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	<title>Montagna madre Archivi - AppenniniWeb</title>
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	<description>Gli Appennini, una patria in salita</description>
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	<title>Montagna madre Archivi - AppenniniWeb</title>
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		<title>Valenza e il canto del mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jun 2026 14:18:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna madre]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C'è una forza che ci precede e ci sopravvive. Un’acqua che guarisce e che annega, che mormora sotto i nostri piedi e aspetta solo di essere ascoltata e ognuno le ha dato il nome che preferiva per paura rispetto devozione</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>Piove forte fuori. Un temporale d’agosto che annuncia la fine dell’estate. Il prato di gramigna quasi secco accoglie la benedizione dell’acqua e le nuvole che oscurano il sole sono allo stesso tempo un ristoro dalla calura e il presagio triste dei cieli autunnali.<br>Tuona in continuazione.</em><br><br>&#8211; Sai cos’è il canto del mondo?<br><em>Chiede all’improvviso il vecchio camminatore, mentre guarda fisso verso le montagne da dietro la finestra.<br></em><br>&#8211; No, non saprei. Dimmelo tu.<br><em>Risponde la ragazza, alzando gli occhi dal libro che sta leggendo seduta in poltrona, nella penombra della stanza.<br></em><br>&#8211; Il canto del mondo è una melodia che non puoi ascoltare, ma solo sentire. La suonano i luoghi, le rocce, i boschi, le forze della natura, gli animali, le sorgenti, l’acqua&#8230;sì, l’acqua è un ottimo interprete del canto del mondo. Ma di sicuro ne sono strumenti il vento, le burrasche del mare, le slavine e le frane montane. Ti potrei dire che lo intonano persino i terremoti e i fulmini, se non temessi di spaventarti.<br>&#8211; Un po’ mi spaventi, sì… sembra un suono terribile.<br>&#8211; Allora ti racconterò il canto del mondo nella sua forma più quieta, tra le nostre colline, ai piedi delle montagne d’Appennino e di come questo canto abbia cercato per millenni qualcuno capace di riconoscerlo, di dargli un nome, di trasformarlo in preghiera o in leggenda.<br>&#8211; Dove è successo?<br>&#8211; Qui vicino, dove meno te aspetti, anche se…<br>&#8211; Anche se?<br>&#8211; Anche se, a ben vedere, non mancano i segni che qualcuno lo abbia sentito, che lo abbia sentito forte e chiaro: in effetti molti tra quelli che sono stati in grado di sentirlo hanno lasciato tracce, segnavia e perfino monumenti affinché anche tu ed io lo possiamo sentire con più facilità.<br>&#8211; Parlami di queste tracce…<br><em>La ragazza chiude il libro che stava leggendo e alza gli occhi verso la finestra.</em><br><br>&#8211; Spesso il canto del mondo è stato interpretato attraverso la religione, anche se non sempre, e io direi per fortuna&#8230;In ogni caso qui siamo in Umbria e la religione c’entra spesso. Questa è una terra di grandi santi e santuari, ma tra tutti ce ne è uno solo costruito in epoca moderna: è il Santuario dell’Amore Misericordioso, a Colle Valenza&#8230;Colle Valenza&#8230;ti prego di memorizzare questo nome…<br>&#8211; Lo farò.<br>&#8211; Il santuario venne costruito a partire dal 1951, per volere di una suora spagnola, Madre Speranza, che riconobbe su questa collina tra Todi e i monti Martani il luogo di una visione…Di una visione che riteneva le fosse stata inviata da Dio. Un Dio che questa donna semplice considerava non come un padre severo, ma come un dispensatore di amore in tutte le manifestazioni del Creato.<br>&#8211; Un po&#8217; come San Francesco quindi&#8230;<br>&#8211; Non saprei dirti, ma di certo anche San Francesco era un assiduo frequentatore di questi monti e di queste colline. E in fondo, anche Madre Speranza, come Francesco d’Assisi fece qualcosa di folle, di apparentemente folle. A un certo punto chiese a chi collaborava con lei di scavare un pozzo. Sosteneva che accanto al luogo da lei indicato per il santuario ci fosse una sorgente miracolosa. La gente del posto le disse che l&#8217;acqua semmai era più a valle. Ma lei convinse una ditta a trivellare il terreno per oltre cento metri di profondità.<br>&#8211; E l’acqua uscì?<br>&#8211; Uscì. Abbondante. Oggi i pellegrini vi si immergono per cercare la guarigione, proprio come a Lourdes. Per lei, per Madre Speranza, quell’acqua era il segno fisico della misericordia divina. Era il suo modo di sentire il canto.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/06/colle1-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-5657" style="aspect-ratio:0.7500000150580158;width:293px;height:auto" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/06/colle1-768x1024.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/06/colle1-225x300.jpg 225w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/06/colle1-1152x1536.jpg 1152w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/06/colle1.jpg 1200w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; Ma è questo, allora, il canto del mondo? Una sorgente benedetta?<br>&#8211; È una parte del canto, una nota del coro. Perché, come ti dicevo, il santuario è a Colle Valenza e quel nome era già lì molto prima di Madre Speranza. Valenza. Valentia. Gli antichi lo pronunciavano già quando Roma era ancora lontana da queste colline. Era il nome di un&#8217;antica divinità italica legata al culto della salute.&nbsp;<em>Vale</em>, dicevano poi Latini, per augurare a chi incontravano di star bene. E uno degli elementi usati da <em>Valentia</em>/Valenza per curare, era l’acqua.<br>&#8211; Quindi stai dicendo che una suora cristiana e una dea pagana pensavano la stessa cosa?<br>&#8211; Non la stessa cosa. La stessa musica suonata con strumenti diversi.<br>&#8211; E perciò pensi che Madre Speranza non abbia scelto a caso questo posto?<br>&#8211; Non lo posso dire, ma ho il sospetto che questa suora spagnola come tutte le mistiche avesse una buona capacità di ascoltare le melodie del canto del mondo.<br>&#8211; Potrebbe aver letto qualcosa sulla tradizione di <em>Valentia</em>?<br>&#8211; Difficile, eppure il canto anche lì, a Colle Valenza e nel suo territorio, aveva già assunto le dimensioni di un coro.<br>&#8211; Cosa intendi?<br>&#8211; Intendo che qui le acque sono state considerate non sante, ma sacre da tanto tempo e da tanti. Pensa che c&#8217;è una leggenda su una santa del terzo secolo, Santa Degna di Todi, che proprio sotto il luogo dove si trova oggi il santuario dovette fuggire dal suo paese sommerso dalle acque; scappò grazie a una visione, anche lei, ma non seguì le indicazioni ricevute fino in fondo e così perse i suoi figli.<br>&#8211; Acque assassine, stavolta. Non sembrano misericordiose…</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Un lampo vivido illumina la sagoma dei Monti Martani. La luce azzurrina entra nella stanza per un istante. Il vecchio cambia per un attimo espressione e il suo volto appare più duro.