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	<title>Montagna musa Archivi - AppenniniWeb</title>
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	<description>Gli Appennini, una patria in salita</description>
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	<title>Montagna musa Archivi - AppenniniWeb</title>
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		<title>Valenza e il canto del mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jun 2026 14:18:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna madre]]></category>
		<category><![CDATA[Montagna musa]]></category>
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		<category><![CDATA[madre speranza]]></category>
		<category><![CDATA[San Valentino]]></category>
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		<category><![CDATA[Valentino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C'è una forza che ci precede e ci sopravvive. Un’acqua che guarisce e che annega, che mormora sotto i nostri piedi e aspetta solo di essere ascoltata e ognuno le ha dato il nome che preferiva per paura rispetto devozione</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.appenniniweb.it/2026/06/30/valenza-e-il-canto-del-mondo/">Valenza e il canto del mondo</a> proviene da <a href="https://www.appenniniweb.it">AppenniniWeb</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>Piove forte fuori. Un temporale d’agosto che annuncia la fine dell’estate. Il prato di gramigna quasi secco accoglie la benedizione dell’acqua e le nuvole che oscurano il sole sono allo stesso tempo un ristoro dalla calura e il presagio triste dei cieli autunnali.<br>Tuona in continuazione.</em><br><br>&#8211; Sai cos’è il canto del mondo?<br><em>Chiede all’improvviso il vecchio camminatore, mentre guarda fisso verso le montagne da dietro la finestra.<br></em><br>&#8211; No, non saprei. Dimmelo tu.<br><em>Risponde la ragazza, alzando gli occhi dal libro che sta leggendo seduta in poltrona, nella penombra della stanza.<br></em><br>&#8211; Il canto del mondo è una melodia che non puoi ascoltare, ma solo sentire. La suonano i luoghi, le rocce, i boschi, le forze della natura, gli animali, le sorgenti, l’acqua&#8230;sì, l’acqua è un ottimo interprete del canto del mondo. Ma di sicuro ne sono strumenti il vento, le burrasche del mare, le slavine e le frane montane. Ti potrei dire che lo intonano persino i terremoti e i fulmini, se non temessi di spaventarti.<br>&#8211; Un po’ mi spaventi, sì… sembra un suono terribile.<br>&#8211; Allora ti racconterò il canto del mondo nella sua forma più quieta, tra le nostre colline, ai piedi delle montagne d’Appennino e di come questo canto abbia cercato per millenni qualcuno capace di riconoscerlo, di dargli un nome, di trasformarlo in preghiera o in leggenda.<br>&#8211; Dove è successo?<br>&#8211; Qui vicino, dove meno te aspetti, anche se…<br>&#8211; Anche se?<br>&#8211; Anche se, a ben vedere, non mancano i segni che qualcuno lo abbia sentito, che lo abbia sentito forte e chiaro: in effetti molti tra quelli che sono stati in grado di sentirlo hanno lasciato tracce, segnavia e perfino monumenti affinché anche tu ed io lo possiamo sentire con più facilità.<br>&#8211; Parlami di queste tracce…<br><em>La ragazza chiude il libro che stava leggendo e alza gli occhi verso la finestra.</em><br><br>&#8211; Spesso il canto del mondo è stato interpretato attraverso la religione, anche se non sempre, e io direi per fortuna&#8230;In ogni caso qui siamo in Umbria e la religione c’entra spesso. Questa è una terra di grandi santi e santuari, ma tra tutti ce ne è uno solo costruito in epoca moderna: è il Santuario dell’Amore Misericordioso, a Colle Valenza&#8230;Colle Valenza&#8230;ti prego di memorizzare questo nome…<br>&#8211; Lo farò.<br>&#8211; Il santuario venne costruito a partire dal 1951, per volere di una suora spagnola, Madre Speranza, che riconobbe su questa collina tra Todi e i monti Martani il luogo di una visione…Di una visione che riteneva le fosse stata inviata da Dio. Un Dio che questa donna semplice considerava non come un padre severo, ma come un dispensatore di amore in tutte le manifestazioni del Creato.<br>&#8211; Un po&#8217; come San Francesco quindi&#8230;<br>&#8211; Non saprei dirti, ma di certo anche San Francesco era un assiduo frequentatore di questi monti e di queste colline. E in fondo, anche Madre Speranza, come Francesco d’Assisi fece qualcosa di folle, di apparentemente folle. A un certo punto chiese a chi collaborava con lei di scavare un pozzo. Sosteneva che accanto al luogo da lei indicato per il santuario ci fosse una sorgente miracolosa. La gente del posto le disse che l&#8217;acqua semmai era più a valle. Ma lei convinse una ditta a trivellare il terreno per oltre cento metri di profondità.<br>&#8211; E l’acqua uscì?<br>&#8211; Uscì. Abbondante. Oggi i pellegrini vi si immergono per cercare la guarigione, proprio come a Lourdes. Per lei, per Madre Speranza, quell’acqua era il segno fisico della misericordia divina. Era il suo modo di sentire il canto.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/06/colle1-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-5657" style="aspect-ratio:0.7500000150580158;width:293px;height:auto" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/06/colle1-768x1024.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/06/colle1-225x300.jpg 225w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/06/colle1-1152x1536.jpg 1152w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/06/colle1.jpg 1200w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; Ma è questo, allora, il canto del mondo? Una sorgente benedetta?<br>&#8211; È una parte del canto, una nota del coro. Perché, come ti dicevo, il santuario è a Colle Valenza e quel nome era già lì molto prima di Madre Speranza. Valenza. Valentia. Gli antichi lo pronunciavano già quando Roma era ancora lontana da queste colline. Era il nome di un&#8217;antica divinità italica legata al culto della salute.&nbsp;<em>Vale</em>, dicevano poi Latini, per augurare a chi incontravano di star bene. E uno degli elementi usati da <em>Valentia</em>/Valenza per curare, era l’acqua.<br>&#8211; Quindi stai dicendo che una suora cristiana e una dea pagana pensavano la stessa cosa?<br>&#8211; Non la stessa cosa. La stessa musica suonata con strumenti diversi.<br>&#8211; E perciò pensi che Madre Speranza non abbia scelto a caso questo posto?<br>&#8211; Non lo posso dire, ma ho il sospetto che questa suora spagnola come tutte le mistiche avesse una buona capacità di ascoltare le melodie del canto del mondo.<br>&#8211; Potrebbe aver letto qualcosa sulla tradizione di <em>Valentia</em>?<br>&#8211; Difficile, eppure il canto anche lì, a Colle Valenza e nel suo territorio, aveva già assunto le dimensioni di un coro.<br>&#8211; Cosa intendi?<br>&#8211; Intendo che qui le acque sono state considerate non sante, ma sacre da tanto tempo e da tanti. Pensa che c&#8217;è una leggenda su una santa del terzo secolo, Santa Degna di Todi, che proprio sotto il luogo dove si trova oggi il santuario dovette fuggire dal suo paese sommerso dalle acque; scappò grazie a una visione, anche lei, ma non seguì le indicazioni ricevute fino in fondo e così perse i suoi figli.<br>&#8211; Acque assassine, stavolta. Non sembrano misericordiose…</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Un lampo vivido illumina la sagoma dei Monti Martani. La luce azzurrina entra nella stanza per un istante. Il vecchio cambia per un attimo espressione e il suo volto appare più duro.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; L’acqua salva e l’acqua uccide. È questa la forza del canto. Non è una ninna nanna, è la voce della terra. È la voce che risuona sulla terra e che viene prima della terra, come una vibrazione infinita che va e che viene.<br>&#8211; Non ti capisco&#8230;<br><br><em>La ragazza si alza e si avvicina alla finestra dove si trova il vecchio, in piedi. Appoggia il palmo della mano sul vetro, mentre le gocce corrono verso il basso veloci, intersecandosi come venature. Un altro fulmine cade nel bosco più a valle. Il tuono arriva qualche secondo dopo, lungo e profondo.<br>Il vecchio si volta verso l’interno della stanza e si siede sulla poltrona lasciata libera dalla ragazza, incrociando le mani sopra le gambe..</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; Ascolta la terra, anche nel sottosuolo. Qui ci sono tante sorgenti d’acqua minerale. Le conoscevano già i Romani che a Carsulae facevano fermare le legioni mentre rientravano a Roma per purificarle. I geologi ti parlerebbero del carsismo dei Martani. Ti direbbero che l’acqua scivola nei calcari, scompare nelle viscere del monte e riappare chilometri dopo. Il monte respira e tira fuori l’acqua che ha inghiottito. La leggenda di Santa Degna e del suo paese sommerso? Forse solo il crollo di una dolina, un fenomeno comune qui.<br>&#8211; Però così stai passando a una spiegazione scientifica! Dov’è finito il canto?<br>&#8211; Il canto è dovunque. Ti racconto un&#8217;altra leggenda: nell&#8217;immaginario popolare Degna era la madre di tre santi: Fidenzio, Terenzio e Valentino.<br>&#8211; San Valentino, quello degli innamorati, dei bigliettini e dei fiori?<br>&#8211; Dimentica i fiori. Valentino era il vescovo di Terni. La sua basilica sorge proprio in una zona chiamata Valenza, vicino alla città. Il suo nome viene da <em>Valentia</em>: significa forte, sano, vigoroso. Era un taumaturgo, un uomo che riportava i corpi alla salute. Forse usava l’acqua, forse solo la fede, ma riportava la gente in piena <em>valentia</em>. Vedi come tutto torna? Terni, Colle Valenza, la salute, l’acqua. È un filo rosso che non si spezza.<br>&#8211; Quante coincidenze! Ma, perdonami, a me sembra che tu veda collegamenti dappertutto, che tu voglia per forza trovare un disegno dove invece c’è solo il caso…<br>&#8211; È possibile. O forse siamo noi che abbiamo perso la vista&#8230; Ma se vuoi e se il canto t’incuriosisce ancora, ti racconto di qualche altra coincidenza.