A cosa servono solitudini e silenzi montani
“Un essere umano non può mantenere intatta la propria coscienza se non riesce a mettere in atto il dialogo con sé stesso, cioè se perde la possibilità della solitudine, che è necessaria per ogni forma di pensiero”. Lo scrive Hanna Arendt, in una profonda critica alle organizzazioni totalitarie, che – tra le altre libertà – hanno spesso considerato come nemica la libertà della solitudine.
Ma quelli che una volta erano i regimi totalitari trovano ora una eco tenebrosa nel sistema di controllo soffice e apparentemente amichevole costituito dal mondo digitale, definito da Byung-Chul Han come il regno del dataismo, dove chi s’impossessa dei dati detiene il potere. In questo regno artificiale i meandri della rete rimbombano in un fragore di sottofondo costante, in presenza del quale sembra non poter resistere alcuna solitudine, né alcun pensiero consapevole e reale, quanto piuttosto una ingannevole solitudine rumorosa, simile, con ogni probabilità, a quella di ogni inferno, immaginato o reale.
Le tesi della Arendt trovano conferma nelle parole di Ernst Jünger che nel “Trattato del Ribelle” considera la solitudine come un sentiero fondamentale attraverso il quale affrontare il viaggio mistico nel bosco. Il vuoto spirituale del mondo impone al Ribelle il passaggio al bosco per tornare a dissetarsi alla fonte dell’essere e recuperare così il valore dell’individuo, della solitudine e della sua libertà.
Sono idee, queste, che ben si adattano anche nelle nostre riserve appenniniche di solitudine, che sono sotto assedio, come ogni riserva.
“È saggio ascoltare la propria anima per sapere di che ha bisogno; avere l’umiltà di riconoscere i propri limiti e il coraggio di fare scelte radicali. Ci fa bene volerci bene, prenderci cura di noi stessi (“Ama il prossimo tuo come te stesso“). Star da soli e in silenzio (dando spazio alla preghiera, alla lettura, alla meditazione e alla contemplazione): un tempo per stare in intimità con sé stessi e conoscersi. Per essere sé stessi”. Dalle montagne umbre, da un luogo meravigliosamente appartato, al centro della natura, queste erano le riflessioni sulla solitudine di un francescano irregolare, come fra Bernardino della Romita di Cesi. “Se non sei te stesso, non sei nessuno. Nel chiasso e nella confusione rischiamo di perderci. Ciascuno di noi è unico, irripetibile e originale, ma rischiamo di diventare massa, ripetitivi e fotocopie. Stare da soli e in silenzio ci aiuta a conservare la nostra dignità, identità e forza interiore. Contro la massificazione, l’omologazione ed il pensiero unico”. D’altronde la comunità è fatta di individui, ognuno con la sua diversità. Non è massa. È come il bosco, scriveva ancora Bernardino, dove ogni albero ha la sua peculiarità: è solo, eppure vive in mezzo agli altri alberi, sostenendoli e sostenendosi.
E questo è un altro punto. Senza girarci troppo intorno, non possiamo nascondere il timore che la solitudine sia fuga, che sia rifiuto, ma non protesta, che il bosco serva solo a nascondere e a nascondersi. “Preferisco evitarli, piuttosto che odiarli”, scriveva Jean Jacques Rousseau nelle “Fantasticherie del passeggiatore solitario”.
Ma sono davvero solo semplici fughe quelle dell’antico eremita, e ancor più i ritiri dell’eremita volontario contemporaneo? Come ad esempio Henry David Thoreau che nella sua capanna sulle rive del lago Walden scriveva: “Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. Non volevo vivere quella che non era una vita, a meno che non fosse assolutamente necessario. Volevo vivere profondamente, e succhiare tutto il midollo di essa, vivere da gagliardo spartano, tanto da distruggere tutto ciò che non fosse vita, falciare ampio e raso terra e mettere poi la vita in un angolo, ridotta ai suoi termini più semplici”.
La solitudine può dunque essere maestra di vita. Maestra d’insegnamenti da utilizzare nella vita, anche quando si torna in mezzo agli altri, anche con gli altri. Bisogna ascoltarsi per essere capaci di ascoltare gli altri. Bisogna porsi nella condizione di ascoltare il tutto, prima di ascoltarne una parte.
Il tutto è Πάν (pan) e Pan ci riporta alla natura, perché, in effetti, la solitudine nella natura offre qualcosa di più. perché la natura è φύσις (physis), come sapevano i greci, ma anche i nostri progenitori appenninici: la natura è principio operante, forza vitale. Deriva dalla radice del verbo phyo (φύω), “genero”, “cresco”: il termine φύσις indica dunque la totalità delle cose che esistono, che nascono, che vivono, che muoiono. Physis, in questo significato, è il mondo della vita, che si offre al nostro sguardo, oggetto dell’esperienza quotidiana, e di cui l’uomo è parte. Secondo Martin Heidegger questo termine greco è collegato anche alla parola phàos, phòs che vuol dire “luce”, volendo significare una connessione tra la vita e la luce. Così la forza della physis unita a quella del kosmos è più evidente laddove è più semplice apprezzare, sentire, percepire la poesia di questa sua forza mista a luce, soprattutto nel silenzio e nella solitudine
“Per provare un senso di libertà interiore – scrive Sylvain Tesson da un’altra capanna simile a quella di Thoreau, ma sul lago Bajcal (Nelle foreste Siberiane) – bisogna disporre di spazio e di solitudine. A ciò si aggiunga l’essere padroni del proprio tempo, il silenzio totale, una vita dura e lo spettacolo della bellezza naturale” . “La solitudine e il silenzio – scrive ancora Tesson – fanno nascere i pensieri, perché la sola conversazione possibile si tiene con se stessi. La solitudine fa da cassa di risonanza: quando si è soli a provare un’impressione, essa è decuplicata”.
La montagna e la natura possono aiutare le nostre anime a purificarsi, le liberano dai pensieri ossessivi, le predispongono a riconnettersi. Come dicevano i neoplatonici, la psiche può essere uno specchio del nous, specchio privilegiato e laboratorio alchemico delle idee che sono al di sopra del mondo sensibile. Ma questo specchio occorre tenerlo pulito. E molta parte di questa pulizia dipende da ciò che guardiamo e da ciò che ascoltiamo, o non ascoltiamo, dalle parole, dalle immagini, dalla bellezza e dai silenzi. Specie da quelli montani.


