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Montelago 2025, la danza del margine che torna al centro

Le cornamuse scozzesi e le zampogne di Scapoli tra le Mainarde, i tamburi delle bagadou bretoni e quelli dei Sanniti, pelli di pecore, di animali da pascolo, gonfiate con il nostro respiro, vibrazioni ancestrali e una musica che sembra uscir fuori dalle pietre rotolanti, scendere giù dai pascoli d’alta montagna. Una musica antica, ma che ancora lega e slega le anime di chi sopra quelle e queste terre cammina e balla, provando ad ascoltarle.
A poche ore dall’inizio della ventiduesima edizione di Montelago Celtic Festival, la grande festa della musica celtica proprio al centro dell’Appennino tra Marche e Umbria, vien voglia di parlare del legame tra i luoghi, la loro potenza naturale e una musica che sembra arrivare da lontano, ma che in realtà ci portiamo dentro da secoli, se non da millenni.

LA MUSICA CELTICA, DAI MARGINI D’EUROPA – Cos’è in fondo la musica celtica, la musica dei margini del nostro continente se non un tentativo di dar voce, ritmo e futuro a terre abbandonate, o quanto meno poco considerate nel grande gioco della modernità, dello sviluppo, del progresso? D’altronde il Governo francese avversò per diversi anni la lingua bretone e le feste con musica tradizionale suonata con il biniou, la cornamusa, le arpe e le bombarde perché considerate troppo identitarie e radicate nei luoghi. In Irlanda e in Scozia le uillean pipe, le bagpipe, i tin whistle, i bodhran e i tamburi, hanno accompagnato da sempre le rivendicazioni dei popoli per la libertà e l’indipendenza.

LE ZAMPOGNE DEL MEDITERRANEO – Oggi questa musica resiste ed è diventata un simbolo che travalica i luoghi dov’è nata, forse proprio perché dovunque è riconosciuta in perfetta vibrazione con qualsiasi terra abbia conservato un po’ della sua anima. Forse perché zampogne e cornamuse sono nate proprio qui, nel Mediterraneo, per poi espandersi nel mondo celtico e tornare di nuovo in Appennino, da dove per la verità non se ne sono mai andate (per togliervi qualche curiosità visitate il museo della zampogna di Scapoli in Molise). Qui briganti, cafoni, pastori, tessitrici, fate e janare hanno danzato saltarelli, pizziche e gighe, dimenticando per qualche momento di essere poveri cristi o gente dell’altro mondo e accarezzando la terra sotto i loro piedi, che diventava uguale per tutti, incantata dal suono melodioso degli organetti, delle zampogne e dei loro bordoni.

MONTELAGO, CITTA’ NOMADE E CROCEVIA – Se Montelago Celtic Festival, come dicono gli organizzatori, è una città nomade che sboccia una volta l’anno, di certo è – e diventa sempre più – anche un grande crocevia di genti e di culture musicali che vogliono provare a riportare il margine al centro, che resistono alla globalizzazione delle culture, compresa quella musicale.
Il verde altopiano di Colfiorito, uno degli ombelichi d’Appennino, caro alla grande madre Cupra, è il luogo potente dove questa magia si ripete ogni anno per più di ventimila giovani incantati e rapiti, seppur per pochi giorni, in un’altra dimensione e in un’altra melodia, forse le uniche ancora reali, forse le uniche ancora in armonia con la terra che ci sta sotto i piedi e con il cosmo che ci sta sopra le teste. Qui, dunque, s’incontrano le musiche popolari di tutto il mondo, con il comun denominatore di essere musiche dal cuore di terra che batte forte sotto il cielo e a volte anche un po’ più su, come le scintille dei falò delle notti del festival che sembrano confondersi con le stelle.
Qui s’incontrano due regioni tenute insieme dall’Appennino, qui s’incontrano tanti giovani che cercano una libertà selvatica nella natura e con la natura; una libertà sempre più negata nelle valli e nelle città. Qui s’incontrano gli antichi dei, l’appenninica Cupra, Bona dea e forse anche il celtico Toutatis. Qui tutto diventa uno pur conservando una benedetta molteplicità, splendidamente, sopra ai prati verdi, sotto al palco strabordante di bella musica, nei bicchieri di birra e di Varnelli, nei racconti e negli incontri del popolo di Montelago.

LA MUSICA DEI PASTORI DI GIONO – Nel racconto “Il serpente di stelle”, Jean Giono descrive un’altra grande riunione annuale di un popolo su un altopiano, quello di Mallefougasse, nell’Alta Provenza. É un popolo di pastori, di transumanti, che si ritrova per un richiamo ancestrale, nella notte di San Giovanni: gli uomini, i capi di bestie, i pastori appunto, e gli animali dietro. Un grande quadrato al centro dell’altopiano nel quale i pastori stessi mettono in scena una recita interpretando gli elementi naturali, il vento, il mare, la montagna. Ma in sottofondo anche questi uomini rudi pretendono una colonna sonora, una musica. E questa musica è fatta da strumenti magnifici e immaginifici: le arpe eoliche con le corde fissate agli alberi, i pini-lira, mossi dai venti, e poi i flauti ad acqua…Ecco allora che quella notte diventa magica con il cielo nero percorso da un serpente di stelle, gli elementi naturali che acquistano una voce, la montagna, le sue fonti e il vento che suonano in mezzo alle bestie e ai capi di bestie, illuminati dalle fiamme del fuoco…

STIVELL E I LUOGHI CHE SUONANO BENE – E cosa succede in fondo a Montelago se non questa stessa magia? Tanti anni fa il grande bardo Alan Stivell, l’inventore della musica celtica moderna, venne a suonare in Umbria (e l’anno scorso è arrivato anche a Montelago…), in mezzo ai resti di una città romana abbandonata, sull’antica via Flaminia. Fu un concerto meraviglioso; anche se nei fumetti di Asterix i Celti non amano i romani, quella volta Stivell disse che le pietre romane di Carsulae suonavano bene con la sua musica. Lo stesso miracolo accade ogni anno anche a Montelago dove celti, marchigiani, abruzzesi, umbri, sanniti e genti d’ogniddove sentono che i prati e le montagne risuonano bene con la musica e che la terra, che in fondo è la stessa calpestata dagli zoccoli delle fate dei vicini Sibillini, si muove anch’essa al ritmo dei tamburi e dei bodhran.
Se la modernità non ha più patrie e tende a uccidere le identità, la musica di Montelago è invece un parto della terra, di tutte le terre marginali e di tutte le aree interne e dimenticate, in sostanza di tutte le nostre aree interiori e di quei pezzi delle nostre anime che crediamo di aver dimenticato. E il popolo di Montelago è pronto anche quest’anno a danzare, ad ascoltare a farsi comunità, a fare festa e non festival, a celebrare i suoi riti, ognuno da protagonista e non da spettatore, con la musica dentro che scava spazi di libertà.

Qui il programma completo di MCF2025 dal 6 al 9 agosto

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