<br>&#8211;  Dimmi, sono comunque storie interessanti!<br>&#8211; Lì vicino, sempre poco più sotto Colle Valenza c&#8217;è una <em>solfarola, </em>la conosci?<br>&#8211; No, cos&#8217;è?<br>&#8211; È una pozza dove l&#8217;acqua gorgoglia per i gas che emergono dal sottosuolo. L’odore è mefitico. Un aggettivo che viene da un’altra dea d’Appennino: la Mefite. Una divinità ambigua. I pastori portavano le pecore malate di brucellosi a bagnarsi nella pozza per guarirle. Gli uomini ci curavano la pelle e i polmoni. Ma quegli stessi gas uccidono i piccoli uccelli che si posano a bere sul fango.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" width="720" height="629" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/06/polla-1.jpeg" alt="" class="wp-image-5659" style="width:374px;height:auto" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/06/polla-1.jpeg 720w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/06/polla-1-300x262.jpeg 300w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><br>&#8211; Inizio a capire quel che vuoi dire…una cura che può anche uccidere…<br>&#8211; È la natura nella sua essenza, nella sua idea più pura, imperscrutabile. Un’idea che ogni uomo e ogni dona capaci di stupore hanno cercato d’interpretare. Con questa stessa acqua e con quella dell&#8217;Amerino faceva miracoli anche San Francesco che il canto lo ha scritto nel <em>cantico</em>&#8230;<br>&#8211; Ti piacciono i giochi di parole, come sempre…<br>&#8211; Mi piace giocare, anche con le parole: ma pensa che perfino un poeta, uno che creava con le parole, Gabriele D’Annunzio è stato qui a cercare il <em>canto</em>, e ha appoggiato le sue mani su un seno che per una volta era di roccia fredda e immortale e non di carne.<br>&#8211; Ma che dici?<br>&#8211; Questa te la racconto un&#8217;altra volta.<br><em>Sorride, mentre la luce nella stanza sta cambiando, man mano che il temporale si allontana.</em><br>&#8211; Il canto è la forza stessa della vita su questo pianeta e nell’universo. Solo che non sempre ce ne accorgiamo. Abbiamo bisogno di uno stato di grazia particolare per ritrovare lo stupore necessario a percepirlo. Oppure abbiamo bisogno di qualcuno che ce lo faccia notare.<br>&#8211; Come stai facendo tu adesso…<br>&#8211; O come le tante storie che ti ho raccontato e che però alla fine ne raccontano una sola. Perciò, voglio fare un esperimento con te.<br><em>La ragazza torna a girarsi verso il vecchio e gli sorride. Lui si alza di nuovo in piedi come per richiamare la sua attenzione.</em><br>&#8211; Prova a togliere tutto: togli Madre Speranza, togli la dea Valentia, togli Santa Degna, togli San Valentino, la Mefite, San Francesco, le pecore con la brucellosi, gli uccellini morti, i legionari romani e perfino D&#8217;Annunzio. Che rimane?<br>&#8211; L&#8217;acqua. Resta l’acqua.<br><em>Dice la ragazza</em> <em>dopo un momento di riflessione, con voce calma</em>.<br>&#8211; Brava! Ma non soltanto l’acqua. Resta il canto che l’accompagna e la precede. Il canto, o l’idea, di un&#8217;acqua potentissima, capace di guarire ma anche di uccidere. Ognuno lo ha ascoltato a modo proprio: dèi, santi, pastori, pellegrini. Ma il canto era già lì. E di sicuro ci resterà anche quando noi non ci saremo più.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Fuori dalla finestra il temporale è finito, fulmini e saette continuano a illuminare lontano il profilo dei monti, sull’altro versante. Ora tutti e due stanno di nuovo guardando lo spettacolo dalla finestra. E forse ne sono parte.</em></p>
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		<title>Un dialogo appenninico: i cercatori di aure</title>
		<link>https://www.appenniniweb.it/2026/03/15/un-dialogo-appenninico-i-cercatori-di-aure/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Mar 2026 16:28:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna musa]]></category>
		<category><![CDATA[Ultime notizie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Due amici in un rifugio del Gran Sasso con il fuoco acceso e la voglia di parlare di aure, di gemme e di vita </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.appenniniweb.it/2026/03/15/un-dialogo-appenninico-i-cercatori-di-aure/">Un dialogo appenninico: i cercatori di aure</a> proviene da <a href="https://www.appenniniweb.it">AppenniniWeb</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Il fuoco era acceso. Fuori ancora un po’ di neve, di quella caduta abbondante una settimana prima, di quella resistente che voleva continuare a imbiancare il monte, a brillare al sole, prima di tornare alla terra e ricominciare il viaggio. Nel rifugio due amici si scaldavano i muscoli per rilassarli dopo la salita. Il più anziano aveva voglia di parlare.<br>&#8211; Se ti dovessi dire cosa ho fatto nella vita…cosa ho fatto, o almeno cosa ho provato a fare… ti potrei dire che sono stato…che sono stato soprattutto un cercatore. Sì….<br>&#8211; Di cosa? Gli chiese il giovane compagno d’avventura.<br>&#8211; Sono stato un bravo cercatore di aure. Ne ho trovate molte, le ho incontrate, me ne sono nutrito, a volte me ne sono beato.<br>&#8211; E adesso che cosa ci fai?<br>&#8211; Vedi…te le potrei regalare volentieri: ne sarei felice, ma non posso. Non si può fare. Ognuno si tiene quelle che ha trovato, se non se le dimentica da qualche parte.<br>&#8211; Perché non me le puoi regalare?<br>&#8211; Hai letto Daumal? Ogni luogo, ogni monte specialmente…come questo qui…nasconde le sue analogie. Percepirle è come trovare una pietra preziosa, come estrarre una gemma, sulla quale provare a costruire un pezzo seppur piccolo della propria anima. La costruzione del sé….lui, Daumal, era un allievo di Gurdjieff, ricordi?…e forse era anche altre cose… ognuno si sceglie i suoi maestri. Ma quelle che ho trovato io, non vanno bene per te. Ognuno deve cercare e trovare le sue&#8230;<br>&#8211; Gemme, aure…?<br>&#8211; Oh sì, qui intorno ce ne sono molte…te l’ho detto: non ti posso regalare le mie, ma posso darti qualche indicazione su dove cercare le tue…sulla cima del Corno Grande, di sicuro…ma anche in una faggeta, una di quelle nostre, vicino casa, magari in una giornata d’inverno, come questa. O sotto un pino loricato sulle montagne della Calabria, o mentre ti perdi a guardare il Pian Grande davanti al Vettore. Oppure in mezzo alle pietre di un tempio antico e distrutto, dove, evidentemente, le aveva cercate e trovate qualcun altro prima di noi…Pensa però che ti può succedere persino di trovarne mentre cammini attraverso il profumo di una fioritura di ginestre, oppure quando ti perdi a osservare i ricami del ghiaccio su un albero imbiancato dalla galaverna nell’alta Valnerina&#8230;Troverai gemme e aure utili alla tua anima ovunque saprai riconoscere lo spirito del luogo, il suo genius, il Nume che si manifesta…una teofanìa.<br>&#8211; E cosa succederà? Come me ne accorgerò?<br>&#8211; Non so&#8230;te l’ho detto: ognuno ha percezioni diverse, per fortuna. È un po’ come quando scegliamo sentieri differenti per salire sulla cima…con te capita spesso, lo sai che abbiamo punti di vista diversi e ogni tanto qualcuno si perde…e non sono io…<br>(Ridono…)<br>&#8211; Però ti posso dire che a me, quando succede, è come se il mio io, la mia identità personale si rimpicciolisse, fin quasi a scomparire, diventando sottile e per questo immensa, come tutto quello che ci circonda che non è mai vuoto, non è mai nulla…ricordatelo:<br>𝑇𝑜𝑢𝑡 𝑛’𝑒́𝑡𝑎𝑖𝑡 𝑅𝑖𝑒𝑛/𝑅𝑖𝑒𝑛 𝑒́𝑡𝑎𝑖𝑡 𝑡𝑜𝑢𝑡/𝑇𝑜𝑢𝑡 𝑒́𝑡𝑎𝑖𝑡 𝐷𝑖𝑒𝑢/𝐷𝑖𝑒𝑢 𝑛’𝑒́𝑡𝑎𝑖𝑡 𝑅𝑖𝑒𝑛/𝐷𝑖𝑒𝑢 𝑒́𝑡𝑎𝑖𝑡 𝑇𝑜𝑢𝑡…<br>Alé!…è una filastrocca: in fondo è semplicissimo! Come l&#8217;equazione di Paul Dirac&#8230;<br>(Ride)<br>&#8211; Alla salute nostra e delle aure che incontrerai. Provaci! Ne troverai più di me, ne sono sicuro. So che sai dove cercarle. <br>Bevvero il brandy dalla stessa fiaschetta. <br>Il fuoco era ancora acceso e gli occhi dei due amici brillavano, come scintille.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" width="1024" height="670" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/fuoco-1024x670.jpg" alt="" class="wp-image-5516" style="aspect-ratio:1.528214151061958;width:568px;height:auto" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/fuoco-1024x670.jpg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/fuoco-300x196.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/fuoco-768x503.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/03/fuoco.jpg 1085w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
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		<title>Lettera aperta all&#8217;Appennino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Feb 2026 14:36:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna musa]]></category>
		<category><![CDATA[Ultime notizie]]></category>
		<category><![CDATA[appennini]]></category>
