Tre gioielli dentro il cuore d’Appennino
Per tre motivi non si può abbandonare l’Appennino, per tre motivi si va in montagna: per l’essenziale, per il sacro, per svuotare e riempire lo zaino. Questo, per me, è il succo di tante escursioni e vagabondaggi, di tante letture, di tanti incontri, di tanta meraviglia, di altrettanto stupore, di molta malinconia, di qualche speranza.
Prima di tutto occorre prendere atto che c’è un mondo diverso dal nostro alle nostre spalle, o di fronte a noi, dipende dalla posizione che assumiamo davanti alle montagne che formano la spina dorsale del nostro Paese. C’è un mondo che c’era e che non ci sarà più, ma che c’è ancora. Un po’ come i tre volti del vecchio dio Giano, uno dei quali, quello rivolto al presente, è naturalmente il più misterioso, ineffabile e indecifrabile.
Poi bisogna considerare che l’essenziale è visibile agli occhi, se si sale e si lasciano indietro le città.
L’essenziale è la prima porta d’Appennino. L’hanno lasciata aperta i nostri avi, abbandonando le terre, le case, gli animali, i campi che per millenni li avevano nutriti e affamati, dove avevano vissuto ed erano sopravvissuti, in estrema povertà e in grande semplicità, soffrendo e cantando, tra miseria, malattie, ignoranza, oppressione, libertà e serenità. La civiltà rurale è scomparsa così, quasi di colpo, da non più di settant’anni, dopo aver abitato le terre d’Appennino per quasi tre millenni. È un fatto incredibile, inaudito. Eppure è accaduto. E tutti noi ne vediamo le conseguenze. I boschi si riprendono i campi, le stalle di montagna sono vuote e i loro tetti cadono; nei paesi non si sentono più le voci, le imprecazioni, le grida dei bambini che giocano per strada, le campane. Resta il silenzio. Intanto a valle le città si riempiono di una grande quantità e varietà di cose utili, inutili, costose e rischiose.
D’altro canto rifondare la civiltà rurale è impossibile, impensabile, forse perfino pericoloso. Eppure ci conviene non dimenticare quella sepolta civiltà. Innanzitutto perché è un dovere verso i nostri padri e le nostre madri, verso noi stessi. Non dimenticare i loro racconti, i racconti dei vecchi, è indispensabile in questo “innominabile attuale”. Serve a capire che per vivere non occorreva e forse non occorre nulla di più del necessario; serve per rimodulare il nostro senso del limite anche se non siamo più – o non crediamo più di essere – nel grembo della natura, anche se non siamo più gli attenti, preoccupati e stupiti osservatori dei suoi cicli infiniti, dei suoi cieli e delle sue tempeste. Anche se, soprattutto, ci illudiamo di essere ormai fuori e sopra a tutto questo.
L’Appennino con i suoi luoghi che ancora sono lì, benché disabitati, con i loro geni e i loro racconti, ci aiuta a non dimenticare la lezione dell’essenziale, a non dimenticare che l’essenziale si condivide, sempre, con gli altri compagni di cammino, di lavoro, di disgrazie, di brevi, ma intense felicità. E vere. In comunità, con solidarietà.
La seconda porta della montagna e dell’Appennino è il sacro.
La bellezza qui è gratuita, il cosmo lo puoi toccare con le mani, ci puoi misurare la tua altezza, se ci riesci, e perfino il tempo non si calcola con l’orologio. Qui è tutto analogico e il digitale non ha campo. Questo è ancora il regno dell’analogia e della magia. Di tecnica ne serve quanto basta: ne quid nimis.
Il re Numa che veniva dall’Appennino dei Sabini suggerì ai Romani di non adorare gli dèi in forma personificata. Non gli dettero retta per molto tempo, come spesso non si dà retta a chi viene dalla montagne ed è accompagnato dall’odore dello stabbio e delle pecore. Eppure il sacro è lì, tra gli agnelli che nascono e quelli che vengono sacrificati, nella prima neve che imbianca le cime, nelle grandi e misteriose fioriture di primavera, nei fuochi, nei falò, nei fulmini, nelle acque sorgive e nelle stellate notturne, nei miracoli, nei mirabilia. Si fa fatica a contenerlo dentro un tempio, o dentro una chiesa. Si è sempre fatto fatica a contenere il sacro. E perciò sacre erano le cime, poi i boschi, poi i campi coltivati. Sacre erano anche le tempeste e lo spirito degli animali, sacre erano le mille e spesso crudelmente contrapposte forme dell’essere, finché non le si immaginava come ricordo, come baluginio della forza primitiva, dell’unità originaria. Finché non le si vedeva come sim-bolo.
Così quest’Appennino che ancora oggi è una zona d’ombra del mondo moderno, si riempì di semplici e possenti dèi-forze vitali, d’imperscrutabili fate e ninfe, di madri grandi e prolifiche, di premurosi santi. E la notizia è che, a guardar bene, sono ancora tutti lì, e aspettano che qualcuno li riconosca quando li incontra. Si sentono soli. Ma mai quanto noi.
Il terzo motivo per non abbandonare l’Appennino e per continuare a frequentarlo è la necessità di svuotare lo zaino che ci mettiamo sulle spalle in pianura e di riempirlo con qualcosa di diverso da riportare a casa. È pesante quello che portiamo con noi quando saliamo. Un bagaglio grigio fatto di smarrimento, spaesamento, frustrazione, nevrosi e di tante domande che non trovano risposte sulle strade asfaltate e tra le spire della rete, che nessuna intelligenza artificiale o umana potrebbe risolvere, senza passare per il cuore e l’intuizione.
Così, una volta saliti, questo zaino grigio si alleggerisce e si riempie di vuoto. In effetti lo zaino che riportiamo a casa, di ritorno dall’Appennino, è leggerissimo. Il suo vuoto vale però moneta sonante, in grado di cambiare il vortice delle nostre vite in una serenità senza confini.
Riabitare l’Appennino è un progetto difficile e complesso, riportarsene a casa uno zaino pieno (di tre gioielli: di vuoto, di essenziale, di sacro) è il primo passo dal quale ripartire per ricostruire noi stessi, prima ancora che le vecchie case e i paesi abbandonati.


