La Transiberiana non è un treno turistico

C’è un errore: la Transiberiana d’Italia non è un treno turistico, è un treno appenninico. Un treno per riflettere sull’Appennino, a bassa velocità, ad alta intensità di sensazioni.
A 50 all’ora da Sulmona a Campo di Giove, poi a Palena e Alfedena, infine, più veloci e in discesa, verso Roccaraso e Castel di Sangro: se ti affacci dal finestrino vedi gli splendori e gli orrori della montagna. Ma è un viaggio irrinunciabile per chi ama l’Appennino e cerca di capirlo.

Il treno attraversa faggete colorate d’autunno sotto la Maiella, che non sempre riescono a nascondere del tutto gli scheletri di cemento degli alberghi abbandonati. Passa accanto a castelli e torri medievali, tra palazzine anni Settanta costruite in ogniddove senza criterio urbanistico, ma con gli infissi rigorosamente in alluminio. Taglia in due meravigliosi altipiani verdi e abbandonati, tratturi dimenticati dove da decenni non si vede una pecora.

Il treno stesso è un fantasma, il relitto di un’epoca precedente, senza auto e autostrade, quando le comunità della montagna si spostavano poco e comunque preferivano la strada ferrata, il primo vero collegamento A/R con la valle e poi con le città. A un certo punto però il biglietto di ritorno è finito nel cestino e i treni per gli Appennini sono restati sempre più vuoti.

Eppure la montagna non ha smesso di chiamare. Ci deve essere qualcosa di atavico che ci spinge a tornare verso l’origine, verso le terre interne.

La Transiberiana a Sulmona

Così la Transiberiana (chissà perché poi non possiamo chiamarla Transappenninica?), è diventata un successo. Nata poco più di dieci anni fa per il sogno di poche persone, un’associazione, una cooperativa e con l’appoggio della Fondazione FS, nell’anno preCovid ha staccato più di 30mila biglietti. Molti, ma davvero molti di più di quanti ne facesse la linea ordinaria per Isernia prima della soppressione.

Il treno turistico d’Appennino, la Ferrovia dei Parchi, con la seconda stazione più alta d’Italia, funziona: occorre prenotarsi con largo anticipo per trovare posto sulle vecchie carrozze Centosportelli, con i sedili di legno (di velluto solo in Prima classe), in partenza dal binario 1 della stazione di Sulmona. Fascino ferroviario retrò, riscaldamento a palla sotto al sedere, folk band abruzzese con l’organetto a due botte, negozi e bancarelle alle stazioni e nei paesi di sosta e di fermata, con tanti prodotti tipici del territorio, a cominciare dai formaggi, dal caciocavallo.

Qualcuno però si lamenta perché non trova le stazioncine linde e pinte modello Svizzera o Alto Adige, perché a Roccaraso ci sono solo alberghi chiusi, perché a Campo di Giove prima del borgo antico, sopra la stazione spunta, inquietante, il rudere dell’Hotel Zeus e il resto, per la maggior parte, sono seconde case sistemate alla meno peggio.

Ma questo è l’Abruzzo interno, questo è il risultato di quel che è stato fatto ed è quel che resta. È la stazione dalla quale ripartire, senza nascondere niente. Per cercare di capire, bisogna vedere tutto, come nei quadri di Teofilo Patini, da non perdere alla fine del viaggio in treno, al museo della sua Castel di Sangro. Lui, Patini, era capace di dipingere la miseria e la sofferenza contadine dei paesi d’Abruzzo dell’Ottocento con un realismo impressionante e sconvolgente, senza nascondere nulla, né un vestito scucito, né un dente marcio, ma nemmeno la luce splendida della campagna e dei paesi di montagna.

Ti dicono che guardare dai finestrini della Transiberiana d’Italia è come transitare in un museo a cielo aperto: ma è un museo del realismo, come sarebbe piaciuto a Patini. E la chiave d’interpretazione la forniscono i ragazzi che gestiscono la linea, che fanno da guida e che accompagnano il viaggiatore in questo viaggio-museo.

Questo non è solo un treno turistico: “È un modo concreto per dare una speranza a chi è rimasto, per fare cultura e economia, per provare a rimettere in movimento le comunità. Chi viene qui in treno non deve sentirsi un semplice spettatore, ma essere consapevole di partecipare a un tentativo di rinascita, all’inversione della strategia dell’abbandono, all’avvio di una stagione di turismo molto diversa da quella che provocò i disastri edilizi del secolo scorso”.

Forse troppa roba per un treno che va così piano. Ma la montagna insegna che le cose buone si fanno pian piano. Mentre per rovinare un territorio con la speculazione ci vuole davvero poco.

Un raggio di sole tra le nuvole illumina le pendici dei monti. Dal finestrino del Centosportelli sembra la stessa luce dei quadri di Patini.

La pinacoteca Patini a Castel di Sangro

Informazioni: https://www.latransiberianaditalia.com/
FB: https://www.facebook.com/lerotaie

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In viaggio sulla Transiberiana d’Italia – La Ferrovia dei Parchi

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