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Sepino, il paese che si sposta

Molise-Sannio – È una serata fresca anche se siamo in agosto. L’affascinante area archeologica di Sepino, Saepinum, chiamata anche Altilia, non è aperta al pubblico, ma i lampioni dell’illuminazione sono accesi. Decidiamo di andare a visitarla lo stesso. Per me è la prima volta, ma, eccezionalmente, sono accompagnato da alcuni amici storici e archeologi. Sono confuso dai nomi, lo dico subito: ho sentito parlare di Saipins, poi di Saepinum e di Altilia. Sono la stessa cosa? No, perché si trovano in luoghi diversi. E il paese di Sepino? Perché è da un’altra parte?

Siamo in Molise, ma nel cuore appenninico del Sannio. Spesso si dice che il Molise non esiste, per le dimensioni ridotte della regione e per la sua scarsa rilevanza. In realtà a non esistere è il Sannio, che invece sarebbe una regione storica e ben più ampia. Ma i Sanniti osarono sfidare Roma e dopo una lunga guerra ne furono sconfitti, così hanno subìto una damnatio memoriae, una sorta di cancellazione culturale e politica talmente potente da durare per duemila anni fino ad oggi. Perciò nell’Italia moderna non c’è una regione amministrativa chiamata Sannio. “È la maledizione di Silla”, scherzano i molisani. Ma è uno scherzo che nasconde amarezza e verità storiche. Si riferiscono infatti a Lucio Cornelio Silla (Lucius Cornelius Sulla Felix), uno dei personaggi più potenti e controversi della Roma repubblicana. Nell’82 a.C., Silla affrontò l’esercito Sannita nella decisiva battaglia di Porta Collina, nei pressi di Roma, durante la Guerra Sociale. La vittoria di Silla fu durissima e definitiva: segnò la fine del ruolo politico e militare dei Sanniti e della loro potenza appenninica. Molte comunità sannite furono devastate. Ci furono stragi, confische di terre e repressioni e i Sanniti scomparvero di fatto come soggetto storico autonomo, anche se, come gli altri popoli italici, ottennero il diritto alla cittadinanza romana.

Così la città romana di Saepinum e la sua area archeologica restano la testimonianza più suggestiva della conquista romana di questi territori, ma non solo. Mentre entriamo oltre le mura dell’antica città passando per la turrita Porta Bojano, una delle quattro porte di Saepinum, orientata verso il territorio interno del Sannio, dove transitavano i legionari romani, ma anche le greggi di pecore delle transumanze, avvertiamo una strana sensazione. È come se questa porta rappresentasse una soglia tra due civiltà: tra il mondo pastorale appenninico dei Sanniti e la potenza militare dei Romani. Ma nella storia complessa dell’Italia e dell’Appennino le soglie non sono mai fissate in un punto, si spostano di qua e di là, nei secoli. Perciò la passeggiata notturna in questo luogo ai piedi del Matese è anche una passeggiata nel tempo.

L’area archeologica di Saepinum che occupa oltre dodici ettari, con il cardo e il decumano, le fontane e le botteghe, il Macellum e le terme, il suo Foro e la Basilica, è una testimonianza eccellente della vita di una città romana di media grandezza, con urbanistica, fortificazioni e monumenti che permettono di visualizzare l’organizzazione sociale e culturale di un centro romano. Ma è soprattutto l’edificio del teatro a richiamare l’attenzione: sopra di esso già dall’Alto Medio Evo sono state costruite delle case e i suoi materiali di costruzione sono stati riutilizzati per far nascere un piccolo nucleo abitato all’interno del monumento. Si tratta di un fenomeno tipico dell’Italia appenninica: si incorporavano gli antichi edifici, per appoggiarvi sopra i nuovi, risparmiando sui materiali. Il teatro di Saepinum diventò in effetti una masseria agricola e lo è rimasto fino a poche decine di anni fa. Allo stesso tempo però dopo la caduta dell’Impero romano gran parte degli abitanti di Saepinum si erano spostati più a monte, fondando un castello in posizione dominante rispetto alle rovine del vecchio municipio romano, che divenne Altilia, un toponimo che fa riferimento alle rovine. Il castello invece si trasformò nel nuovo e più sicuro centro abitato, dove ancora oggi si trova il Comune di Sepino. Ma questo movimento verso l’alto riportava in qualche modo Sepino alle sue origini, perché proprio su una non distante altura sorgeva l’antichissima e preromana Saipins, il primo insediamento dei Sanniti Pentri, sul rilievo che oggi è chiamato Terravecchia.

Insomma: Sepino sembra proprio un paese che si muove, come la sua storia. E racconta una legge profonda dell’Appennino: la montagna come arce e rifugio, la pianura come progetto e apertura, le rovine come memoria e deposito di senso. È un luogo in cui la storia non avanza in linea retta,
ma oscilla tra alto e basso. Uno dei molti eccezionali luoghi d’Appennino dove ancora si potrebbero mettere a sistema il patrimonio culturale e la memoria per costruire qualcosa di nuovo in una terra che è stata sempre in movimento, che è erede della civiltà sannitica, di quella romana, di quella medievale e che quindi rappresenta il connubio più italiano che si possa pensare. E che, ci auguriamo tutti, non abbia perso del tutto la sua dinamicità, il suo movimento appunto, magari verso una nuova idea del Sannio, che sia capace di superare anche la maledizione di Silla.

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