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; L’acqua salva e l’acqua uccide. È questa la forza del canto. Non è una ninna nanna, è la voce della terra. È la voce che risuona sulla terra e che viene prima della terra, come una vibrazione infinita che va e che viene.<br>&#8211; Non ti capisco&#8230;<br><br><em>La ragazza si alza e si avvicina alla finestra dove si trova il vecchio, in piedi. Appoggia il palmo della mano sul vetro, mentre le gocce corrono verso il basso veloci, intersecandosi come venature. Un altro fulmine cade nel bosco più a valle. Il tuono arriva qualche secondo dopo, lungo e profondo.<br>Il vecchio si volta verso l’interno della stanza e si siede sulla poltrona lasciata libera dalla ragazza, incrociando le mani sopra le gambe..</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; Ascolta la terra, anche nel sottosuolo. Qui ci sono tante sorgenti d’acqua minerale. Le conoscevano già i Romani che a Carsulae facevano fermare le legioni mentre rientravano a Roma per purificarle. I geologi ti parlerebbero del carsismo dei Martani. Ti direbbero che l’acqua scivola nei calcari, scompare nelle viscere del monte e riappare chilometri dopo. Il monte respira e tira fuori l’acqua che ha inghiottito. La leggenda di Santa Degna e del suo paese sommerso? Forse solo il crollo di una dolina, un fenomeno comune qui.<br>&#8211; Però così stai passando a una spiegazione scientifica! Dov’è finito il canto?<br>&#8211; Il canto è dovunque. Ti racconto un&#8217;altra leggenda: nell&#8217;immaginario popolare Degna era la madre di tre santi: Fidenzio, Terenzio e Valentino.<br>&#8211; San Valentino, quello degli innamorati, dei bigliettini e dei fiori?<br>&#8211; Dimentica i fiori. Valentino era il vescovo di Terni. La sua basilica sorge proprio in una zona chiamata Valenza, vicino alla città. Il suo nome viene da <em>Valentia</em>: significa forte, sano, vigoroso. Era un taumaturgo, un uomo che riportava i corpi alla salute. Forse usava l’acqua, forse solo la fede, ma riportava la gente in piena <em>valentia</em>. Vedi come tutto torna? Terni, Colle Valenza, la salute, l’acqua. È un filo rosso che non si spezza.<br>&#8211; Quante coincidenze! Ma, perdonami, a me sembra che tu veda collegamenti dappertutto, che tu voglia per forza trovare un disegno dove invece c’è solo il caso…<br>&#8211; È possibile. O forse siamo noi che abbiamo perso la vista&#8230; Ma se vuoi e se il canto t’incuriosisce ancora, ti racconto di qualche altra coincidenza.<br>&#8211;  Dimmi, sono comunque storie interessanti!<br>&#8211; Lì vicino, sempre poco più sotto Colle Valenza c&#8217;è una <em>solfarola, </em>la conosci?<br>&#8211; No, cos&#8217;è?<br>&#8211; È una pozza dove l&#8217;acqua gorgoglia per i gas che emergono dal sottosuolo. L’odore è mefitico. Un aggettivo che viene da un’altra dea d’Appennino: la Mefite. Una divinità ambigua. I pastori portavano le pecore malate di brucellosi a bagnarsi nella pozza per guarirle. Gli uomini ci curavano la pelle e i polmoni. Ma quegli stessi gas uccidono i piccoli uccelli che si posano a bere sul fango.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" width="720" height="629" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/06/polla-1.jpeg" alt="" class="wp-image-5659" style="width:374px;height:auto" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/06/polla-1.jpeg 720w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/06/polla-1-300x262.jpeg 300w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><br>&#8211; Inizio a capire quel che vuoi dire…una cura che può anche uccidere…<br>&#8211; È la natura nella sua essenza, nella sua idea più pura, imperscrutabile. Un’idea che ogni uomo e ogni dona capaci di stupore hanno cercato d’interpretare. Con questa stessa acqua e con quella dell&#8217;Amerino faceva miracoli anche San Francesco che il canto lo ha scritto nel <em>cantico</em>&#8230;<br>&#8211; Ti piacciono i giochi di parole, come sempre…<br>&#8211; Mi piace giocare, anche con le parole: ma pensa che perfino un poeta, uno che creava con le parole, Gabriele D’Annunzio è stato qui a cercare il <em>canto</em>, e ha appoggiato le sue mani su un seno che per una volta era di roccia fredda e immortale e non di carne.<br>&#8211; Ma che dici?<br>&#8211; Questa te la racconto un&#8217;altra volta.<br><em>Sorride, mentre la luce nella stanza sta cambiando, man mano che il temporale si allontana.</em><br>&#8211; Il canto è la forza stessa della vita su questo pianeta e nell’universo. Solo che non sempre ce ne accorgiamo. Abbiamo bisogno di uno stato di grazia particolare per ritrovare lo stupore necessario a percepirlo. Oppure abbiamo bisogno di qualcuno che ce lo faccia notare.<br>&#8211; Come stai facendo tu adesso…<br>&#8211; O come le tante storie che ti ho raccontato e che però alla fine ne raccontano una sola. Perciò, voglio fare un esperimento con te.<br><em>La ragazza torna a girarsi verso il vecchio e gli sorride. Lui si alza di nuovo in piedi come per richiamare la sua attenzione.</em><br>&#8211; Prova a togliere tutto: togli Madre Speranza, togli la dea Valentia, togli Santa Degna, togli San Valentino, la Mefite, San Francesco, le pecore con la brucellosi, gli uccellini morti, i legionari romani e perfino D&#8217;Annunzio. Che rimane?<br>&#8211; L&#8217;acqua. Resta l’acqua.<br><em>Dice la ragazza</em> <em>dopo un momento di riflessione, con voce calma</em>.<br>&#8211; Brava! Ma non soltanto l’acqua. Resta il canto che l’accompagna e la precede. Il canto, o l’idea, di un&#8217;acqua potentissima, capace di guarire ma anche di uccidere. Ognuno lo ha ascoltato a modo proprio: dèi, santi, pastori, pellegrini. Ma il canto era già lì. E di sicuro ci resterà anche quando noi non ci saremo più.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Fuori dalla finestra il temporale è finito, fulmini e saette continuano a illuminare lontano il profilo dei monti, sull’altro versante. Ora tutti e due stanno di nuovo guardando lo spettacolo dalla finestra. E forse ne sono parte.</em></p>
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		<title>Sul valico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Jun 2026 19:51:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna madre]]></category>
		<category><![CDATA[Appennino]]></category>
		<category><![CDATA[natura]]></category>
		<category><![CDATA[selvatico]]></category>
		<category><![CDATA[transumanesimo]]></category>