		<category><![CDATA[Appennino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Abbiamo bisogno di un nuovo canto per te caro Appennino di un canto corale d’Appennino con mille voci diverse che si uniscono ma che debbono riconoscersi una con l’altra come un’eco da una valle all’altra di questa tua catena lunghissima che ci tiene uniti</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Sei tanto lungo che la testa non sa cosa fanno i piedi…<br><em>Caro Appennino</em>, ti capisco. Ti capisco davvero. E sei così lungo che non è facile conoscerti tutto. Anzi, il problema è che se ti fermi in un luogo qualunque d’Appennino, rischi d’innamorarti di quello e dimenticarti il resto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Invece tu, <em>Appennino</em>, sei una lunga catena e tutto tieni insieme. C’è gente d’Appennino in Emilia e c’è gente d’Appennino in Calabria. Ce n’è sul Gran Sasso, come sul Pollino, sulle colline umbre che fanno da scalandrino alle montagne e su quelle marchigiane dove si scivola verso il mare. C’è gente d’Appennino, poca, vecchia e nuova. Che resiste e che ritorna. Dovunque.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il fatto è che frane e fame, terremoti e smottamenti, industrie e comodità, non solo t’hanno svuotato e spopolato. No, di più, t’hanno annullato e cancellato dalle mappe, tanto per attraversarti ormai bastano trafori e viadotti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure, <em>caro Appennino</em>, mi ricordi una terra del Nord verde come te e che una volta è stata abbandonata come te, forse anche di più.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché poi, <em>caro Appennino</em>, basta guardare una qualunque carta geografica che non riporti solo le strade e le autostrade, per capire che eri e resti la spina dorsale d’Italia. E tu lo sai a che serve la spina dorsale? A restare in piedi. Anzi, serve anche a qualcos’altro: serve a dare gli impulsi giusti a tutto il corpo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ti sembrerà strano, ma qualcuno pensa che tu, con le tue montagne, la tua bellezza, la tua cultura, la tua tramontana, possa, anzi debba, essere ancora la spina dorsale d’Italia ed aiutare questo nostro povero Paese a rimettersi in piedi. Anche se questa Italia ti ha abbandonato e spesso si è fatta beffe della tua gente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non sei solo, <em>caro Appennino</em>. Ne ho viste tante di persone che ti vogliono bene: poeti e contadini (spesso anche contadini-poeti), giovani che vogliono costruirsi un futuro tra le tue montagne senza dimenticare quel che di buono il progresso e la tecnica gli hanno insegnato. Gente che vuol trovare nuovi sentieri, che vuol esplorare altre esperienze, comunità che si ritrovano e comunità che nascono. Uomini e donne che ritornano, che hanno voglia di far festa, di ballare, di suonare, con le radici sotto ai piedi che si muovono in continuazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come questa nostra terra che balla e che ci fa soffrire. Ma che facendoci soffrire rafforza il nostro legame d’amore.<br>Proprio come è accaduto per quella terra verde nel Nord che tanto t’assomiglia, terra d’emigranti, di santi e di canzoni, l’Irlanda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche noi abbiamo bisogno di un nuovo canto per te, caro Appennino, di un canto corale d’Appennino. Con mille voci diverse che si uniscono e che si riconoscono, come un’eco, da una valle all’altra di questa tua catena lunghissima che ci tiene uniti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È difficile come gestire un allevamento di vacche; è difficile come rialzarsi dopo un terremoto devastante; è difficile come cercare di creare un lavoro in montagna. È difficile come preferire un panorama splendido ad uno schermo sul web. È difficile come incontrare le fate che abitano un verdissimo altopiano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È difficile, ma sarebbe bellissimo.&nbsp;Caro Appennino aiutaci tu.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Lettera aperta all’Appennino, per il compleanno di Appenniniweb.</em></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter is-resized"><a href="https://www.appenniniweb.it/2017/04/12/leconomia-montana-della-bellezza/lenti/"><img decoding="async" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2017/04/lenti-423x282.jpg" alt="" style="aspect-ratio:1.4999999682989154;width:431px;height:auto" title="lenti"/></a></figure>
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		<title>Il cielo sopra le montagne</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Sep 2025 19:32:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna musa]]></category>
		<category><![CDATA[Appennino]]></category>
		<category><![CDATA[Cielo]]></category>
		<category><![CDATA[Plotino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che cosa stai guardando?Non è difficile indovinarlo. I tuoi occhi e la tua mente sono concentrati su uno schermo, quello</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Che cosa stai guardando?<br>Non è difficile indovinarlo. I tuoi occhi e la tua mente sono concentrati su uno schermo, quello di un PC, di un tablet, di uno smartphone.<br>Bene, adesso prova ad alzare gli occhi dallo schermo, guarda in alto!<br>Cosa vedi? Probabilmente un soffitto. Ma, se sei fortunato e leggi queste note in un giardino, in un terrazzo, o comunque all&#8217;aperto, alzando gli occhi vedrai il cielo.<br>Guardalo per qualche secondo, anzi osservalo. Magari non ti capita spesso. Eppure c&#8217;è un cielo sopra di noi. Sempre. Hai mai fatto caso che, nella nostra civiltà, tutto ci spinge a guardare verso il basso? Perché in basso ci sono le cose che ci servono. Il cielo non ci serve più. Come le montagne, d&#8217;altronde.<br>Per tornare a guardare il cielo, i suoi segni, per percepirne la misura smisurata, dobbiamo trovare i luoghi giusti, di giorno e di notte. Perché, non so se te ne ricordi, abbiamo la fortuna di vedere due cieli, quello diurno e quello notturno. I luoghi giusti per osservare i cieli sono le montagne. E le nostre montagne d&#8217;Appennino sono lì ad aspettarci. Sono montagne che per millenni hanno offerto la possibilità a chi le frequentava non solo di osservare, ma anche di confrontarsi con i cieli, ovvero con il cosmo.<br>Perciò se decidi di salire in montagna per incontrare i cieli, mentre sei in cammino pronuncia questa password, pardon questa formula: &#8220;Son figlio della greve terra e del cielo stellato&#8221;. Poi, se sul sentiero incontri la fonte giusta, bevi. E cerca così di ricordare chi sei realmente e dove stai andando.<br>Con quest&#8217;idea devi tornare in montagna, non solo per guardare il panorama là sotto, ma per alzare gli occhi tenendo i piedi per terra, in definitiva per ritrovare i nostri genitori, la terra e il cielo ed essere tutt&#8217;uno con loro. Niente di nuovo, intendiamoci. La stessa cosa facevano i nostri antenati giù in fondo all&#8217;Appennino, nella Magna Grecia sotto l&#8217;Aspromonte, duemila e cinquecento anni fa. La stessa cosa facevano, più o meno consapevolmente, i nostri nonni, bisnonni, trisavoli, i pastori transumanti, i contadini, i briganti e perfino le janare, che avevano una straordinaria confidenza con la luna, il cielo stellato e il cammino del sole. I cieli facevano parte delle loro vite, ne misuravano il lavoro, gli amori, le stagioni e alimentavano le loro domande, le speranze e la fede in qualcosa di più grande e libero. Di più grande e di più leggero della greve terra. Dalle cime della Valnerina, al centro degli Appennini, il crepuscolo dell&#8217;equinozio striato di rosa, sfrangiato sui profili delle montagne e incorniciato dalle fronde degli alberi più alti, ti invita a guardare in alto: siamo sotto lo stesso cielo e l&#8217;animo, come diceva Plotino, diviene ciò che contempla.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="461" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2024/07/IMG-20240612-WA0062-1024x461.jpg" alt="" class="wp-image-5109" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2024/07/IMG-20240612-WA0062-1024x461.jpg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2024/07/IMG-20240612-WA0062-300x135.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2024/07/IMG-20240612-WA0062-768x346.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2024/07/IMG-20240612-WA0062-1536x692.jpg 1536w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2024/07/IMG-20240612-WA0062.jpg 1599w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
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		<title>Montelago 2025, la danza del margine che torna al centro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Aug 2025 11:52:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna madre]]></category>
		<category><![CDATA[Montagna musa]]></category>
		<category><![CDATA[Colfiorito]]></category>
		<category><![CDATA[mcf2025]]></category>
		<category><![CDATA[montelago]]></category>
		<category><![CDATA[Musica celtica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le cornamuse scozzesi e le zampogne di Scapoli tra le Mainarde, i tamburi delle bagadou bretoni e quelli dei Sanniti,</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Le cornamuse scozzesi e le zampogne di Scapoli tra le Mainarde, i tamburi delle <em>bagadou </em>bretoni e quelli dei Sanniti, pelli di pecore, di animali da pascolo, gonfiate con il nostro respiro, vibrazioni ancestrali e una musica che sembra uscir fuori dalle pietre rotolanti, scendere giù dai pascoli d’alta montagna. <strong>Una musica antica, ma che ancora lega e slega le anime di chi sopra quelle e queste terre cammina e balla, provando ad ascoltarle</strong>.<br>A poche ore dall’inizio della ventiduesima edizione di <a href="https://www.montelagocelticfestival.it/"><strong>Montelago Celtic Festival</strong></a>, <strong>la grande festa della musica celtica proprio al centro dell’Appennino</strong> tra Marche e Umbria, vien voglia di parlare del legame tra i luoghi, la loro potenza naturale e una musica che sembra arrivare da lontano, ma che in realtà ci portiamo dentro da secoli, se non da millenni.<br><br><strong>LA MUSICA CELTICA, DAI MARGINI D’EUROPA</strong> &#8211; Cos’è in fondo la musica celtica, <strong>la musica dei margini</strong> del nostro continente se non <strong>un tentativo di dar voce, ritmo e futuro a terre abbandonate</strong>, o quanto meno poco considerate nel grande gioco della modernità, dello sviluppo, del progresso? D&#8217;altronde il Governo francese avversò per diversi anni <strong>la lingua bretone </strong>e le feste con musica tradizionale suonata con il <em>biniou</em>, la cornamusa, le arpe e le bombarde perché considerate troppo identitarie e radicate nei luoghi. <strong>In Irlanda e in Scozia</strong> le <em>uillean pipe</em>, le <em>bagpipe</em>, i <em>tin whistle</em>, i <em>bodhran </em>e i tamburi, hanno accompagnato da sempre le rivendicazioni dei popoli per la libertà e l’indipendenza.