Il sorriso di pietra della Valdinarco

Se dici che sei a caccia del volto della montagna, se chiedi la benedizione di un sorriso di pietra, è chiaro che in pochi ti potranno aiutare. Ma poi capita che alla fine, dopo tanti inutili sali e scendi in mezzo ai boschi, a mostrarti “la faccia” appena sopra un borgo montano sperduto nel cuore dell’Umbria, sia un gentile signore norvegese. Forse perché quel volto di pietra assomiglia un po’ a un troll, ma anche a un baffardello, oppure a un santo, o – chissà – magari proprio a un fauno, ovvero a Faunus, che qui tra le selve dell’Appennino centrale non a caso venne concepito e ora – come sempre –  si mostra a chi gli pare. Se eri in cerca di un mistero appenninico, beh lo hai trovato.

Siamo ai piedi di una falesia di calcare grigio che interrompe il verde cupo dei boschi. Oggi, come millenni orsono, quel muro di pietra naturale ti rapisce lo sguardo. Ti costringe a fermarti, per guardarlo meglio, per scoprire cosa c’è sotto.

Succede in Valnerina, anzi in Valdinarco, nel suo bel mezzo, sulla vecchia strada che da Sant’Anatolia porta a Spoleto, di fronte al Coscerno. Qui c’è Grotti il cui toponimo rimanda, in questo caso senza troppi misteri, alle numerose cavità naturali proprio sotto e dentro la falesia.
Dovevano essere particolarmente attraenti queste grotte di Grotti. Perché, a quanto pare, la zona venne abitata già in epoca romana e forse anche in precedenza dalle popolazioni umbro-sabine dei naharki della valle del Nahar, la Valdinarco. C’era acqua che scendeva sotto la roccia, c’erano sorgenti, sicuramente considerate con la dovuta sacralità.

La torre della rocca di Grotti

Poi arrivarono i Longobardi e qui, sfruttando la parete di roccia, costruirono una rocca possente, un castello: Rocca Elsa, o Castello d’Elsa. Probabilmente  anche la chiesa di Sant’Angelo de Elso, dedicata all’arcangelo guerriero, che nel loro pantheon prese il posto di Odino/Wotan.

Sopra le poche ma affascinanti case di Monteverde, uno tre nuclei del paese, resta ben visibile la torre. Ci si arriva con una breve salita nel bosco. Un posto da sentinelle, oggi buono a sostenere una stella cometa luminosa da accendere per Natale ma che si lascia lì tutto l’anno un po’ per pigrizia, un po’ perché Natale, comunque, torna sempre.

Dall’alto della torre lo sguardo spazia sulla strada per Spoleto, sulla Valnerina e sui prati sommitali del Coscerno. Scendi e trovi anfratti, resti di mura mangiati dalla vegetazione, ambienti crollati, archi e volte. Ma nessuna traccia del volto di pietra che pure ti hanno detto esserci. E neppure della chioccia con i dodici pulcini d’oro. Questa poi!

La chioccia d’oro esiste davvero, ed è un capolavoro dell’oreficeria longobarda. Ma poi in giro per l’Italia appenninica la sua leggenda ricorre e si rincorre in molti luoghi abbandonati dal popolo del Nord. Abbandonati e misteriosi: come questo.

Ma qui a Grotti la chioccia non c’è e il volto non si mostra.
Finché un signore scende dalla Panda 4×4 e ti porta davanti al cancello della casa di Helge. Sta spaccando la legna, ma si ferma volentieri anche perché è quasi ora di pranzo.  Viene dal grande Nord, ben più a Nord dei Longobardi. E’ alto e magro, è un pensionato, ma soprattutto un musicista jazz norvegese, che da anni ha scelto la Valdinarco e l’Umbria come buen retiro, perché evidentemente, gli suonano bene.
E lui sì, conosce il posto della faccia di pietra! Sta appena sopra la sua casa, ma ben nascosta. Si arrampica con gli immancabili sandali e – in quattro salti – ti ci porta davanti. Ma dov’è?

Bisogna aguzzare la vista per notarla, sotto un costone di roccia a sbalzo tra la vegetazione fitta: bianco su bianco. Un rilievo rupestre di un volto a grandezza naturale a poco più di un metro dal suolo: grandi orecchie, occhi a fessura e un sorriso enigmatico.

Il rilievo rupestre con il volto di pietra

Il volto è muto, non ti dice nulla, né ti aiuta a indovinare chi è. Sorride, un po’ come il signore norvegese. Forse è stato scolpito in epoca romana; forse è preromano; forse è longobardo, forse è l’opera di un monaco
Forse di un pastore.
Forse, dico, è semplicemente lo spirito della montagna e dei boschi, chiunque l’abbia fatto. Lo stesso spirito che ha attratto qui da tanto lontano il signor Helge. Che della storia di Grotti sa proprio tutto. Ma come fa?
“Mi ha insegnato il professor Santi”, che è il decano del paese e anche lo storico. Dice Helge. “E poi si chiama come me…”. In che senso? E ti spiega che il nome Helge viene dal norreno heilagr, “santo”, come Santi, appunto.

Due gocce d’acqua ci cadono in testa dal costone di roccia che ci sovrasta. E il viso di pietra continua a sorriderci come se ci avesse dato una benedizione. Nella Valdinarco di un Appennino in disparte e felice, tutto suona bene. Nonostante tutto.

Grotti visto dal castello

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