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<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;Appennino ci pone delle domande ogni volta che passiamo un po&#8217; di tempo con lui.<br>Le domande sono molte, ma tra tutte ce n’è una che ci lascia storditi: <em>di quale mondo vogliamo, o scegliamo di essere parte?</em><br>È un po’ come quando ci troviamo in cima a un valico e abbiamo la possibilità di osservare due versanti, due valli, due catene montuose, senza trovarci, in effetti, in alcuna di esse.<br>Anche nei pensieri che fanno seguito a una domanda che non è affatto semplice, come quella appena posta, ci troviamo nel mezzo: da una parte c’è il mondo della natura, dall’altra quello della tecnica; di qua il mondo analogico e di là quello digitale; la civiltà rurale e quella industriale, la prospettiva umana e quella transumana.<br>Capita spesso, su questo difficile valico, di essere talmente disorientati tanto da non capire più da che parte siamo saliti, da che parte dovremo scendere, se dovremo scendere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La pausa nel cammino ci consente quantomeno di riflettere sulla fortuna che abbiamo avuto nel vivere le nostre vite a cavallo tra questi mondi così divergenti, dei quali riusciamo ancora a distinguere i contorni. Purtroppo rischia di non essere così per chi ci segue sul sentiero.<br><br>Eppure qui, finché questi luoghi resteranno intatti o quasi, resisterà ancora la loro aura capace di generare in noi <em>la sensazione olistica di essere parte della natura</em>, che il progresso, i progressi, ci hanno strappato di dosso, trasformandola in alcuni casi in nostalgia, in altri in disprezzo, o in ὕβρις, superbia, desiderio di dominio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di questa mai sopita <em>nostalgia olistica dell’uomo nei confronti della natura </em>resta un ricordo vivo, del quale in molti ancora parlano e molti di più hanno scritto. Restano tracce insospettabili in piccole tradizioni, in modi di fare apparentemente insignificanti. Pensate al <em>ceppo di Natale</em> da far consumare nel camino domestico nel tempo sospeso delle dodici notti, come continuazione di un rito antichissimo. Anche in Europa, sostiene il linguista ed etnologo <strong>Dmitrij Konstantinovič Zelenin</strong> (citato da <a href="https://www.libraccio.it/ebook/9788815406132/1.html">Duccio Balestracci in Attraversando l’anno – Il Mulino</a>), si sono conservate <em>credenze sulla discendenza degli uomini dagli alberi</em>, per le quali l’uomo, o la donna, ripongono nella pianta la propria anima e gli alberi si trasformano per questo in totem tutori del clan, del gruppo, della famiglia che li ha adottati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stesso accadeva nella tramontata civiltà rurale per le <a href="https://www.appenniniweb.it/2020/02/18/il-sogno-delle-querce-formicose-dai-sibillini-allaustralia/"><em>querce formicose</em>, delle quali abbiamo testimonianza in Umbria nell’Alta Valnerina</a>. Erano <em>alberi-spiriti ai quali le donne tendevano le braccia per afferrare o farsi donare lo spirito del bambino </em>che desideravano generare, esattamente lo stesso rito documentato presso la tribù dei Warramunga tra gli aborigeni australiani, i quali, con tutta evidenza, si abbeveravano ai medesimi archetipi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La stessa <em><a href="https://www.appenniniweb.it/2019/10/26/la-nostalgia-del-selvatico/">nostalgia del selvatico</a></em> così efficacemente descritta <em>nella favola russa &#8220;Masha e Orso&#8221;</em> (e in tante altre fiabe analoghe) citata tra le <a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/narrativa-italiana/narrativa-italiana-contemporanea/le-leggende-della-tigre-nicolai-lilin-9788806237264/">Leggende della tigre</a> dallo scrittore <strong>Nicolai Lilin</strong>, dove la distanza tra l’uomo e l’animale si affievolisce, fin quasi a scomparire. Come nel <em>mito di Atteone</em> che quando intravede, seppur involontariamente, la nudità del Nume, l&#8217;essenza della dea, si trasforma in animale, in cervo, e da cacciatore in preda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma al di là dei miti, degli archetipi e delle interpretazioni antropologiche, tutti noi ben sappiamo che in molti casi è sufficiente <em>il breve tempo di una semplice passeggiata in montagna per far scattare l’interruttore interiore che ricollega la nostra anima alla natura</em> e a un mondo nel quale con la natura, con la sua φύσις, con il divenire del mondo, i suoi numi, occorre comportarsi con rispetto, con consapevolezza: in poche e importanti parole con <em>virtus</em>, <em>pietas</em>, <em>gravitas </em>e <em>frugalitas</em>, quanto meno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sappiamo anche che poi è sufficiente riconnettersi <em>alla rete, a questa enorme tela di ragno alla quale siamo costantemente collegati</em>, per entrare <em>in un altro mondo</em> fatto di luci sfavillanti e di molte ombre, come la <em>dottrina transumanista</em> che vede ogni supporto tecnico alla stregua di un accrescimento della ὕβρις umana e la natura come un limite da superare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra la <em>nostalgia del selvatico</em>, della natura dove tornare come verso una parte di noi e l&#8217;estremizzazione dell&#8217;antropocentrismo, ossia la pretesa dell&#8217;uomo di dominare totalmente la natura stessa e la materia a proprio piacimento, l’istinto è di restare ancora un po&#8217; sul valico a riflettere con gli occhi rivolti al cielo, al cosmo, e i piedi ben saldi per terra e contemplare salita e discesa, noi che lo possiamo fare, noi che apparteniamo a due o più mondi e che non abbiamo alcuna intenzione di perdere una parte della nostra anima.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">Dì: (Son) figlio della Greve Terra e del Cielo stellato<br>Lamina d&#8217;oro &#8220;orfica&#8221; da Hipponion (oggi Vibo Valentia)</p>
</blockquote>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" width="1024" height="583" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Laminetta_orfica_in_oro_con_istruzioni_per_il_regno_dei_morti_dalla_necropoli_occidentale_di_hipponion_410_ac_ca._02-1024x583.jpg" alt="" class="wp-image-5587" style="aspect-ratio:1.7550696398931949;width:452px;height:auto" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Laminetta_orfica_in_oro_con_istruzioni_per_il_regno_dei_morti_dalla_necropoli_occidentale_di_hipponion_410_ac_ca._02-1024x583.jpg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Laminetta_orfica_in_oro_con_istruzioni_per_il_regno_dei_morti_dalla_necropoli_occidentale_di_hipponion_410_ac_ca._02-300x171.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Laminetta_orfica_in_oro_con_istruzioni_per_il_regno_dei_morti_dalla_necropoli_occidentale_di_hipponion_410_ac_ca._02-768x438.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Laminetta_orfica_in_oro_con_istruzioni_per_il_regno_dei_morti_dalla_necropoli_occidentale_di_hipponion_410_ac_ca._02-1536x875.jpg 1536w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Laminetta_orfica_in_oro_con_istruzioni_per_il_regno_dei_morti_dalla_necropoli_occidentale_di_hipponion_410_ac_ca._02.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Appennino, la parola che crea il mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[La Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2026 20:06:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna madre]]></category>
		<category><![CDATA[Ultime notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Appennino]]></category>