<br><br><strong>LE ZAMPOGNE DEL MEDITERRANEO </strong>&#8211; Oggi questa musica resiste ed è diventata<strong> un simbolo che travalica i luoghi dov’è nata</strong>, forse proprio perché dovunque è riconosciuta in perfetta vibrazione con qualsiasi terra abbia conservato un po’ della sua anima. Forse perché <strong>zampogne e cornamuse sono nate proprio qui, nel Mediterraneo</strong>, per poi espandersi nel mondo celtico e tornare di nuovo in Appennino, da dove per la verità non se ne sono mai andate (per togliervi qualche curiosità visitate il <strong><a href="https://www.museodellazampogna.it/it/">museo della zampogna di Scapoli in Molise</a></strong>). Qui <strong>briganti, cafoni, pastori, tessitrici, fate e <em>janare </em>hanno danzato saltarelli, pizziche e gighe</strong>, dimenticando per qualche momento di essere poveri cristi o gente dell’altro mondo e accarezzando la terra sotto i loro piedi, che diventava uguale per tutti, incantata dal suono melodioso degli organetti, delle zampogne e dei loro bordoni.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="682" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/07/mcf_2016_5-1024x682.jpg" alt="" class="wp-image-3006" style="width:450px;height:auto" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/07/mcf_2016_5.jpg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/07/mcf_2016_5-300x200.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/07/mcf_2016_5-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>MONTELAGO, CITTA’ NOMADE E CROCEVIA</strong> &#8211; Se <a href="https://www.montelagocelticfestival.it/">Montelago Celtic Festival</a>, come dicono gli organizzatori, è una <strong>città nomade</strong> che sboccia una volta l’anno, di certo è – e diventa sempre più &#8211; anche <strong>un grande crocevia di genti e di culture musicali che vogliono provare a riportare il margine al centro</strong>, che resistono alla globalizzazione delle culture, compresa quella musicale.<br><strong>Il verde altopiano di Colfiorito</strong>, uno degli ombelichi d’Appennino, caro alla <strong>grande madre Cupra</strong>, è il luogo potente dove questa magia si ripete ogni anno per <strong>più di ventimila giovani incantati e rapiti</strong>, seppur per pochi giorni, in un’altra dimensione e in un’altra melodia, forse le uniche ancora reali, forse le uniche ancora <strong>in armonia con la terra che ci sta sotto i piedi e con il cosmo che ci sta sopra le teste</strong>. Qui, dunque, <strong>s’incontrano le musiche popolari di tutto il mondo</strong>, con il comun denominatore di essere musiche dal <strong>cuore di terra </strong>che batte forte sotto il cielo e a volte anche un po’ più su, come le scintille dei falò delle notti del festival che sembrano confondersi con le stelle.<br>Qui s’incontrano due regioni tenute insieme dall’Appennino, qui s’incontrano <strong>tanti giovani che cercano una libertà selvatica nella natura e con la natura</strong>; una libertà sempre più negata nelle valli e nelle città. Qui s’incontrano gli antichi dei, l’appenninica Cupra, Bona dea e forse anche<strong> il celtico Toutatis</strong>. Qui <strong>tutto diventa uno</strong> pur conservando una benedetta molteplicità, splendidamente, sopra ai prati verdi, sotto al palco strabordante di bella musica, <strong>nei bicchieri di birra e di Varnelli</strong>, nei racconti e negli incontri del popolo di Montelago.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/07/mcf_2016_4-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-3005" style="width:444px;height:auto" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/07/mcf_2016_4.jpg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/07/mcf_2016_4-300x200.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/07/mcf_2016_4-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>LA MUSICA DEI PASTORI DI GIONO </strong>&#8211; Nel racconto <a href="https://www.lafeltrinelli.it/serpente-di-stelle-libro-jean-giono/e/9788882460280">“Il serpente di stelle”</a>, <strong>Jean Giono</strong> descrive un’altra grande riunione annuale di un popolo su un altopiano, quello di <strong>Mallefougasse</strong>, nell’Alta Provenza. É un popolo di pastori, di transumanti, che si ritrova per un richiamo ancestrale, nella notte di San Giovanni: gli uomini, i capi di bestie, i pastori appunto, e gli animali dietro. Un grande quadrato al centro dell’altopiano nel quale <strong>i pastori stessi mettono in scena una recita</strong> <strong>interpretando gli elementi naturali, il vento, il mare, la montagna</strong>. Ma in sottofondo anche questi uomini rudi pretendono <strong>una colonna sonora, una musica</strong>. E questa musica è fatta da strumenti magnifici e immaginifici: le arpe eoliche con le corde fissate agli alberi, i <em>pini-lira</em>, mossi dai venti, e poi i flauti ad acqua…Ecco allora che quella notte diventa magica con il cielo nero percorso da un serpente di stelle, <strong>gli elementi naturali che acquistano una voce, la montagna, le sue fonti e il vento che suonano in mezzo alle bestie e ai capi di bestie, illuminati dalle fiamme del fuoco</strong>&#8230;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>STIVELL E I LUOGHI CHE SUONANO BENE</strong> &#8211; E cosa succede in fondo a Montelago se non questa stessa magia? Tanti anni fa il grande bardo <strong>Alan Stivell, l’inventore della musica celtica moderna</strong>, venne a suonare in Umbria (e l&#8217;anno scorso è arrivato anche a Montelago&#8230;), in mezzo ai resti di una città romana abbandonata, sull’antica via Flaminia. Fu un concerto meraviglioso; <strong>anche se nei fumetti di Asterix i Celti non amano i romani, quella volta Stivell disse che le pietre romane di Carsulae suonavano bene </strong>con la sua musica. <strong>Lo stesso miracolo accade ogni anno anche a Montelago</strong> dove celti, marchigiani, abruzzesi, umbri, sanniti e genti d’ogniddove sentono che <strong>i prati e le montagne risuonano bene con la musica</strong> e che la terra, che in fondo è la stessa calpestata dagli zoccoli delle fate dei vicini Sibillini, si muove anch’essa al ritmo dei tamburi e dei <em>bodhran</em>. <br>Se la modernità non ha più patrie e tende a uccidere le identità, la musica di Montelago è invece un parto della terra, di tutte le terre marginali e di tutte le aree interne e dimenticate, in sostanza di tutte le nostre aree interiori e di quei pezzi delle nostre anime che crediamo di aver dimenticato. E<strong> il popolo di Montelago</strong> è pronto anche quest’anno a danzare, ad ascoltare a farsi comunità, <strong>a fare festa e non festival, a celebrare i suoi riti, ognuno da protagonista e non da spettatore, con la musica dentro che scava spazi di libertà</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><a href="https://www.montelagocelticfestival.it/#">Qui il programma completo di MCF2025 dal 6 al 9 agosto</a></strong></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="960" height="720" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/07/mcf_2016_1.jpg" alt="" class="wp-image-3002" style="width:481px;height:auto" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/07/mcf_2016_1.jpg 960w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/07/mcf_2016_1-300x225.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/07/mcf_2016_1-768x576.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 960px) 100vw, 960px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>A cosa servono solitudini e silenzi montani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Feb 2025 09:50:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna musa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Un essere umano non può mantenere intatta la propria coscienza se non riesce a mettere in atto il dialogo con</p>
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<p class="wp-block-paragraph">“<em>Un essere umano non può mantenere intatta la propria coscienza se non riesce a mettere in atto il dialogo con sé stesso, cioè se perde la possibilità della solitudine, che è necessaria per ogni forma di pensiero”</em>. Lo scrive <strong>Hanna Arendt</strong>, in una profonda critica alle organizzazioni totalitarie, che – tra le altre libertà – hanno spesso considerato come nemica la libertà della solitudine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma quelli che una volta erano i regimi totalitari trovano ora una eco tenebrosa nel sistema di controllo soffice e apparentemente amichevole costituito dal mondo digitale, definito da <strong>Byung-Chul Han</strong> come il <em>regno del dataismo</em>, dove chi s’impossessa dei dati detiene il potere. In questo regno artificiale i meandri della rete rimbombano in un fragore di sottofondo costante, in presenza del quale sembra non poter resistere alcuna solitudine, né alcun pensiero consapevole e reale, quanto piuttosto una ingannevole solitudine rumorosa, simile, con ogni probabilità, a quella di ogni inferno, immaginato o reale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le tesi della Arendt trovano conferma nelle parole di <strong>Ernst Jünger</strong> che nel “Trattato del Ribelle” considera la solitudine come un sentiero fondamentale attraverso il quale affrontare il viaggio mistico nel bosco. Il vuoto spirituale del mondo impone al <em>Ribelle</em> il <em>passaggio al bosco</em> per tornare a dissetarsi alla fonte dell’essere e recuperare così il valore dell’individuo, della solitudine e della sua libertà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono idee, queste, che ben si adattano anche nelle nostre riserve appenniniche di solitudine, che sono sotto assedio, come ogni riserva.