Montagna madre

Il dono dell’abbandono

“Il tetto si è bruciato, ora posso vedere la luna”, è un haiku di Misuta Masahide, samurai poeta (1657-1723). È un breve e illuminante componimento che pone in evidenza come persino gli eventi negativi possano dischiudere nuove e affascinanti opportunità.
L’abbandono e il conseguente spopolamento dell’Appennino, ad esempio, sono considerati da molti una catastrofe. E se invece fossero un’opportunità?

In questo autunno appena iniziato, ricordo i giorni di Montelago Celtic Festival, dove il “vuoto” dell’altopiano di Colfiorito ha generato musica, arte e sogni di libertà. Montelago Celtic Festival è una città nomade di ventimila persone che si monta e si smonta. Ma chi ritorna a casa dopo questo grande raduno di giovani, si porta dentro qualcosa di nuovo, o di rinnovato. E questo “qualcosa” ha a che fare soprattutto con la potenza dei luoghi speciali d’Appennino, ovvero con lo spirito dei luoghi di queste aree spopolate,  “marginali”, dove l’Appennino in abbandono è sempre pronto, appunto, a generare stupori.

Viene dunque da pensare che potremmo provare a usare le cosiddette “aree interne”, apparentemente abbandonate, come sorgenti dove provare a dissetare i nostri spiriti e la nostra disperata ricerca di meraviglia, ascoltando e osservando il loro speciale vuoto.

Se l’Appennino è vuoto, o si sta svuotando, non è dunque detto che sia un male in assoluto. D’altronde essere in abbandono significa stare fuori dal bando, dalla giurisdizione e forse anche dal pensare comune. Così  quest’idea di ripopolare l’Appennino facendo forzosamente diventare le “aree interne” come le “aree esterne”, senza considerare le loro particolarità e specialità, sarà poi quella giusta?

Nei mesi estivi del 2025 in Appennino, non c’è stato solo Montelago, ma in tanti luoghi solitari ci sono stati altrettanti incontri, esperienze, esperimenti, comunità provvisorie, nate per fare cultura. Ci sono stati festival organizzati da poeti, come La luna e i calanchi in Basilicata, o da cantautori come lo Sponz Fest di Vinicio Capossela in Irpinia; ci sono il Festival dell’Appennino e Happennino, e ci sono mille feste innovative e tradizionali, rievocazioni storiche, sagre, cammini condivisi, concerti. Tutti eventi con un comun denominatore: la volontà di confrontarsi con le terre abbandonate d’Appennino. C’è voglia di Appennino, lo sappiamo da tempo, ma c’è voglia soprattutto di scoprire cosa ha da dirci questo Appennino abbandonato, con i suoi vuoti tutti da interpretare nel confronto con gli spazi iper affollati delle aree urbane e costiere.

Vista così la corsa al ripopolamento (e ai relativi finanziamenti) può rallentare un po’; intanto facciamo tesoro del dono dell’abbandono, guardando la luna da quel che resta del tetto crollato e scoprendo magari che è perfino più interessante di uno schermo con connessione in banda larga.

Per questo l’Appennino abbandonato sembra essere in cerca di una nuova giurisdizione, di un nuovo bando tutto da costruire. Sembra pure aver scoperto un’altra funzione o vocazione: quella di rigenerare la cultura, di ispirare un movimento e di riportarci sul sentiero della ricerca del bello, del sacro e della libertà.

Intanto però tuteliamo le terre alte, queste fonti di senso che sono ancora vive nelle aree interne; frequentiamole, impariamo a capirle, ma soprattutto rispettiamole e teniamole pulite, non solo dai rifiuti. Difendiamo questi luoghi dagli scempi e dalle speculazioni. Non consentiamo a nessuno di scacciare i loro geni, la loro bellezza. Che quella è sempre lì che ci aspetta, a rincuorarci. Non possiamo farne a meno in questo presente così duro e complesso, oggi e sempre di più nel futuro che ci aspetta. A meno che non siamo disposti a perdere in maniera irreparabile l’armonia che ci rende esseri umani. E quello sì che sarebbe un abbandono irrecuperabile.

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