		<category><![CDATA[tavole eugubine]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dalle Tavole Eugubine a una possibile geografia del sacro italiano</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">C’è un filo antico che attraversa l’Appennino come un fiume carsico. A tratti scompare sotto la superficie della storia, poi riaffiora: in un rito, in un canto, in una parola pronunciata davanti a una montagna, a una sorgente, a un bosco sacro. È il filo di una religiosità arcaica che precede Roma e che nelle <a href="https://www.palazzodeiconsoli.it/tavole-eugubine/">Tavole Eugubine</a> ha lasciato una delle sue testimonianze più straordinarie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per lungo tempo il mondo italico preromano è stato considerato una sorta di antefatto minore della civiltà romana. Poi molti studiosi — da Georges <strong>Dumézil </strong>a Mircea <strong>Eliade</strong>, fino agli italiani Giacomo <strong>Devoto</strong> e Renato <strong>Del Ponte </strong>— hanno proposto, ognuno dal proprio punto di vista, una lettura diversa: quella dei popoli appenninici, o quantomeno delle loro élite, come custodi di una visione del mondo sofisticata, fondata sul rapporto tra linguaggio, rito, territorio e cosmo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le <strong>Tavole Eugubine</strong>, redatte in lingua umbra tra il III e il I secolo a.C., raccogliendo tradizioni orali precedenti, <strong>non raccontano miti eroici né genealogie divine</strong> come i poemi greci. Sono invece <strong>sequenze rituali</strong>: formule, invocazioni, prescrizioni liturgiche. A colpire è soprattutto <strong>il carattere non antropomorfico del sacro</strong>. Le divinità delle Tavole sembrano spesso <strong>potenze operative più che figure personali</strong>: presenze legate all’<strong>atto </strong>rituale, al luogo, alle <strong>parole </strong>pronunciate dagli officianti per il bene e la protezione della comunità.<br><br>Qui emerge un’idea radicalmente diversa da quella moderna. <em>La parola non serve a descrivere il mondo</em>: <em>contribuisce a mantenerlo in equilibrio.</em> La formula rituale è efficace, serve a plasmare la realtà. <em>Pronunciare significa fare</em>. Gli studiosi hanno parlato di una vera e propria “<strong>grammatica sacra</strong>”, in cui il linguaggio non rappresenta il reale ma partecipa alla sua continua ricostituzione.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2017/09/solenne-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-3686" style="width:487px;height:auto" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2017/09/solenne-1024x768.jpg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2017/09/solenne-300x225.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2017/09/solenne-768x576.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Augusto Ancillotti</strong> che, da glottologo, ha dedicato buona parte della sua vita allo studio delle Tavole Eugubine scrive: <em>&#8220;Lungi dal trattarsi di rozzo animismo, si può a buon diritto considerare questa fase della religiosità umbra come una forma di panteismo, per certi versi non molto dissimile da quella che negli stessi secoli stava maturando nell&#8217;India delle Upanishad&#8221;</em>. (1)<br><br>In questo modo <strong>l’Appennino antico appare come un immenso spazio liturgico</strong>. Montagne, valichi, grotte, selve e sorgenti non sono semplici elementi del paesaggio: sono <em>nodi di relazione tra uomini e cosmo</em>. Non a caso molti dei più antichi luoghi sacri italici sorgono lungo le dorsali appenniniche, dove il rapporto con la natura e con il cielo  conserva ancora oggi una dimensione quasi iniziatica.<br><br><strong>Roma erediterà parte di questo patrimonio</strong> trasformandolo in religione civica e statale. Ma qualcosa dell’antico fondo italico continuerà a sopravvivere sotto la superficie. Come osservava <strong>Del Ponte</strong>, la romanità arcaica non fu soltanto una religione di dèi antropomorfi, ma anche una religione del rito corretto, del gesto efficace, della parola capace di ristabilire l’ordine tra comunità e cosmo, quella che venne definita come la <em>pax deorum</em>.<br><br><strong>Ed è forse proprio in questa direzione che l&#8217;antica sensibilità torna a parlarci oggi.</strong><br>Per certi versi, infatti, <strong>la religiosità appenninica arcaica appare sorprendentemente contemporanea</strong>. In un’epoca segnata dalla crisi ecologica e dalla perdita del rapporto con i territori e con i paesaggi, essa propone una visione non antropocentrica: il mondo non come oggetto da sfruttare, ma <strong>come trama vivente di relazioni</strong>. <strong>Il sacro non è confinato in una sfera separata</strong>; abita i luoghi, i nomi, i ritmi stagionali, le vie percorse dagli uomini e dagli animali.<br><br>È una concezione che appare periodicamente nella cultura occidentale, troppo spesso senza essere compresa fino in fondo. Nel “<strong>Logos</strong>” del <strong>Vangelo </strong>secondo <strong>Giovanni </strong>—<em> “In principio era il Verbo” </em>— la parola torna a essere principio ordinatore del reale. Nella poiesis (ποίησις)  greca, il linguaggio è ancora un “fare”, un generare presenza. <br><br>E nelle “<em>songlines</em>” degli aborigeni australiani raccontate da <strong>Bruce Chatwin</strong>, il canto degli antenati crea il territorio e continua a mantenerlo vivo.<br><br><strong>Pur diversissime tra loro, queste esperienze condividono una stessa intuizione: il mondo esiste davvero solo finché qualcuno continua a nominarlo, attraversarlo, cantarlo.</strong><br><br><strong>Anche l’Appennino italico custodisce tracce di questa memoria lunga</strong>. Sopravvive in certi culti montani, nelle processioni rurali, nei racconti dei pastori, nella toponomastica, nel rapporto quasi sacrale con le alture e le foreste. Talvolta riaffiora nella letteratura, nella poesia, nella ricerca spirituale contemporanea. Come se sotto la modernità continuasse a scorrere un’antica coscienza della sacralità del paesaggio.<br>Non si tratta di ricerca archeologica né di semplice folklore. Piuttosto della <strong>possibilità di rileggere il territorio come spazio simbolico e vivente</strong>. <br><br>In questo senso <strong>le Tavole Eugubine non appartengono soltanto al passato</strong>: <strong>parlano ancora al presente</strong>. Ci ricordano che una civiltà può nascere anche da una originale idea della parola — non strumento di dominio, ma <strong>gesto di relazione con il mondo e con il cosmo</strong>.<br><br>E forse proprio l’Appennino, con la sua lunghissima sequenza di silenzi, pietre, templi, eremi e memorie, resta uno dei luoghi in cui questo antico fiume sotterraneo continua ancora oggi, discretamente, a riaffiorare, con la sua “grammatica del sacro” capace di mantenere <strong>l&#8217;equilibrio tra umano e divino</strong>; di lasciare aperte le porte quando dovevano aprirsi. Di aiutarci a leggere i segni, i simboli, e a riconoscere le ierofanie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>



<ol class="wp-block-list">