<br><em>“È saggio ascoltare la propria anima per sapere di che ha bisogno; avere l’umiltà di riconoscere i propri limiti e il coraggio di fare scelte radicali. Ci fa bene volerci bene, prenderci cura di noi stessi (“Ama il prossimo tuo come te stesso“). Star da soli e in silenzio (dando spazio alla preghiera, alla lettura, alla meditazione e alla contemplazione): un tempo per stare in intimità con sé stessi e conoscersi. Per essere sé stessi”.</em> Dalle montagne umbre, da un luogo meravigliosamente appartato, al centro della natura, queste erano le riflessioni sulla solitudine di un francescano irregolare, come <strong>fra Bernardino della Romita di Cesi</strong>. “<em>Se non sei te stesso, non sei nessuno. Nel chiasso e nella confusione rischiamo di perderci. Ciascuno di noi è unico, irripetibile e originale, ma rischiamo di diventare massa, ripetitivi e fotocopie. Stare da soli e in silenzio ci aiuta a conservare la nostra dignità, identità e forza interiore. Contro la massificazione, l’omologazione ed il pensiero unico”</em>. D’altronde la comunità è fatta di individui, ognuno con la sua diversità. Non è massa. È come il bosco, scriveva ancora Bernardino, dove ogni albero ha la sua peculiarità: è solo, eppure vive in mezzo agli altri alberi, sostenendoli e sostenendosi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questo è un altro punto. Senza girarci troppo intorno, non possiamo nascondere il timore che la solitudine sia fuga, che sia rifiuto, ma non protesta, che il bosco serva solo a nascondere e a nascondersi. “<em>Preferisco evitarli, piuttosto che odiarli”</em>, scriveva <strong>Jean Jacques Rousseau</strong> nelle “Fantasticherie del passeggiatore solitario”.<br>Ma sono davvero solo semplici fughe quelle dell’antico eremita, e ancor più i ritiri dell’eremita volontario contemporaneo? Come ad esempio <strong>Henry David Thoreau</strong> che nella sua capanna sulle rive del lago Walden scriveva: <em>“Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. Non volevo vivere quella che non era una vita, a meno che non fosse assolutamente necessario. Volevo vivere profondamente, e succhiare tutto il midollo di essa, vivere da gagliardo spartano, tanto da distruggere tutto ciò che non fosse vita, falciare ampio e raso terra e mettere poi la vita in un angolo, ridotta ai suoi termini più semplici”</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La solitudine può dunque essere maestra di vita. Maestra d’insegnamenti da utilizzare nella vita, anche quando si torna in mezzo agli altri, anche con gli altri. Bisogna ascoltarsi per essere capaci di ascoltare gli altri. Bisogna porsi nella condizione di ascoltare il tutto, prima di ascoltarne una parte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tutto è Πάν (pan) e Pan ci riporta alla natura, perché, in effetti, la solitudine nella natura offre qualcosa di più. perché la natura è φύσις (physis), come sapevano i greci, ma anche i nostri progenitori appenninici: la natura è principio operante, forza vitale. Deriva dalla radice del verbo phyo (φύω), &#8220;genero&#8221;, &#8220;cresco&#8221;: il termine φύσις indica dunque la totalità delle cose che esistono, che nascono, che vivono, che muoiono. Physis, in questo significato, è il mondo della vita, che si offre al nostro sguardo, oggetto dell&#8217;esperienza quotidiana, e di cui l&#8217;uomo è parte. Secondo <strong>Martin Heidegger</strong> questo termine greco è collegato anche alla parola phàos, phòs che vuol dire &#8220;luce&#8221;, volendo significare una connessione tra la vita e la luce. Così la forza della physis unita a quella del kosmos è più evidente laddove è più semplice apprezzare, sentire, percepire la poesia di questa sua forza mista a luce, soprattutto nel silenzio e nella solitudine</p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>Per provare un senso di libertà interiore</em> – scrive <strong>Sylvain Tesson</strong> da un’altra capanna simile a quella di Thoreau, ma sul lago Bajcal (Nelle foreste Siberiane) &#8211; <em>bisogna disporre di spazio e di solitudine. A ciò si aggiunga l’essere padroni del proprio tempo, il silenzio totale, una vita dura e lo spettacolo della bellezza naturale”</em> . <em>“La solitudine e il silenzio</em> – scrive ancora Tesson &#8211; <em>fanno nascere i pensieri, perché la sola conversazione possibile si tiene con se stessi. La solitudine fa da cassa di risonanza: quando si è soli a provare un’impressione, essa è decuplicata”.</em><br><br>La montagna e la natura possono aiutare le nostre anime a purificarsi, le liberano dai pensieri ossessivi, le predispongono a riconnettersi. Come dicevano i <strong>neoplatonici</strong>, la psiche può essere uno specchio del nous, specchio privilegiato e laboratorio alchemico delle idee che sono al di sopra del mondo sensibile. Ma questo specchio occorre tenerlo pulito. E molta parte di questa pulizia dipende da ciò che guardiamo e da ciò che ascoltiamo, o non ascoltiamo, dalle parole, dalle immagini, dalla bellezza e dai silenzi. Specie da quelli montani.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2025/02/aquila-riccardo-1024x683.jpeg" alt="" class="wp-image-5171" style="width:468px;height:auto" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2025/02/aquila-riccardo-1024x683.jpeg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2025/02/aquila-riccardo-300x200.jpeg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2025/02/aquila-riccardo-768x512.jpeg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2025/02/aquila-riccardo-1536x1024.jpeg 1536w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2025/02/aquila-riccardo-2048x1366.jpeg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
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		<title>La ballata dei paesi perduti (e ritrovati)</title>
		<link>https://www.appenniniweb.it/2023/04/17/la-ballata-dei-paesi-perduti-e-ritrovati/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Apr 2023 19:44:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna musa]]></category>
		<category><![CDATA[Appennino]]></category>
		<category><![CDATA[paesi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per una nuova cultura dei paesi ci vogliono servizi e norme semplificate oltre a qualcuno che li sappia cantare: cervello e cuore</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>Low lie the fields of Athenry<br>Where once we watched the small free birds fly<br>Our love was on the wing<br>We had dreams and songs to sing<br>It&#8217;s so lonely round the fields of Athenry.</em><br><br>Ci sono due tipi di <strong>paesi perduti </strong>sulle nostre montagne: quelli che se li sta mangiando il bosco e quelli che se li mangia il turismo. A me stanno più simpatici i primi. Ma sono due facce della stessa medaglia, che non è certo una medaglia al valore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Intendiamoci: un paese può vivere anche di turismo, ma non può essere <em>solo</em> un paese turistico; peggio ancora un villaggio turistico, o un albergo diffuso. Sennò parliamo d’altro.<br>Poi ci sono i <em>paesi moribondi</em>. Quelli con pochi servizi e poco o niente lavoro, con una popolazione di sopravvissuti che resistono più per necessità e abitudine che per speranza, senza progetti di futuro. In minoranza ci sono le poche comunità ancora vive e, perfino di meno, quelle che provano a rinascere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma in generale, anche sull’Appennino, sembra di stare tra gli ampi e solitari <em>campi di Athenry</em>. Quelli della <strong>ballata irlandese</strong>, dove una volta si sognava e si cantava, prima della carestia e prima che gli inglesi mandassero in galera chi, per fame, rubava il granturco.<br><br>Qui in Appennino la fame c’è stata, l’emigrazione pure, le rivolte anche, poche e disperate. Ma alla fine i campi si sono svuotati e non c’è più nessuno che canta alla mietitura, o nelle bettole.<br><br>No, l’Appennino non canta più.<br>E nessun gruppo di tifosi, se la sentirebbe d’intonare allo stadio la canzone delle olivare, così, tanto per marcare la propria identità. Come invece fanno<a href="https://www.youtube.com/watch?v=M2kVa__-igI" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> i tifosi irlandesi </a>che in ogni stadio, in qualsiasi parte del mondo cantano a squarciagola <em><a href="https://www.youtube.com/watch?v=2tnPIpVFMzg" target="_blank" rel="noreferrer noopener">The Fields of Athenry</a></em>, per ricordare insieme la carestia e le difficoltà, ma anche la voglia di lottare di un popolo che non ha ancora del tutto smesso di essere popolo.<br></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2020/02/pasquella.png" alt="" class="wp-image-3833" width="648" height="382" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2020/02/pasquella.png 1013w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2020/02/pasquella-300x177.png 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2020/02/pasquella-768x453.png 768w" sizes="auto, (max-width: 648px) 100vw, 648px" /><figcaption class="wp-element-caption">Le Pasquarelle di Spello</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il popolo d’Appennino </strong>invece non c’è più, forse non c’è mai stato, oppure semplicemente non si è mai riconosciuto come tale, perso tra mille identità e campanili, distratto da fame e fatica. Alla fine son corsi tutti giù a valle, quasi rotolati, in cerca di pane e dell’apparente comodità della società senza comunità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di quella comunità, di quelle vecchie comunità montane, resta però la memoria, troppo spesso folklorica e inquinata dal ricordo del bel tempo che fu, che tanto bello forse non era proprio.<br>Tuttavia, avendo voglia di ricostruire da zero, così come fecero i muratori e gli scalpellini che dalle macerie di Roma s’inventarono il Romanico, qualche pietra angolare di quella <strong>civiltà rurale</strong> dalla quale siamo quasi tutti figli, si potrebbe pure provare a tenere. Per costruire nuovi edifici, certo, belli ed essenziali. Puliti, soprattutto.