La forza della dea Feronia, la nemesi dell’autogrill e la maledizione di Silla
Se ha resistito al saccheggio di Annibale e alla maledizione di Silla lo spirito di questa dea deve essere fortissimo, come le fiere, le belve. E così ancora oggi, nonostante i tentativi di cancellarlo dalla memoria, tutti noi che passiamo in autostrada pronunciamo il suo nome, lo leggiamo in grandi cartelloni, lo vediamo nelle insegne luminose dei centri commerciali: deve essere una singolare sorta di nemesi storica.
Dall’A1, a Fiano Romano, entriamo nell’area di servizio di Feronia Ovest; finalmente, dopo tanti anni di buoni propositi sacrificati alla fretta di arrivare nella Capitale, dedichiamo una giornata intera a incontrare la nostra dea che con la sua sacralità congiungeva il Tirreno all’Appennino.

Feronia, la grande dea sabina dei boschi, delle sorgenti, delle schiave e degli schiavi liberati, della selvaticità, la dea ferina, aveva qui il suo lucus, il bosco sacro con il suo grande santuario. Sta proprio pochi metri sopra le moderne corsie dell’Autostrada del Sole, appena dopo l’uscita di Roma Nord, per chi viaggia verso la Capitale. Quando non c’erano autostrade, qui c’erano comunque grandi strade, come la Tiberina. Quando non c’erano centri commerciali, qui c’era un grande mercato annuale. Quando non c’era l’autogrill, qui c’erano le tabernae, con i loro banconi dotati di thermopolium per la conservazione e la mescita delle bevande. Perché in quest’area verdissima tra il monte Soratte e il Tevere, il santuario di Feronia attirava migliaia di visitatori, che le rendevano omaggio, che le chiedevano grazie, fortuna e salute, offrendole doni votivi. Qui s’incontravano i popoli italici ben prima dell’affermazione della potenza di Roma: Sabini, Umbri, Etruschi, Piceni, Sanniti. E visto che erano qui, sfruttavano le occasioni d’incontro per i propri commerci, per gli scambi, per le alleanze.
Ai piedi del Monte Soratte c’è una città chiamata Feronia come una divinità locale tenuta in grande venerazione dai popoli circostanti, il cui santuario è situato in quel luogo e vi si celebra una singolare cerimonia: quelli che sono posseduti dal daimon a piedi nudi camminano su una grande superficie di carbone e ceneri ardenti, senza sentire alcun dolore e una moltitudine di uomini si raccoglie qui insieme sia per l’assemblea nazionale e religiosa che si celebra ogni anno, che per questo spettacolo.
Strabone
Che il santuario di Feronia fosse ricchissimo lo venne a sapere, purtroppo, anche Annibale, che decise di fare una deviazione con il suo esercito per saccheggiarlo nel 211 a.C..
Ma l’invasore non riuscì a portarsi via lo spirito del luogo che perciò rinacque, grazie alla munificenza del pretore Gneo Egnatio. Il nuovo tempio di Feronia doveva essere bellissimo, con le sue otto colonne in facciata, ma non ebbe vita lunga. La famiglia degli Egnatii e Lucus Feroniae si schierarono dalla parte degli Italici nella Guerra Sociale contro Roma che fu anche una rivolta dei popoli appenninici. Ebbero la peggio e, insieme ai Sanniti e a tutti gli alleati, dovettero sottostare alla “maledizione di Silla”, come la chiamano ancora in Molise. Lucio Cornelio Silla, console e poi dittatore che sconfisse Mario e la lega degli Italici pose in essere ritorsioni terribili. Più che una vendetta adottò una sorta di damnatio memoriae, con azioni che intendevano cancellare i nemici dalla storia. Così fece con il Sannio e lo stesso criterio adottò per il tempio di Feronia. La sacralità del luogo non lo sfiorò minimamente. Distrusse il tempio e ne cambiò il titolare del culto: non più Feronia, ma Salus.

Gli Egnatii pagarono doppiamente perché venne loro confiscata la grandissima villa rustica posta poche centinaia di metri oltre il tempio di Feronia. Anche questa villa rinacque, affidata ai Volusii, famiglia di rango senatoriale di notevole importanza sotto il principato di Augusto. E anche quest’area, singolarmente collegata alla nuova stazione di servizio autostradale di Feronia Ovest, è stata completamente recuperata e si mostra nello splendore dei suoi mosaici e della sua perfetta e razionale organizzazione.
Lucus Feroniae è un’area archeologica stupenda e inaspettata, con i suoi edifici modulari, le terme, l’anfiteatro perfettamente circolare, i basolati, i peristili e soprattutto un ricchissimo e ben organizzato antiquarium che conserva storie e collezioni di reperti capaci di raccontare anche quel che era stato cancellato dal tempo e dalle maledizioni.
Lo spirito della dea rivive perfino nella gentilezza, nella competenza e nell’entusiasmo delle guide della sovrintendenza e della Società delle Autostrade che custodisce l’area della villa dei Volusii. Un altro piccolo miracolo che rende ancor più splendente questo luogo magico dell’Italia antica, così legato alle ultime propaggini dell’Appennino e al mondo dei popoli che lo abitarono all’origine.
Non resta che rientrare verso l’interno lasciandoci a Ovest il profilo inconfondibile del monte Soratte, dimora del dio Soranus, del quale si dice che Feronia fosse Paredra. Verso la Sabina Mater si viaggia nella geografia sacra dei verdissimi monti fino a intravedere, oltre Vacone, uno dei luoghi cari alla dea Vacuna, la silhouette dei Monti Martani, dedicati a Marte, e in fondo la rocca di Narni, con al suo fianco Fons Feroniae la fonte della dea Feronia. No, Silla con la sua maledizione in questo caso non ce l’ha fatta! Ha vinto la dea delle selve e dell’Appennino, il cui nome sacro ancora risuona, tra i boschi e persino lungo le autostrade!