<li>Ancillotti-Cerri, Le tavole di Gubbio e l&#8217;Italia preromana &#8211; Edizioni Jama 2022</li>
</ol>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="960" height="960" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2025/04/torre.jpg" alt="" class="wp-image-5183" style="width:558px;height:auto" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2025/04/torre.jpg 960w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2025/04/torre-300x300.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2025/04/torre-150x150.jpg 150w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2025/04/torre-768x768.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 960px) 100vw, 960px" /></figure>
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		<title>Con gli Italici per capire l&#8217;Italia, o le Italie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 May 2026 19:15:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna madre]]></category>
		<category><![CDATA[Ultime notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Festival dei Popoli Italici]]></category>
		<category><![CDATA[Rieti]]></category>
		<category><![CDATA[Ver Sabrum]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In Appennino oggi è più facile orientarsi con il santo piuttosto che con il sacro. Per rintracciare quest&#8217;ultimo occorrerebbe conoscere</p>
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<p class="wp-block-paragraph">In <strong>Appennino </strong>oggi è più facile orientarsi con il <strong>santo </strong>piuttosto che con il <strong>sacro</strong>. <br>Per rintracciare quest&#8217;ultimo occorrerebbe conoscere mappe antichissime, quelle che i popoli italici non ci hanno lasciato e che non hanno mai pensato di realizzare per un semplice motivo: per loro<strong> i luoghi sacri </strong><em>erano evidenti</em>. E avevano a che fare con la natura e con le sue meraviglie, benevoli o terribili. <br>Poi, ma solo poi, sono arrivati <strong>i luoghi santi</strong>, che invece hanno a che fare con <em>la santità delle persone</em> che li hanno abitati. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Per districarci in questo groviglio e in questa <strong>lontanissima geografia sacra</strong>, dovremmo cercare i segni (<em>pietre o parole</em>) lasciati da chi abitò l&#8217;Appennino prima di noi, prima dei nostri nonni contadini e pastori, prima dei castelli, dei borghi, delle pievi e delle abbazie e perfino prima dei Romani: i segni e la memoria degli<strong> Italici</strong>. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Per tornare a conoscere e a dialogare con questi nostri avi così dimenticati eppure così importanti <strong>per capire fino in fondo l&#8217;Italia di oggi</strong>, il suo carattere e i suoi paesaggi, c&#8217;è un&#8217;occasione straordinaria:<strong><a href="https://festivalpopolitalici.it/"> il primo Festival dei Popoli Italici</a></strong>, con la partecipazione <strong><a href="https://festivalpopolitalici.it/i-protagonisti/">dei più importanti archeologi, glottologi, storici, ricercatori </a></strong>che in questo momento si occupano di rimettere insieme<strong> il puzzle della Prima Italia</strong>. </p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="640" height="480" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/05/ver.jpg" alt="Il Ver Sacrum sulla facciata del Palazzo della Secessione a Vienna" class="wp-image-5547" style="width:369px;height:auto" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/05/ver.jpg 640w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/05/ver-300x225.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il Festival non a caso si tiene a <strong>Rieti</strong>, e inizierà <strong><a href="https://festivalpopolitalici.it/programma/">venerdì 8 maggio </a></strong>con una sessione dedicata al vicino lago di Cotilia, <strong>il sacro lago di Cotilia</strong>, dal quale una buona parte di questa storia remota ha avuto origine. Qui, <strong>nell&#8217;ombelico d&#8217;Italia</strong>, o almeno in<em> uno dei suoi ombelichi più sexy</em>, i <strong>Sabini </strong>immaginarono il rito del <strong>Ver Sacrum</strong>, la<em> primavera sacra</em>. Un nome talmente evocativo da essere ripreso persino dagli artisti della Secessione viennese con <strong>la rivista Ver Sacrum</strong> fondata  <strong>Gustav Klimt</strong> che riportò il tema della natura al centro dell&#8217;Art Nouveau, all&#8217;inizio del XX secolo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma prima, molto prima, più di 2500 anni fa, dalle rive del <strong>Lago di Cotilia</strong>, oggi di <strong>Paterno</strong>, partivano ogni primavera<strong> i giovani Sacrati</strong>, per fondare nuove comunità in <strong>Appennino</strong>, per fecondarlo e nominarne le valli, gli altipiani, i monti, più o meno come facevano <strong>gli aborigeni australiani</strong> descritti da <strong>Bruce Chatwin</strong> quando creavano le <strong>Vie dei Canti </strong>nei territori del loro continente fino ad allora sconosciuti e disabitati. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Se la nostra terra ha bisogno di riabbracciare la sua origine e il suo mistero per trovare una o più vie per il futuro</em>, e nuove e nostrane vie dei canti, nulla di meglio che <strong>ripartire da Rieti</strong>, come fecero i più antichi antenati, i padri <strong>Umbri</strong>, <strong>Sanniti</strong>, i <strong>Marsi</strong>, i <strong>Piceni</strong>, gli <strong>Irpini</strong>, i <strong>Lucani</strong>, i <strong>Vestini </strong>e molti altri. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Festival dei Popoli Italici (8-10 maggio) sarà dunque <strong>un evento che ci aiuterà a capire di quante Italie è fatta la nostra Italia </strong>e sulle orme di chi camminiamo quando ci muoviamo in Appennino. Ce n&#8217;è abbastanza per non perdere questa straordinaria occasione. <strong>Ci vediamo a Rieti, perché anche questa del 2026 è a suo modo, una primavera sacra</strong>!<br><br><a href="https://festivalpopolitalici.it/programma/">Qui l&#8217;intero programma dell&#8217;evento</a>, comprese le due serate al teatro Vespasiano con <strong>Stefano Mancuso </strong><em>(<strong>La tribù degli alberi</strong></em>) e <strong>Dario Fabbri (<em>Popoli e imperi, dal mondo antico all’età contemporanea</em></strong>). Per questi due eventi <a href="https://www.liveticket.it/festivalpopolitalici">i biglietti sono acquistabili anche on line</a>.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="695" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/05/tavole1-1024x695.png" alt="Un particolare delle Tavole Eugubine, testo rituale degli antichi Umbri" class="wp-image-5550" style="aspect-ratio:1.4727790225882638;width:394px;height:auto" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/05/tavole1-1024x695.png 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/05/tavole1-300x204.png 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/05/tavole1-768x521.png 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2026/05/tavole1.png 1190w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
