Sul valico
L’Appennino ci pone delle domande ogni volta che passiamo un po’ di tempo con lui.
Le domande sono molte, ma tra tutte ce n’è una che ci lascia storditi: di quale mondo vogliamo, o scegliamo di essere parte?
È un po’ come quando ci troviamo in cima a un valico e abbiamo la possibilità di osservare due versanti, due valli, due catene montuose, senza trovarci, in effetti, in alcuna di esse.
Anche nei pensieri che fanno seguito a una domanda che non è affatto semplice, come quella appena posta, ci troviamo nel mezzo: da una parte c’è il mondo della natura, dall’altra quello della tecnica; di qua il mondo analogico e di là quello digitale; la civiltà rurale e quella industriale, la prospettiva umana e quella transumana.
Capita spesso, su questo difficile valico, di essere talmente disorientati tanto da non capire più da che parte siamo saliti, da che parte dovremo scendere, se dovremo scendere.
La pausa nel cammino ci consente quantomeno di riflettere sulla fortuna che abbiamo avuto nel vivere le nostre vite a cavallo tra questi mondi così divergenti, dei quali riusciamo ancora a distinguere i contorni. Purtroppo rischia di non essere così per chi ci segue sul sentiero.
Eppure qui, finché questi luoghi resteranno intatti o quasi, resisterà ancora la loro aura capace di generare in noi la sensazione olistica di essere parte della natura, che il progresso, i progressi, ci hanno strappato di dosso, trasformandola in alcuni casi in nostalgia, in altri in disprezzo, o in ὕβρις, superbia, desiderio di dominio.
Di questa mai sopita nostalgia olistica dell’uomo nei confronti della natura resta un ricordo vivo, del quale in molti ancora parlano e molti di più hanno scritto. Restano tracce insospettabili in piccole tradizioni, in modi di fare apparentemente insignificanti. Pensate al ceppo di Natale da far consumare nel camino domestico nel tempo sospeso delle dodici notti, come continuazione di un rito antichissimo. Anche in Europa, sostiene il linguista ed etnologo Dmitrij Konstantinovič Zelenin (citato da Duccio Balestracci in Attraversando l’anno – Il Mulino), si sono conservate credenze sulla discendenza degli uomini dagli alberi, per le quali l’uomo, o la donna, ripongono nella pianta la propria anima e gli alberi si trasformano per questo in totem tutori del clan, del gruppo, della famiglia che li ha adottati.
Lo stesso accadeva nella tramontata civiltà rurale per le querce formicose, delle quali abbiamo testimonianza in Umbria nell’Alta Valnerina. Erano alberi-spiriti ai quali le donne tendevano le braccia per afferrare o farsi donare lo spirito del bambino che desideravano generare, esattamente lo stesso rito documentato presso la tribù dei Warramunga tra gli aborigeni australiani, i quali, con tutta evidenza, si abbeveravano ai medesimi archetipi.
La stessa nostalgia del selvatico così efficacemente descritta nella favola russa “Masha e Orso” (e in tante altre fiabe analoghe) citata tra le Leggende della tigre dallo scrittore Nicolai Lilin, dove la distanza tra l’uomo e l’animale si affievolisce, fin quasi a scomparire. Come nel mito di Atteone che quando intravede, seppur involontariamente, la nudità del Nume, l’essenza della dea, si trasforma in animale, in cervo, e da cacciatore in preda.
Ma al di là dei miti, degli archetipi e delle interpretazioni antropologiche, tutti noi ben sappiamo che in molti casi è sufficiente il breve tempo di una semplice passeggiata in montagna per far scattare l’interruttore interiore che ricollega la nostra anima alla natura e a un mondo nel quale con la natura, con la sua φύσις, con il divenire del mondo, i suoi numi, occorre comportarsi con rispetto, con consapevolezza: in poche e importanti parole con virtus, pietas, gravitas e frugalitas, quanto meno.
Sappiamo anche che poi è sufficiente riconnettersi alla rete, a questa enorme tela di ragno alla quale siamo costantemente collegati, per entrare in un altro mondo fatto di luci sfavillanti e di molte ombre, come la dottrina transumanista che vede ogni supporto tecnico alla stregua di un accrescimento della ὕβρις umana e la natura come un limite da superare.
Tra la nostalgia del selvatico, della natura dove tornare come verso una parte di noi e l’estremizzazione dell’antropocentrismo, ossia la pretesa dell’uomo di dominare totalmente la natura stessa e la materia a proprio piacimento, l’istinto è di restare ancora un po’ sul valico a riflettere con gli occhi rivolti al cielo, al cosmo, e i piedi ben saldi per terra e contemplare salita e discesa, noi che lo possiamo fare, noi che apparteniamo a due o più mondi e che non abbiamo alcuna intenzione di perdere una parte della nostra anima.
Dì: (Son) figlio della Greve Terra e del Cielo stellato
Lamina d’oro “orfica” da Hipponion (oggi Vibo Valentia)


