Canzoni d’Irlanda, d’Appennino e di silenzi

Per imparare ad ascoltare un luogo si poteva iniziare con un’audiocassetta C60. Anche perché le C90 spesso rallentavano un po’, se la batteria non era del tutto carica. Ad ogni modo dal magnetofono (ma già allora nessuno lo chiamava più così), usciva il ritmo semplice di una melodia popolare con il flauto, anzi il tin whistle, il violino e l’arpa, accompagnata da una bella voce di donna che cantava in una lingua del tutto sconosciuta. Dura e dolce al tempo stesso. Il fascino, probabilmente, era in gran parte lì, nella curiosità per quelle parole “marziane”, che sembravano straordinariamente nuove e incredibilmente antiche. Era tutto dentro una ballata dei Clannad, storico gruppo irlandese del Donegal. La cantante era Màire Brennan, la sorella maggiore di quella che poi sarebbe diventata la più famosa Enya. I versi erano nell’antica lingua gaelica. Armonia, identità, passione per una terra, rispetto per una tradizione popolare, da rinnovare, trasmettendola, contaminandola, ballandola ancora con i ragazzi e le ragazze. Per vivere meglio. Poi c’era il ritmo, un ritmo che saliva dalla terra, attraverso i piedi, risuonava nella pancia e vibrava nell’anima: qualcosa di ancestrale, qualcosa di speciale.

Tutto questo nei primi anni Ottanta era proprio quello che ci mancava, che ci sembrava ci fosse stato tolto, perché qui, a casa nostra, ogni cosa iniziava ad andare in un’altra direzione. O almeno così pensavamo. Fatto sta che da lì sono iniziati i viaggi in Europa, con l’obiettivo, più o meno consapevole, di capire come gli “altri” ascoltassero le proprie terre, che metodi usassero e perché, in definitiva, la nostra terra non fosse più capace di cantarsi, o di farsi ascoltare. In fondo quell’andare per festival e fest-noz della Bretagna, o per i villaggi e i pub d’Irlanda era solo un tentativo di furto con scasso, con una gran voglia di riportare tutto a casa.

Strada facendo ci è capitato di leggere un inglese girovago che raccontava la tradizione degli aborigeni australiani. Era Bruce Chatwin, che riferiva: “La terra deve prima esistere come concetto mentale. Poi la si deve cantare. Solo allora si può dire che esista”.

Tornando a casa, in mezzo all’Appennino, non eravamo ancora capaci nemmeno di mettere a fuoco il concetto mentale della nostra terra e soprattutto non riuscivamo a capire chi la potesse cantare. Poi, certo, invertendo la rotta verso Sud, o meglio ancora verso le isole, abbiamo trovato terre mediterranee capaci di muovere al canto, specie nelle aree più interne, quelle più marginali: in Sardegna, in Irpinia, in Abruzzo, in Sicilia, sul Pollino e l’Aspromonte, come in Irlanda, in Bretagna, in Galizia o nelle Asturie. Restava da capire perché il nostro Appennino, la nostra montagna non cantasse più, e perfino se fosse ancora in grado di cantare.

Abbiamo così pian piano scoperto che l’Appennino è troppo lungo per avere una sola identità, una sola musica e una sola canzone da cantare. L’Appennino è polifonico: suona veloce con i tasti della fisarmonica e lento con il bordone della zampogna, zompa coi saltarelli e i terremoti e s’affascina con la pizzica e la taranta di ritorno dalle transumanze. Se qualche volta ha provato a cantare insieme è stato semmai per merito dei tratturi e dei briganti. Poi è vero, un po’ di nascosto, ha soffiato e cantato nelle teste di gente come Francesco Guccini e Giovanni Lindo Ferretti su dalle parti di Modena, Reggio e della Cisa, in quelle del calitrano Capossela nella ventosa Irpinia dei coppoloni e di chissà quant’altri. Però, insomma, non canta forte, non riesce ancora a farsi sentire giù a valle. Allora magari, dopo tanto girovagare, viene da pensare che oggi il canto d’Appennino, la sua musica il suo ritmo, la sua anima, li si possa trovare sulle cime e nei paesi abbandonati, nei boschi non più curati e sotto gli alberi da frutta lasciati a inselvatichire.
La musica d’Appennino è negli apparenti silenzi, rotti dal ritmo di una cicala, le parole delle sue canzoni sono nascoste nei versi degli uccelli. Ma è da questo silenzio pieno di vita che, se lo si sa ascoltare, può rinascere un canto corale. In fondo non c’è niente di nuovo. Lo consigliavano anche gli antichi umbri d’Appennino nel loro testo rituale più antico, le Tavole Eugubine. Ventidue volte prescrivono di pregare in silenzio. Ascoltare il silenzio: è da lì che nascono la musica, il canto e la danza.
“…Preghi presso l’obelisco sui recipienti senza difetto da liquidi e da solidi. Impasti. Danzi a ritmo ternario. Unga l’obelisco. Preghi sull’unguento senza difetto. Lavi le mani lontano dall’ara. Ritorni all’ara e presso l’ara preghi in silenzio sul vino senza difetto (…) “l’officiante dia inizio a questa cerimonia procedendo alla rilevazione degli uccelli: l’upupa e la cornacchia provenienti da destra, il picchio e la gazza provenienti da sinistra”.

L’audiocassetta dei Clannad c’insegnò che la voce e la musica dei margini possono essere le più affascinanti. L’Appennino ci continua a insegnare il valore dei margini, specie adesso. E anche se non suona forte come il violino dei Brennan, o dolce come l’arpa di Stivell, i suoi silenzi sono la musica migliore e battono come un tamburo il loro richiamo. Che qualcuno, per fortuna sua e nostra, ancora intende. Con poesie che sembrano canzoni. Canzoni d’Appennino e di silenzi.

Certi luoghi
È come se non fossero appoggiati al mondo
ma conficcati dentro.
In una severa beatitudine,
attorno a un prosperoso seno di silenzio
che li nutre.
Non è facile raggiungerli,
si può soltanto essere raggiunti.
È in luoghi come questi
che è ancora possibile sentire
la svagata vicinanza delle cose,
ascoltare confidenze lontane,
partecipare al battesimo dei temporali,
alla comunione delle rose.

Carmine Valentino Mosesso

Carmine Valentino Mosesso (Poeta-contadino), La terza geografia – NEO. Edizioni (neoedizioni.it)

Clannad – various songs 1978 (Live on TV) Mo Mháire, dTigeas A Damhsa, Siúil A Rún – YouTube

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