Montagna musa

Il cielo sopra le montagne

Che cosa stai guardando?
Non è difficile indovinarlo. I tuoi occhi e la tua mente sono concentrati su uno schermo, quello di un PC, di un tablet, di uno smartphone.
Bene, adesso prova ad alzare gli occhi dallo schermo, guarda in alto!
Cosa vedi? Probabilmente un soffitto. Ma, se sei fortunato e leggi queste note in un giardino, in un terrazzo, o comunque all’aperto, alzando gli occhi vedrai il cielo.
Guardalo per qualche secondo, anzi osservalo. Magari non ti capita spesso. Eppure c’è un cielo sopra di noi. Sempre. Hai mai fatto caso che, nella nostra civiltà, tutto ci spinge a guardare verso il basso? Perché in basso ci sono le cose che ci servono. Il cielo non ci serve più. Come le montagne, d’altronde.
Per tornare a guardare il cielo, i suoi segni, per percepirne la misura smisurata, dobbiamo trovare i luoghi giusti, di giorno e di notte. Perché, non so se te ne ricordi, abbiamo la fortuna di vedere due cieli, quello diurno e quello notturno. I luoghi giusti per osservare i cieli sono le montagne. E le nostre montagne d’Appennino sono lì ad aspettarci. Sono montagne che per millenni hanno offerto la possibilità a chi le frequentava non solo di osservare, ma anche di confrontarsi con i cieli, ovvero con il cosmo.
Perciò se decidi di salire in montagna per incontrare i cieli, mentre sei in cammino pronuncia questa password, pardon questa formula: “Son figlio della greve terra e del cielo stellato”. Poi, se sul sentiero incontri la fonte giusta, bevi. E cerca così di ricordare chi sei realmente e dove stai andando.
Con quest’idea devi tornare in montagna, non solo per guardare il panorama là sotto, ma per alzare gli occhi tenendo i piedi per terra, in definitiva per ritrovare i nostri genitori, la terra e il cielo ed essere tutt’uno con loro. Niente di nuovo, intendiamoci. La stessa cosa facevano i nostri antenati giù in fondo all’Appennino, nella Magna Grecia sotto l’Aspromonte, duemila e cinquecento anni fa. La stessa cosa facevano, più o meno consapevolmente, i nostri nonni, bisnonni, trisavoli, i pastori transumanti, i contadini, i briganti e perfino le janare, che avevano una straordinaria confidenza con la luna, il cielo stellato e il cammino del sole. I cieli facevano parte delle loro vite, ne misuravano il lavoro, gli amori, le stagioni e alimentavano le loro domande, le speranze e la fede in qualcosa di più grande e libero. Di più grande e di più leggero della greve terra. Dalle cime della Valnerina, al centro degli Appennini, il crepuscolo dell’equinozio striato di rosa, sfrangiato sui profili delle montagne e incorniciato dalle fronde degli alberi più alti, ti invita a guardare in alto: siamo sotto lo stesso cielo e l’animo, come diceva Plotino, diviene ciò che contempla.

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