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		<title>Il dono dell&#8217;abbandono</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Oct 2025 21:06:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna madre]]></category>
		<category><![CDATA[Abbandono]]></category>
		<category><![CDATA[appenniniweb]]></category>
		<category><![CDATA[Appennino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Il tetto si è bruciato, ora posso vedere la luna”, è un haiku di Misuta Masahide, samurai poeta (1657-1723). È</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>“Il tetto si è bruciato, ora posso vedere la luna”</em>, è un <strong>haiku</strong> di Misuta Masahide, samurai poeta (1657-1723). È un breve e illuminante componimento che pone in evidenza come persino gli eventi negativi possano dischiudere nuove e affascinanti opportunità. <br><strong>L’abbandono e il conseguente spopolamento dell’Appennino, ad esempio, sono considerati da molti una catastrofe. E se invece fossero un&#8217;opportunità?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo autunno appena iniziato, ricordo i giorni di <a href="http://www.montelagocelticfestival.com">Montelago Celtic Festival</a>, dove il “vuoto” dell’altopiano di Colfiorito ha generato musica, arte e sogni di libertà. Montelago Celtic Festival è una città nomade di ventimila persone che si monta e si smonta. Ma chi ritorna a casa dopo questo grande raduno di giovani, si porta dentro qualcosa di nuovo, o di rinnovato. E questo “qualcosa” ha a che fare soprattutto con <strong>la potenza dei luoghi speciali</strong> <strong>d&#8217;Appennino</strong>, ovvero con lo spirito dei luoghi di queste aree spopolate,&nbsp; &#8220;marginali&#8221;, dove l&#8217;Appennino in abbandono è sempre pronto, appunto, a generare stupori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Viene dunque da pensare che potremmo provare a usare le cosiddette <strong>&#8220;aree interne&#8221;, apparentemente abbandonate, come sorgenti dove</strong> <strong>provare a dissetare</strong> i nostri spiriti e la nostra disperata ricerca di meraviglia, ascoltando e osservando il loro speciale vuoto.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Se l’Appennino è vuoto, o si sta svuotando, non è dunque detto che sia un male in assoluto</strong>. D&#8217;altronde essere in abbandono significa <em>stare fuori dal bando</em>, dalla giurisdizione e forse anche dal pensare comune. Così&nbsp; quest’idea di ripopolare l&#8217;Appennino facendo forzosamente diventare le “aree interne” come le “aree esterne”, senza considerare le loro particolarità e specialità, sarà poi quella giusta? </p>



<p class="wp-block-paragraph">Nei mesi estivi del 2025 in Appennino, non c&#8217;è stato solo Montelago, ma <strong>in tanti luoghi solitari ci sono stati altrettanti incontri, esperienze, esperimenti, comunità provvisorie, nate per fare cultura</strong>. Ci sono stati festival organizzati da poeti, come <a href="https://www.regione.basilicata.it/dal-19-al-23-08-ad-aliano-la-luna-e-i-calanchi/">La luna e i calanchi</a> in Basilicata, o da cantautori come lo <a href="https://www.sponzfest.it/2025/">Sponz Fest</a> di Vinicio Capossela in Irpinia; ci sono il <a href="https://www.festivaldellappennino.it/">Festival dell&#8217;Appennino</a> e <a href="https://happennino.com/">Happennino</a>, e ci sono mille feste innovative e tradizionali, rievocazioni storiche, sagre, cammini condivisi, concerti. Tutti eventi con un comun denominatore: la volontà di confrontarsi con le terre abbandonate d&#8217;Appennino. <strong>C&#8217;è voglia di Appennino, lo sappiamo da tempo, ma c&#8217;è voglia soprattutto di scoprire cosa ha da dirci questo Appennino abbandonato, con i suoi vuoti</strong> tutti da interpretare nel confronto con gli spazi iper affollati delle aree urbane e costiere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vista così<strong> la corsa al ripopolamento</strong> (e ai relativi finanziamenti) può rallentare un po&#8217;; intanto facciamo tesoro del dono dell&#8217;abbandono, guardando la luna da quel che resta del tetto crollato e scoprendo magari che è perfino più interessante di uno schermo con connessione in banda larga.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo <strong>l’Appennino</strong> abbandonato sembra essere in cerca di una nuova giurisdizione, di un nuovo bando tutto da costruire. <strong>Sembra pure aver scoperto un’altra funzione o vocazione: quella di rigenerare la cultura, di ispirare un movimento</strong> e di riportarci sul sentiero della ricerca del bello, del sacro e della libertà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Intanto però tuteliamo le terre alte, queste fonti di senso che sono ancora vive nelle aree interne; frequentiamole, impariamo a capirle, ma soprattutto rispettiamole e teniamole pulite, non solo dai rifiuti. <strong>Difendiamo questi luoghi dagli scempi e dalle speculazioni</strong>. Non consentiamo a nessuno di scacciare i loro geni, la loro bellezza. Che quella è sempre lì che ci aspetta, a rincuorarci. Non possiamo farne a meno in questo presente così duro e complesso, oggi e sempre di più nel futuro che ci aspetta. A meno che non siamo disposti a perdere in maniera irreparabile l’armonia che ci rende esseri umani. E quello sì che sarebbe un abbandono irrecuperabile.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2025/10/IMG-20251004-WA0010-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-5260" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2025/10/IMG-20251004-WA0010-1024x768.jpg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2025/10/IMG-20251004-WA0010-300x225.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2025/10/IMG-20251004-WA0010-768x576.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2025/10/IMG-20251004-WA0010-1536x1152.jpg 1536w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2025/10/IMG-20251004-WA0010.jpg 1600w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Montelago 2025, la danza del margine che torna al centro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Aug 2025 11:52:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna madre]]></category>
		<category><![CDATA[Montagna musa]]></category>
		<category><![CDATA[Colfiorito]]></category>
		<category><![CDATA[mcf2025]]></category>
		<category><![CDATA[montelago]]></category>