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi chi vuol tornare e chi vuol andare a vivere nei paesi vuoti &#8211; <em>i pochi, i felici pochi</em> &#8211; non assomiglia certo ai <strong>cafoni di Fontamara</strong>, ostaggi di una secolare ignoranza e sfruttati da padroni parassiti.<br>Chi torna, chi prova a tornare o a restare è un bravo imprenditore della campagna e della montagna, con un bagaglio di studi e d&#8217;entusiasmo che troppo spesso viene frustrato. <strong>É uno che ha più paura delle tasse e della burocrazia che dei lupi</strong>. Uno che deve sapersela cavare non solo nel confronto con le bizze delle stagioni e del clima, ma soprattutto con gli arzigogoli dei <em>Programmi di Sviluppo Rurale </em>(il PSR…), del <em>Piano Strategico della Pac 2023-2027</em>, della RRN, ovvero della <em>Rete Rurale Nazionale</em>, coi commercialisti e con i tempi delle burocrazie degli uffici comunali e regionali, ben più lunghi di una siccità estiva.<br>Così, quello che qualunque imprenditore chiede, gli imprenditori della montagna, che spesso sono piccoli e giovani, lo meriterebbero non una, ma due, tre volte: <strong>la semplificazione</strong>.<br>Ecco, per la montagna e per farla tornare abitata forse non servono la<strong> legge Realacci</strong>, o il <strong>PNRR Borghi:</strong> basterebbe l’applicazione di <strong>una speciale normativa semplificata</strong> almeno sopra una certa quota, nelle aree interne. Il che consentirebbe di vivere in maniera più serena il lavoro, le famiglie, il proprio tempo e i rapporti con gli altri, senza i quali non si ricostituiscono le comunità e non si torna a cantare.<br><br>Ma tutto questo non basta ancora. Ci vogliono <strong>idee nuove</strong>, ci vuole un nuovo rapporto con le città (<a href="https://www.appenniniweb.it/2019/04/02/mille-gemellaggi-per-salvare-i-paesi-dappennino/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ne avevamo parlato anche noi di Appenniniweb</a>), ci vuole una sterzata a livello di <strong>educazione e cultura giovanile</strong> (e anche di questo avevamo parlato, proponendo <a href="https://www.appenniniweb.it/2019/10/15/e-se-al-posto-dellerasmus-facessimo-un-ramingus-in-appennino/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">un particolare Erasmus montano</a>…).</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Infine ci vuole l’ingrediente speciale: l’anima</strong>. Quella che solo chi scrive una ballata può percepire e poi evocare, solo un artista, o un poeta, meglio ancora se un poeta e allo stesso tempo un imprenditore e contadino. Per esempio come il molisano <strong>Carmine Valentino Mosesso</strong>&#8230;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">Ci vuole un paese che entri con clemenza rinnovata nell’archivio delle paure, dei fallimenti, delle politiche guaste e ricominci a seminare sull’unica terra resa fertile dal sangue e dal sudore, la sola terra che non vede crisi e che cresce dentro tutti: il cuore.</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">E nel cuore c&#8217;è <strong>il senso del luogo</strong>, che vale più del PNRR, perché non è un investimento a debito, perché è gratuito e bisogna solo essere bravi a riconoscerlo. L’Appennino ne è pieno: ne è una miniera. Certo per scavarla ci vuole una narrazione schietta, efficace e potente. Ci vogliono i poeti, prima ancora che le guide turistiche o i programmi televisivi edulcorati, scritti da sceneggiatori di città e&nbsp; pagati con i fondi europei e regionali. Ci vogliono i poeti che non sono per tutti, direte voi. Eppure in Appennino, anche in quello di prima, i poeti li ascoltavano tutti. E i versi, se sono di cuore e se sono orecchiabili, li imparano tutti a memoria così da farli diventare una ballata popolare,  <strong>un bel canto d’Appennino</strong>, per un nuovo popolo d&#8217;Appennino, per i paesi da riprendersi e non il compianto per quelli che sono morti o per i campi solitari e abbandonati come quelli di Athenry.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><br>L’Italia, da qualche decennio, ha dimenticato di essere un Paese di paesi. Ma per fortuna c’è fermento. É cangiata l’aria direbbero gli amici cilentani. C’è aria di storia, adesso, nei paesi. Una pagina bianca dove chi passa scrive una riga con le suole. Dove chi combatte mette un punto ad un altro paragrafo nel capitolo delle mille civiltà dell’Appennino.</p>
</blockquote>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><a href="https://www.youtube.com/watch?v=hguNoQzvLW4"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/08/mosesso-1024x749.jpg" alt="" class="wp-image-4648" width="618" height="452" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/08/mosesso-1024x749.jpg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/08/mosesso-300x219.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/08/mosesso-768x562.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/08/mosesso.jpg 1077w" sizes="auto, (max-width: 618px) 100vw, 618px" /></a><figcaption class="wp-element-caption">Carmine Valentino Mosesso, autore de &#8220;La terza geografia&#8221;<br><br><strong>Altre ballate d&#8217;Appennino</strong>, <strong>da ascoltare&#8230;</strong><br><a href="https://www.youtube.com/watch?v=8KtsS1xzfJ4">Il mio Appennino &#8211; Giovanni Lindo Ferretti</a><br><a href="https://www.youtube.com/watch?v=hguNoQzvLW4" target="_blank" rel="noreferrer noopener">La notte di San Giovanni &#8211; Vinicio Capossela</a><br><a href="https://www.youtube.com/watch?v=vnBSLcvOFZw" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Nascosti e liberi &#8211; Lassociazione</a><br><a href="https://www.youtube.com/watch?v=AUzZ9AqYuwE" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Natale a Pavana &#8211; Francesco Guccin</a>i<br><a href="https://www.youtube.com/watch?v=hfIlasfgibA" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Gli Spaesati &#8211; Davide Van de Sfroos</a></figcaption></figure>
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		<title>La terza geografia e la forza misteriosa dei luoghi</title>
		<link>https://www.appenniniweb.it/2022/08/17/la-terza-geografia-e-la-forza-misteriosa-dei-luoghi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Aug 2022 13:57:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna musa]]></category>
		<category><![CDATA[Montagne di libri]]></category>
		<category><![CDATA[appenniniweb.it]]></category>
		<category><![CDATA[Carmine Valentino Mosesso]]></category>
		<category><![CDATA[La terza geografia]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cosa resta degli Appennini, cosa resta delle aree interne del nostro Paese? Restano, soprattutto, il silenzio e gli spazi vuoti,</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap wp-block-paragraph">Cosa resta degli Appennini, cosa resta delle aree interne del nostro Paese? <br>Restano, soprattutto, il silenzio e gli spazi vuoti, dentro ai quali si nascondono luoghi potenti e un paesaggio familiare. Perché l’Appennino è stato il nostro luogo e il nostro paesaggio per millenni. Oppure – semplicemente &#8211; perché un luogo con l’anima è di tutti coloro che hanno un’anima e, per chi ha il privilegio, la capacità e la sensibilità di dissetarsi con questo vuoto-pieno come ad una fonte, non c’è posto migliore per bere.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Carmine Valentino Mosesso</strong> ha la fortuna di abitare in una delle aree più ricche di vuoto e allo stesso tempo più cariche di senso dell’intero Appennino: l’Alto Molise, con i suoi spazi da <em>western</em> italico, con i grandi tratturi, con un’economia e un futuro che non vogliono e non possono rompere del tutto con il passato.<br>Qui Mosesso scrive poesie e porta le capre al pascolo, rinsaldando la lunga tradizione dei poeti-contadini.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Per fare il pastore devi avere la statura dei giganti <br>e delle formiche, devi saper prendere la montagna <br> sulle gambe,<br>e reggerla tutto il giorno negli occhi.<br>Il pastore ha scelto la voce delle cose<br>più che le parole degli uomini, ha scelto il vento, <br>un altro modo di abitare il tempo.</p><cite>Carmine Valentino Mosesso</cite></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Nella sua “voce delle cose” riecheggiano i versi montani e altrettanto appenninici del poeta folle di Marradi, <strong>Dino Campana</strong>, quando parlava della sanità delle prime cose, le cose essenziali:&nbsp;<br><em>…Salgo (nello spazio, fuori del tempo)<br>L’acqua il vento/La sanità delle prime cose</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella sanità delle prime cose ci sono anche le poesie di Mosesso che – non si fa fatica a percepirlo – dialogano col silenzio e non hanno bisogno di altra colonna sonora se non dell’essenziale. Quell’essenziale che la terra d&#8217;Appennino può ancora insegnare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con impegno e con idee originali, Mosesso si occupa anche del suo territorio, del suo paese, per il quale immagina uno sviluppo da costruire, comunque, con i piedi per terra, per non rischiare che anche stavolta il futuro scappi via. Ha pubblicato <strong>una raccolta di poesie</strong> dal titolo<strong><a href="https://www.neoedizioni.it/neo/prodotto/la-terza-geografia/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> “La terza geografia”</a></strong>, che per lui è quella misteriosa forza intima dei luoghi, che ti fa restare, che ti fa tornare, che ti fa sentire addosso la pelle e che ti fa uscire dalla tua pelle.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Sento me nel paesaggio e il paesaggio in me,<br>riesco a entrare e a uscire dal corpo <br>insieme a una forma qualsiasi del mondo, <br>la paglia, il grano, un bicchiere vuoto&#8230;</p><cite>Carmine Valentino Mosesso</cite></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Queste parole sono come le “<em>patate della levatrice”</em> , portate tanto tempo fa a Castel del Giudice da una levatrice nordica e regalate alle famiglie delle partorienti.  