i suoi paesaggi, c’è un’occasione straordinaria: il primo Festival dei Popoli Italici, con la partecipazione dei più importanti archeologi, glottologi, storici, ricercatori che in questo momento si occupano di rimettere insieme il puzzle della Prima Italia.

Il Festival non a caso si tiene a Rieti, e inizierà venerdì 8 maggio con una sessione dedicata al vicino lago di Cotilia, il sacro lago di Cotilia, dal quale una buona parte di questa storia remota ha avuto origine. Qui, nell’ombelico d’Italia, o almeno in uno dei suoi ombelichi più sexy, i Sabini immaginarono il rito del Ver Sacrum, la primavera sacra. Un nome talmente evocativo da essere ripreso persino dagli artisti della Secessione viennese con la rivista Ver Sacrum fondata Gustav Klimt che riportò il tema della natura al centro dell’Art Nouveau, all’inizio del XX secolo.
Ma prima, molto prima, più di 2500 anni fa, dalle rive del Lago di Cotilia, oggi di Paterno, partivano ogni primavera i giovani Sacrati, per fondare nuove comunità in Appennino, per fecondarlo e nominarne le valli, gli altipiani, i monti, più o meno come facevano gli aborigeni australiani descritti da Bruce Chatwin quando creavano le Vie dei Canti nei territori del loro continente fino ad allora sconosciuti e disabitati.
Se la nostra terra ha bisogno di riabbracciare la sua origine e il suo mistero per trovare una o più vie per il futuro, e nuove e nostrane vie dei canti, nulla di meglio che ripartire da Rieti, come fecero i più antichi antenati, i padri Umbri, Sanniti, i Marsi, i Piceni, gli Irpini, i Lucani, i Vestini e molti altri.
Il Festival dei Popoli Italici (8-10 maggio) sarà dunque un evento che ci aiuterà a capire di quante Italie è fatta la nostra Italia e sulle orme di chi camminiamo quando ci muoviamo in Appennino. Ce n’è abbastanza per non perdere questa straordinaria occasione. Ci vediamo a Rieti, perché anche questa del 2026 è a suo modo, una primavera sacra!
Qui l’intero programma dell’evento, comprese le due serate al teatro Vespasiano con Stefano Mancuso (La tribù degli alberi) e Dario Fabbri (Popoli e imperi, dal mondo antico all’età contemporanea). Per questi due eventi i biglietti sono acquistabili anche on line.