		<category><![CDATA[Musica celtica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le cornamuse scozzesi e le zampogne di Scapoli tra le Mainarde, i tamburi delle bagadou bretoni e quelli dei Sanniti,</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Le cornamuse scozzesi e le zampogne di Scapoli tra le Mainarde, i tamburi delle <em>bagadou </em>bretoni e quelli dei Sanniti, pelli di pecore, di animali da pascolo, gonfiate con il nostro respiro, vibrazioni ancestrali e una musica che sembra uscir fuori dalle pietre rotolanti, scendere giù dai pascoli d’alta montagna. <strong>Una musica antica, ma che ancora lega e slega le anime di chi sopra quelle e queste terre cammina e balla, provando ad ascoltarle</strong>.<br>A poche ore dall’inizio della ventiduesima edizione di <a href="https://www.montelagocelticfestival.it/"><strong>Montelago Celtic Festival</strong></a>, <strong>la grande festa della musica celtica proprio al centro dell’Appennino</strong> tra Marche e Umbria, vien voglia di parlare del legame tra i luoghi, la loro potenza naturale e una musica che sembra arrivare da lontano, ma che in realtà ci portiamo dentro da secoli, se non da millenni.<br><br><strong>LA MUSICA CELTICA, DAI MARGINI D’EUROPA</strong> &#8211; Cos’è in fondo la musica celtica, <strong>la musica dei margini</strong> del nostro continente se non <strong>un tentativo di dar voce, ritmo e futuro a terre abbandonate</strong>, o quanto meno poco considerate nel grande gioco della modernità, dello sviluppo, del progresso? D&#8217;altronde il Governo francese avversò per diversi anni <strong>la lingua bretone </strong>e le feste con musica tradizionale suonata con il <em>biniou</em>, la cornamusa, le arpe e le bombarde perché considerate troppo identitarie e radicate nei luoghi. <strong>In Irlanda e in Scozia</strong> le <em>uillean pipe</em>, le <em>bagpipe</em>, i <em>tin whistle</em>, i <em>bodhran </em>e i tamburi, hanno accompagnato da sempre le rivendicazioni dei popoli per la libertà e l’indipendenza.<br><br><strong>LE ZAMPOGNE DEL MEDITERRANEO </strong>&#8211; Oggi questa musica resiste ed è diventata<strong> un simbolo che travalica i luoghi dov’è nata</strong>, forse proprio perché dovunque è riconosciuta in perfetta vibrazione con qualsiasi terra abbia conservato un po’ della sua anima. Forse perché <strong>zampogne e cornamuse sono nate proprio qui, nel Mediterraneo</strong>, per poi espandersi nel mondo celtico e tornare di nuovo in Appennino, da dove per la verità non se ne sono mai andate (per togliervi qualche curiosità visitate il <strong><a href="https://www.museodellazampogna.it/it/">museo della zampogna di Scapoli in Molise</a></strong>). Qui <strong>briganti, cafoni, pastori, tessitrici, fate e <em>janare </em>hanno danzato saltarelli, pizziche e gighe</strong>, dimenticando per qualche momento di essere poveri cristi o gente dell’altro mondo e accarezzando la terra sotto i loro piedi, che diventava uguale per tutti, incantata dal suono melodioso degli organetti, delle zampogne e dei loro bordoni.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="682" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/07/mcf_2016_5-1024x682.jpg" alt="" class="wp-image-3006" style="width:450px;height:auto" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/07/mcf_2016_5.jpg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/07/mcf_2016_5-300x200.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/07/mcf_2016_5-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>MONTELAGO, CITTA’ NOMADE E CROCEVIA</strong> &#8211; Se <a href="https://www.montelagocelticfestival.it/">Montelago Celtic Festival</a>, come dicono gli organizzatori, è una <strong>città nomade</strong> che sboccia una volta l’anno, di certo è – e diventa sempre più &#8211; anche <strong>un grande crocevia di genti e di culture musicali che vogliono provare a riportare il margine al centro</strong>, che resistono alla globalizzazione delle culture, compresa quella musicale.<br><strong>Il verde altopiano di Colfiorito</strong>, uno degli ombelichi d’Appennino, caro alla <strong>grande madre Cupra</strong>, è il luogo potente dove questa magia si ripete ogni anno per <strong>più di ventimila giovani incantati e rapiti</strong>, seppur per pochi giorni, in un’altra dimensione e in un’altra melodia, forse le uniche ancora reali, forse le uniche ancora <strong>in armonia con la terra che ci sta sotto i piedi e con il cosmo che ci sta sopra le teste</strong>. Qui, dunque, <strong>s’incontrano le musiche popolari di tutto il mondo</strong>, con il comun denominatore di essere musiche dal <strong>cuore di terra </strong>che batte forte sotto il cielo e a volte anche un po’ più su, come le scintille dei falò delle notti del festival che sembrano confondersi con le stelle.<br>Qui s’incontrano due regioni tenute insieme dall’Appennino, qui s’incontrano <strong>tanti giovani che cercano una libertà selvatica nella natura e con la natura</strong>; una libertà sempre più negata nelle valli e nelle città. Qui s’incontrano gli antichi dei, l’appenninica Cupra, Bona dea e forse anche<strong> il celtico Toutatis</strong>. Qui <strong>tutto diventa uno</strong> pur conservando una benedetta molteplicità, splendidamente, sopra ai prati verdi, sotto al palco strabordante di bella musica, <strong>nei bicchieri di birra e di Varnelli</strong>, nei racconti e negli incontri del popolo di Montelago.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/07/mcf_2016_4-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-3005" style="width:444px;height:auto" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/07/mcf_2016_4.jpg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/07/mcf_2016_4-300x200.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/07/mcf_2016_4-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>LA MUSICA DEI PASTORI DI GIONO </strong>&#8211; Nel racconto <a href="https://www.lafeltrinelli.it/serpente-di-stelle-libro-jean-giono/e/9788882460280">“Il serpente di stelle”</a>, <strong>Jean Giono</strong> descrive un’altra grande riunione annuale di un popolo su un altopiano, quello di <strong>Mallefougasse</strong>, nell’Alta Provenza. É un popolo di pastori, di transumanti, che si ritrova per un richiamo ancestrale, nella notte di San Giovanni: gli uomini, i capi di bestie, i pastori appunto, e gli animali dietro. Un grande quadrato al centro dell’altopiano nel quale <strong>i pastori stessi mettono in scena una recita</strong> <strong>interpretando gli elementi naturali, il vento, il mare, la montagna</strong>. Ma in sottofondo anche questi uomini rudi pretendono <strong>una colonna sonora, una musica</strong>. E questa musica è fatta da strumenti magnifici e immaginifici: le arpe eoliche con le corde fissate agli alberi, i <em>pini-lira</em>, mossi dai venti, e poi i flauti ad acqua…Ecco allora che quella notte diventa magica con il cielo nero percorso da un serpente di stelle, <strong>gli elementi naturali che acquistano una voce, la montagna, le sue fonti e il vento che suonano in mezzo alle bestie e ai capi di bestie, illuminati dalle fiamme del fuoco</strong>&#8230;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>STIVELL E I LUOGHI CHE SUONANO BENE</strong> &#8211; E cosa succede in fondo a Montelago se non questa stessa magia? Tanti anni fa il grande bardo <strong>Alan Stivell, l’inventore della musica celtica moderna</strong>, venne a suonare in Umbria (e l&#8217;anno scorso è arrivato anche a Montelago&#8230;), in mezzo ai resti di una città romana abbandonata, sull’antica via Flaminia. Fu un concerto meraviglioso; <strong>anche se nei