Quando tutti le avevano dimenticate, Carmine ha avuto in dono le ultime, senza necessità di una gravidanza in casa (o forse sì, ma di altro tipo!). Così le ha ripiantate e le ha moltiplicate, facendo rinascere, oltre ad un prodotto tipico, una storia antica e una narrazione. La voce della terra può essere anche quella delle patate…</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le parole-sementi si alzano nel cielo del Molise, ma non troppo alte, senza perdere mai di vista la terra, le capre, i muli e le patate. Tuttavia incrociano – inevitabilmente – quelle di chi, a qualsiasi latitudine, avverte il senso del luogo, la religione del luogo. E quel sentire il paesaggio dentro e se stesso nel paesaggio, echeggia i versi di un grande poeta irlandese, <strong>Seamus Heaney</strong>, quando scrive: <em>“Ho avuto la mia vita, sono stato lì, io nel mio luogo e il mio luogo in me”</em><br><em>“I had my existence<br>I was there<br>Me in place and the place in me”.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Molise, Irlanda, La Verna di Campana e magari anche gli stralunati <a href="https://www.youtube.com/watch?v=hfIlasfgibA" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Spaesati di David van de Sfross</strong></a>: ci sono tanti modi di ascoltare i luoghi, i vuoti, i campi, i paesi e i paesani e di farsene voce. Quella di Carmine tuttavia è allo stesso tempo una voce intima e corale, quasi urlata a basso volume (<em>l&#8217;urlo dello strappo che per adesso tace</em>, direbbe Van de Sfross), con garbo, con umiltà, con forza e una potenza che sembra venire da un Nume antico. <br> </p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/08/scocchera-761x1024.jpg" alt="" class="wp-image-4655" width="484" height="651" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/08/scocchera-761x1024.jpg 761w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/08/scocchera-223x300.jpg 223w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/08/scocchera-768x1033.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/08/scocchera.jpg 803w" sizes="auto, (max-width: 484px) 100vw, 484px" /><figcaption>Carmine Valentino Mosesso in una foto di Emanuele Scocchera</figcaption></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">Così, nella terza geografia c’è<strong> la missione dei paesi </strong>che…. <em>“vanno visitati come fosse una preghiera”</em>, che…<em>”si salveranno (…) come non lo saprà nessuno, faranno come hanno sempre fatto, una mela in due, un fil di ferro e la sorpresa del miracolo”</em>; con le porte delle case che si aprono <em>“…sulle solite montagne con quella luce così intensa che non sa di questo mondo”</em>.<br>Nella terza geografia c’è, soprattutto <strong>la medicina del paesaggio</strong>, della Majella, <em>“dell’ultima foglia sull’altura”</em>. Una medicina <em>“che cura con la terra, con l’aria, con una fetta di pane, distesi nelle parole di un anziano”.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella terza geografia ci sono <strong>le poesie d’amore</strong>, dove<em> “la morte è tutto il tempo trascorso a non amare”</em> e, infine ci sono gli <strong>esercizi di una nuova umanità</strong>, per la quale l’Appennino può e deve essere un laboratorio. <br>Un bel viaggio con un<em> “cantore del vuoto-pieno”</em>, che riconcilia con la propria terra interiore, dando forse forma alla risposta rispetto ad una vecchia questione…</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Perché saliamo in Appennino, perché ci restiamo o ci torniamo?</em> <br>Probabilmente lo facciamo per esercitare il coraggio che ci rimane ancora, in un angolo del cuore: quello di confrontarci con la terra, con il luogo, con il luogo aperto e silenzioso (quando non ci basta più quello virtuale), con tutto ciò di cui abbiamo realmente timore, ma che genera senso: gli spazi reali e non occupati, la terra e il cielo, la morte e la vita, l’amore.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Certi luoghi<br>non sembrano partecipare <br>alla giostra dei viventi,<br>Hanno un peso irripetibile, <br>una fisicità irreale.<br>È  come se non fossero appoggiati al mondo <br>ma conficcati dentro.<br>In una severa beatitudine,<br>attorno a un prosperoso seno di silenzio <br>che li nutre<br>Non è facile raggiungerli,<br>si può soltanto essere raggiunti.<br>È in luoghi come questi<br>che è ancora possibile sentire<br>la svagata vicinanza delle cose<br>ascoltare confidenze lontane,<br>partecipare al battesimo dei temporali,<br>alla comunione delle rose.</p></blockquote>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/08/molise-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-4652" width="516" height="387" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/08/molise-1024x768.jpg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/08/molise-300x225.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/08/molise-768x576.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/08/molise-1536x1152.jpg 1536w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/08/molise.jpg 2000w" sizes="auto, (max-width: 516px) 100vw, 516px" /></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><a href="https://www.neoedizioni.it/neo/prodotto/la-terza-geografia/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“La terza geografia”</a></strong>, di Carmine Valentino Mosesso &#8211; Edizioni Neo &#8211; 2021<br><br><br></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.appenniniweb.it/2022/08/17/la-terza-geografia-e-la-forza-misteriosa-dei-luoghi/">La terza geografia e la forza misteriosa dei luoghi</a> proviene da <a href="https://www.appenniniweb.it">AppenniniWeb</a>.</p>
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		<title>Canzoni d’Irlanda, d’Appennino e di silenzi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Jul 2022 11:35:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna madre]]></category>
		<category><![CDATA[Montagna musa]]></category>
		<category><![CDATA[appennini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per imparare ad ascoltare un luogo si poteva iniziare con un’audiocassetta C60. Anche perché le C90 spesso rallentavano un po’,</p>
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<p class="has-drop-cap wp-block-paragraph">Per imparare ad ascoltare un luogo si poteva iniziare con un’audiocassetta C60. Anche perché le C90 spesso rallentavano un po’, se la batteria non era del tutto carica. Ad ogni modo dal magnetofono (ma già allora nessuno lo chiamava più così), usciva il ritmo semplice di una melodia popolare con il flauto, anzi il <em>tin whistle</em>, il violino e l’arpa, accompagnata da una bella voce di donna che cantava in una lingua del tutto sconosciuta. Dura e dolce al tempo stesso. Il fascino, probabilmente, era in gran parte lì, nella curiosità per quelle parole “marziane”, che sembravano straordinariamente nuove e incredibilmente antiche. Era tutto dentro una ballata dei <a href="https://www.youtube.com/watch?v=4ZP-4B7kHqA" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Clannad</strong></a>, storico gruppo irlandese del Donegal. La cantante era <strong>Màire Brennan</strong>, la sorella maggiore di quella che poi sarebbe diventata la più famosa <strong>Enya</strong>. I versi erano nell’antica lingua gaelica. Armonia, identità, passione per una terra, rispetto per una tradizione popolare, da rinnovare, trasmettendola, contaminandola, ballandola ancora con i ragazzi e le ragazze. Per vivere meglio. Poi c’era il ritmo, un ritmo che saliva dalla terra, attraverso i piedi, risuonava nella pancia e vibrava nell’anima: qualcosa di ancestrale, qualcosa di speciale.<br><br>Tutto questo nei primi anni Ottanta era proprio quello che ci mancava, che ci sembrava ci fosse stato tolto, perché qui, a casa nostra, ogni cosa iniziava ad andare in un’altra direzione. O almeno così pensavamo. Fatto sta che da lì sono iniziati i viaggi in Europa, con l’obiettivo, più o meno consapevole, di capire come gli “altri” ascoltassero le proprie terre, che metodi usassero e perché, in definitiva, la nostra terra non fosse più capace di cantarsi, o di farsi ascoltare. In fondo quell’andare per festival e <em>fest-noz</em> della Bretagna, o per i villaggi e i pub d’Irlanda era solo un tentativo di furto con scasso, con una gran voglia di riportare tutto a casa. <br><br>Strada facendo ci è capitato di leggere un inglese girovago che raccontava la tradizione degli aborigeni australiani. Era <strong>Bruce Chatwin</strong>, che riferiva: <em>“La terra deve prima esistere come concetto mentale. Poi la si deve cantare. Solo allora si può dire che esista”</em>. <br><br>Tornando a casa, in mezzo all’Appennino, non eravamo ancora capaci nemmeno di mettere a fuoco il concetto mentale della nostra terra e soprattutto non riuscivamo a capire chi la potesse cantare. Poi, certo, invertendo la rotta verso Sud, o meglio ancora verso le isole, abbiamo trovato terre mediterranee capaci di muovere al canto, specie nelle aree più interne, quelle più marginali: in Sardegna, in Irpinia, in Abruzzo, in Sicilia, sul Pollino e l’Aspromonte, come in Irlanda, in Bretagna, in Galizia o nelle Asturie. Restava da capire perché il nostro Appennino, la nostra montagna non cantasse più, e perfino se fosse ancora in grado di cantare.<br></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/07/zampogna.jpg" alt="" class="wp-image-4596" width="125" height="94"/></figure></div>



