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Appennino, la parola che crea il mondo

C’è un filo antico che attraversa l’Appennino come un fiume carsico. A tratti scompare sotto la superficie della storia, poi riaffiora: in un rito, in un canto, in una parola pronunciata davanti a una montagna, a una sorgente, a un bosco sacro. È il filo di una religiosità arcaica che precede Roma e che nelle Tavole Eugubine ha lasciato una delle sue testimonianze più straordinarie.

Per lungo tempo il mondo italico preromano è stato considerato una sorta di antefatto minore della civiltà romana. Poi molti studiosi — da Georges Dumézil a Mircea Eliade, fino agli italiani Giacomo Devoto e Renato Del Ponte — hanno proposto, ognuno dal proprio punto di vista, una lettura diversa: quella dei popoli appenninici, o quantomeno delle loro élite, come custodi di una visione del mondo sofisticata, fondata sul rapporto tra linguaggio, rito, territorio e cosmo.

Le Tavole Eugubine, redatte in lingua umbra tra il III e il I secolo a.C., raccogliendo tradizioni orali precedenti, non raccontano miti eroici né genealogie divine come i poemi greci. Sono invece sequenze rituali: formule, invocazioni, prescrizioni liturgiche. A colpire è soprattutto il carattere non antropomorfico del sacro. Le divinità delle Tavole sembrano spesso potenze operative più che figure personali: presenze legate all’atto rituale, al luogo, alle parole pronunciate dagli officianti per il bene e la protezione della comunità.

Qui emerge un’idea radicalmente diversa da quella moderna. La parola non serve a descrivere il mondo: contribuisce a mantenerlo in equilibrio. La formula rituale è efficace, serve a plasmare la realtà. Pronunciare significa fare. Gli studiosi hanno parlato di una vera e propria “grammatica sacra”, in cui il linguaggio non rappresenta il reale ma partecipa alla sua continua ricostituzione.

Augusto Ancillotti che, da glottologo, ha dedicato buona parte della sua vita allo studio delle Tavole Eugubine scrive: “Lungi dal trattarsi di rozzo animismo, si può a buon diritto considerare questa fase della religiosità umbra come una forma di panteismo, per certi versi non molto dissimile da quella che negli stessi secoli stava maturando nell’India delle Upanishad”. (1)

In questo modo l’Appennino antico appare come un immenso spazio liturgico. Montagne, valichi, grotte, selve e sorgenti non sono semplici elementi del paesaggio: sono nodi di relazione tra uomini e cosmo. Non a caso molti dei più antichi luoghi sacri italici sorgono lungo le dorsali appenniniche, dove il rapporto con la natura e con il cielo conserva ancora oggi una dimensione quasi iniziatica.

Roma erediterà parte di questo patrimonio trasformandolo in religione civica e statale. Ma qualcosa dell’antico fondo italico continuerà a sopravvivere sotto la superficie. Come osservava Del Ponte, la romanità arcaica non fu soltanto una religione di dèi antropomorfi, ma anche una religione del rito corretto, del gesto efficace, della parola capace di ristabilire l’ordine tra comunità e cosmo, quella che venne definita come la pax deorum.

Ed è forse proprio in questa direzione che l’antica sensibilità torna a parlarci oggi.
Per certi versi, infatti, la religiosità appenninica arcaica appare sorprendentemente contemporanea. In un’epoca segnata dalla crisi ecologica e dalla perdita del rapporto con i territori e con i paesaggi, essa propone una visione non antropocentrica: il mondo non come oggetto da sfruttare, ma come trama vivente di relazioni. Il sacro non è confinato in una sfera separata; abita i luoghi, i nomi, i ritmi stagionali, le vie percorse dagli uomini e dagli animali.

È una concezione che appare periodicamente nella cultura occidentale, troppo spesso senza essere compresa fino in fondo. Nel “Logos” del Vangelo secondo Giovanni — “In principio era il Verbo” — la parola torna a essere principio ordinatore del reale. Nella poiesis (ποίησις) greca, il linguaggio è ancora un “fare”, un generare presenza.

E nelle “songlines” degli aborigeni australiani raccontate da Bruce Chatwin, il canto degli antenati crea il territorio e continua a mantenerlo vivo.

Pur diversissime tra loro, queste esperienze condividono una stessa intuizione: il mondo esiste davvero solo finché qualcuno continua a nominarlo, attraversarlo, cantarlo.

Anche l’Appennino italico custodisce tracce di questa memoria lunga. Sopravvive in certi culti montani, nelle processioni rurali, nei racconti dei pastori, nella toponomastica, nel rapporto quasi sacrale con le alture e le foreste. Talvolta riaffiora nella letteratura, nella poesia, nella ricerca spirituale contemporanea. Come se sotto la modernità continuasse a scorrere un’antica coscienza della sacralità del paesaggio.
Non si tratta di ricerca archeologica né di semplice folklore. Piuttosto della possibilità di rileggere il territorio come spazio simbolico e vivente.

In questo senso le Tavole Eugubine non appartengono soltanto al passato: parlano ancora al presente. Ci ricordano che una civiltà può nascere anche da una originale idea della parola — non strumento di dominio, ma gesto di relazione con il mondo e con il cosmo.

E forse proprio l’Appennino, con la sua lunghissima sequenza di silenzi, pietre, templi, eremi e memorie, resta uno dei luoghi in cui questo antico fiume sotterraneo continua ancora oggi, discretamente, a riaffiorare, con la sua “grammatica del sacro” capace di mantenere l’equilibrio tra umano e divino; di lasciare aperte le porte quando dovevano aprirsi. Di aiutarci a leggere i segni, i simboli, e a riconoscere le ierofanie.

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  1. Ancillotti-Cerri, Le tavole di Gubbio e l’Italia preromana – Edizioni Jama 2022

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