<p class="has-drop-cap wp-block-paragraph">Abbiamo così pian piano scoperto che l’Appennino è troppo lungo per avere una sola identità, una sola musica e una sola canzone da cantare. <strong>L’Appennino è polifonico</strong>: suona veloce con i tasti della fisarmonica e lento con il bordone della zampogna, zompa coi saltarelli e i terremoti e s’affascina con la pizzica e la taranta di ritorno dalle transumanze. Se qualche volta ha provato a cantare insieme è stato semmai per merito dei tratturi e dei briganti. Poi è vero, un po’ di nascosto, ha soffiato e cantato nelle teste di gente come <strong>Francesco Guccini </strong>e <strong>Giovanni Lindo Ferretti</strong> su dalle parti di Modena, Reggio e della Cisa, in quelle del calitrano <strong>Capossela </strong>nella ventosa Irpinia dei coppoloni e di chissà quant’altri. Però, insomma, non canta forte, non riesce ancora a farsi sentire giù a valle. Allora magari, dopo tanto girovagare, viene da pensare che oggi il canto d’Appennino, la sua musica il suo ritmo, la sua anima, li si possa trovare sulle cime e nei paesi abbandonati, nei boschi non più curati e sotto gli alberi da frutta lasciati a inselvatichire.<br>La musica d&#8217;Appennino è negli apparenti silenzi, rotti dal ritmo di una cicala, le parole delle sue canzoni sono nascoste nei versi degli uccelli. Ma è da questo silenzio pieno di vita che, se lo si sa ascoltare, può rinascere un canto corale. In fondo non c’è niente di nuovo. Lo consigliavano anche gli antichi umbri d’Appennino nel loro testo rituale più antico, le Tavole Eugubine. Ventidue volte prescrivono di pregare in silenzio. <em> </em>Ascoltare il silenzio: è da lì che nascono la musica, il canto e la danza. <br>&#8220;&#8230;<em>Preghi presso l&#8217;obelisco&nbsp;sui recipienti senza difetto da liquidi e da solidi. Impasti. Danzi a ritmo ternario.&nbsp;Unga l&#8217;obelisco. Preghi sull&#8217;unguento senza difetto. Lavi le mani lontano dall&#8217;ara.&nbsp;Ritorni all&#8217;ara e presso l&#8217;ara preghi in silenzio sul vino senza difetto (&#8230;) “l’officiante dia inizio a questa cerimonia procedendo alla rilevazione degli uccelli: l’upupa e la cornacchia provenienti da destra, il picchio e la gazza provenienti da sinistra”</em>.<br><br>L’audiocassetta dei <em>Clannad </em>c’insegnò che la voce e la musica dei margini possono essere le più affascinanti. L’Appennino ci continua a insegnare il valore dei margini, specie adesso. E anche se non suona forte come il violino dei <strong>Brennan</strong>, o dolce come l’arpa di <strong>Stivell</strong>, i suoi silenzi sono la musica migliore e battono come un tamburo il loro richiamo. Che qualcuno, per fortuna sua e nostra, ancora intende. Con poesie che sembrano canzoni. Canzoni d’Appennino e di silenzi.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Certi luoghi <br>È come se non fossero appoggiati al mondo<br>ma conficcati dentro.<br>In una severa beatitudine,<br>attorno a un prosperoso seno di silenzio<br>che li nutre.<br>Non è facile raggiungerli,<br>si può soltanto essere raggiunti.<br>È in luoghi come questi<br>che è ancora possibile sentire<br>la svagata vicinanza delle cose,<br>ascoltare confidenze lontane,<br>partecipare al battesimo dei temporali,<br>alla comunione delle rose.</p><cite>Carmine Valentino Mosesso</cite></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.facebook.com/carminevalentino.mosesso?__cft__%5b0%5d=AZVjckQC5cMnZty5Dn0f5PSzNNfctaECNfD7cRC3WgHL58md7zGl0JIeFKpGojYdXC-DmOOKdyjVwJLF4tmKyayHnarrehN1L0wIojT-9ihVPA56RrSdYWRqcwlnmBqNlBQsQRrUj5Ge0N_tXHlvdCeWU0XUhN4ns7NiGbPEytEkkFi3FsWEeP64gqpTz1Hxj3w&amp;__tn__=-%5dK-y-R">Carmine Valentino Mosesso</a> (Poeta-contadino), <a href="https://www.neoedizioni.it/neo/prodotto/la-terza-geografia/">La terza geografia &#8211; NEO. Edizioni (neoedizioni.it)</a><br><br><a href="https://www.youtube.com/watch?v=4ZP-4B7kHqA"></a><a href="https://www.youtube.com/watch?v=EBVehlkCCfU">Clannad &#8211; various songs 1978 (Live on TV) Mo Mháire, dTigeas A Damhsa, Siúil A Rún &#8211; YouTube</a> </p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Clannad - Crann Úll" width="800" height="600" src="https://www.youtube.com/embed/M9VhNlfhMKs?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
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		<title>Il silenzio del solstizio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jun 2022 14:48:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna amante]]></category>
		<category><![CDATA[Montagna musa]]></category>
		<category><![CDATA[solstizio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;odore del fumo, di legna bruciata e di bosco, che ti rimane addosso come un vestito: nobile è chi sa</p>
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<p class="has-drop-cap wp-block-paragraph">L&#8217;odore del fumo, di legna bruciata e di bosco, che ti rimane addosso come un vestito: <em>nobile è chi sa di bosco e di fiume&#8230;</em><br>La consapevolezza dell&#8217;utile inutilità di essere parte di un evento astronomico come il solstizio d’estate, ma anche – più semplicemente &#8211; di far parte di un&#8217;aurora, di un&#8217;alba, di attraversare una fioritura di elicriso, di raccogliere l&#8217;iperico per la prossima notte di San Giovanni. Condividere tutto con chi percorre sentieri forse differenti, forse no. <br>Finito il tempo di altri solstizi, ora è arrivato quello dell&#8217;ascolto del <strong>silenzio del cosmo</strong>. Le cime d’Appennino ne sono il tempio, di questo silenzio fragoroso, che ti rimbomba dentro quando si spengono tutte le altre voci e i rumori di fondo, inutili perlopiù.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/06/solstizio-1024x638.jpeg" alt="" class="wp-image-4585" width="683" height="426" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/06/solstizio-1024x638.jpeg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/06/solstizio-300x187.jpeg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/06/solstizio-768x479.jpeg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/06/solstizio-1536x957.jpeg 1536w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2022/06/solstizio.jpeg 1600w" sizes="auto, (max-width: 683px) 100vw, 683px" /><figcaption>Il tempio italico del monte Torre Maggiore (Cesi, Umbria), nell&#8217;alba del solstizio d&#8217;estate</figcaption></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">Questo, qui in cima, era un tempio e resta un tempio. Il luogo ne conserva la funzione, al di là di ogni interpretazione archeologica o culturale, <strong>l’archetipo vi resiste</strong>, qualcuno direbbe il genio, qualcun altro il Nume.<br>Questo è <strong>il tempio/cima</strong> dove rielaborare i concetti del <strong>limite</strong>, del <strong>bisogno </strong>e dell’<strong>essenziale</strong>; il principio di <strong>responsabilità </strong>non solo individuale ma comunitario; di una <strong>comunità </strong>quindi, non di uno Stato. Di una comunità, cioè di un gruppo di persone nel quale, come in qualche modo sosteneva Adriano Olivetti, ognuno sia in grado d’intravedere il confine e l&#8217;identità, di condividere il limite, le regole e gli obiettivi, di averne consapevolezza, oltre la propria individualità.<br><br>Le filiere lunghe e infinite della <strong>globalizzazione </strong>vanno accorciate di molto, ormai lo dicono anche gli economisti. <strong>La visione</strong>, invece, va allargata: dall&#8217;individuo alla comunità, dal luogo al paesaggio, dal paesaggio all&#8217;ambiente, dall&#8217;ambiente al cosmo, rientrando nei confini del sacro da dove siamo usciti forse con troppa baldanza e che invece qui, in quest’alba appenninica, sono piuttosto evidenti, seppure apparentemente effimeri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Così, mentre il sole, <em>la nostra buona stella</em>, raggiunge il suo massimo fulgore, per stazionare il tempo che basta a indurci una riflessione, la contemplazione del <strong>fenomeno </strong>dovrebbe aiutarci a capire che i problemi dell&#8217;<strong>ecologia</strong> non potranno essere risolti esclusivamente dall&#8217;<strong>economia</strong>, riguardando piuttosto, in generale, il nostro rapporto con l&#8217;essere. Nell’intersezione, che era e resta problematica, tra il <strong>tempo circolare</strong> disegnato dal sole e dalle sue due porte annuali e il <strong>tempo lineare</strong> che ci è concesso di vivere, occorre provare a recuperare una <strong>visione del mondo</strong>, cercare di costruire l&#8217;idea nuova e antichissima di una società aperta, ma sul modello di quelle tradizionali. Aperta innanzitutto alla consapevolezza della complessità dei fenomeni del cosmo nella sua interezza e ai loro misteri, che possono e devono tornare il metro delle nostre azioni, anche di quelle quotidiane.<br>Così, probabilmente, una semplice <strong>transizione ecologica</strong> con ministeri annessi, non sarà sufficiente a salvare il pianeta, come dicono loro. Saranno necessarie altre transizioni ed azioni, essenziali, semplici, misteriose come il sorgere del sole e limpide come le aurore: un cambio di prospettiva culturale.<br>Può darsi che i <strong>solstizi</strong>, con i loro silenzi nei quali tutto sembra fermarsi per concedere ai viandanti il tempo di interrogarsi, e le cime d’Appennino che ne sono il miglior osservatorio, servano dunque ancora qualcosa…<br></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>“Gli dèi abitano là dove sempre hanno abitato. Ma sulla terra si sono perdute certe indicazioni che si possedevano su quei luoghi”.</p><cite>Roberto Calasso</cite></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.edizioniarktos.it/scheda/il-silenzio-del-cosmo-ecologia-ed-ecologismi-autori-vari-9788870491364/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Per approfondire: &#8220;Il silenzio del cosmo &#8211; Ecologia ed Ecologismi&#8221;, a cura del GRECE Italia &#8211; AA. VV. &#8211; Edizioni Arktos 2021</a><br></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.appenniniweb.it/2022/06/21/il-silenzio-del-solstizio/">Il silenzio del solstizio</a> proviene da <a href="https://www.appenniniweb.it">AppenniniWeb</a>.</p>
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