fumetti di Asterix i Celti non amano i romani, quella volta Stivell disse che le pietre romane di Carsulae suonavano bene </strong>con la sua musica. <strong>Lo stesso miracolo accade ogni anno anche a Montelago</strong> dove celti, marchigiani, abruzzesi, umbri, sanniti e genti d’ogniddove sentono che <strong>i prati e le montagne risuonano bene con la musica</strong> e che la terra, che in fondo è la stessa calpestata dagli zoccoli delle fate dei vicini Sibillini, si muove anch’essa al ritmo dei tamburi e dei <em>bodhran</em>. <br>Se la modernità non ha più patrie e tende a uccidere le identità, la musica di Montelago è invece un parto della terra, di tutte le terre marginali e di tutte le aree interne e dimenticate, in sostanza di tutte le nostre aree interiori e di quei pezzi delle nostre anime che crediamo di aver dimenticato. E<strong> il popolo di Montelago</strong> è pronto anche quest’anno a danzare, ad ascoltare a farsi comunità, <strong>a fare festa e non festival, a celebrare i suoi riti, ognuno da protagonista e non da spettatore, con la musica dentro che scava spazi di libertà</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><a href="https://www.montelagocelticfestival.it/#">Qui il programma completo di MCF2025 dal 6 al 9 agosto</a></strong></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="960" height="720" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/07/mcf_2016_1.jpg" alt="" class="wp-image-3002" style="width:481px;height:auto" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/07/mcf_2016_1.jpg 960w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/07/mcf_2016_1-300x225.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/07/mcf_2016_1-768x576.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 960px) 100vw, 960px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Tre gioielli dentro il cuore d’Appennino</title>
		<link>https://www.appenniniweb.it/2025/01/04/tre-gioielli-dentro-il-cuore-dappennino/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Jan 2025 22:15:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna madre]]></category>
		<category><![CDATA[appennini]]></category>
		<category><![CDATA[Appennino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per tre motivi non si può abbandonare l’Appennino, per tre motivi si va in montagna: per l’essenziale, per il sacro,</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Per tre motivi non si può abbandonare l’Appennino, per tre motivi si va in montagna: per l’essenziale, per il sacro, per svuotare e riempire lo zaino. Questo, per me, è il succo di tante escursioni e vagabondaggi, di tante letture, di tanti incontri, di tanta meraviglia, di altrettanto stupore, di molta malinconia, di qualche speranza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prima di tutto occorre prendere atto che c’è un mondo diverso dal nostro alle nostre spalle, o di fronte a noi, dipende dalla posizione che assumiamo davanti alle montagne che formano la spina dorsale del nostro Paese. <em>C’è un mondo che c’era e che non ci sarà più, ma che c’è ancora.</em> Un po’ come i tre volti del vecchio dio Giano, uno dei quali, quello rivolto al presente, è naturalmente il più misterioso, ineffabile e indecifrabile.<br>Poi bisogna considerare che <em>l’essenziale è visibile agli occhi</em>, se si sale e si lasciano indietro le città. <br><strong>L’essenziale è la prima porta d’Appennino</strong>. L’hanno lasciata aperta i nostri avi, abbandonando le terre, le case, gli animali, i campi che per millenni li avevano nutriti e affamati, dove avevano vissuto ed erano sopravvissuti, in estrema povertà e in grande semplicità, soffrendo e cantando, tra miseria, malattie, ignoranza, oppressione, libertà e serenità. La civiltà rurale è scomparsa così, quasi di colpo, da non più di settant’anni, dopo aver abitato le terre d’Appennino per quasi tre millenni. È un fatto incredibile, inaudito. Eppure è accaduto. E tutti noi ne vediamo le conseguenze. I boschi si riprendono i campi, le stalle di montagna sono vuote e i loro tetti cadono; nei paesi non si sentono più le voci, le imprecazioni, le grida dei bambini che giocano per strada, le campane. Resta il silenzio. Intanto a valle le città si riempiono di una grande quantità e varietà di cose utili, inutili, costose e rischiose.<br>D’altro canto rifondare la civiltà rurale è impossibile, impensabile, forse perfino pericoloso. Eppure ci conviene non dimenticare quella sepolta civiltà. Innanzitutto perché è un dovere verso i nostri padri e le nostre madri, verso noi stessi. Non dimenticare i loro racconti, i racconti dei vecchi, è indispensabile in questo <em>“innominabile attuale”</em>.  Serve a capire che per vivere non occorreva e forse non occorre nulla di più del necessario; serve per rimodulare il nostro senso del limite anche se non siamo più – o non crediamo più di essere – nel grembo della natura, anche se non siamo più gli attenti, preoccupati e stupiti osservatori dei suoi cicli infiniti, dei suoi cieli e delle sue tempeste. Anche se, soprattutto, ci illudiamo di essere ormai fuori e sopra a tutto questo.<br>L’Appennino con i suoi luoghi che ancora sono lì, benché disabitati, con i loro geni e i loro racconti, ci aiuta a non dimenticare la lezione dell’essenziale, a non dimenticare che l’essenziale si condivide, sempre, con gli altri compagni di cammino, di lavoro, di disgrazie, di brevi, ma intense felicità. E vere. In comunità, con solidarietà.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La seconda porta della montagna e dell’Appennino è il sacro.</strong><br>La bellezza qui è gratuita, il cosmo lo puoi toccare con le mani, ci puoi misurare la tua altezza, se ci riesci, e perfino il tempo non si calcola con l’orologio. Qui è tutto analogico e il digitale non ha campo. Questo è ancora il regno dell’analogia e della magia. Di tecnica ne serve quanto basta: <em>ne quid nimis</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il re Numa che veniva dall’Appennino dei Sabini suggerì ai Romani di non adorare gli dèi in forma personificata. Non gli dettero retta per molto tempo, come spesso non si dà retta a chi viene dalla montagne ed è accompagnato dall’odore dello stabbio e delle pecore. Eppure il sacro è lì, tra gli agnelli che nascono e quelli che vengono sacrificati, nella prima neve che imbianca le cime, nelle grandi e misteriose fioriture di primavera, nei fuochi, nei falò, nei fulmini, nelle acque sorgive e nelle stellate notturne, nei miracoli, nei <em>mirabilia</em>. Si fa fatica a contenerlo dentro un tempio, o dentro una chiesa. Si è sempre fatto fatica a contenere il sacro. E perciò sacre erano le cime, poi i boschi, poi i campi coltivati. Sacre erano anche le tempeste e lo spirito degli animali, sacre erano le mille e spesso crudelmente contrapposte forme dell’essere, finché non le si immaginava come ricordo, come baluginio della forza primitiva, dell’unità originaria. Finché non le si vedeva come <em>sim-bolo</em>.<br>Così quest’Appennino che ancora oggi è una zona d’ombra del mondo moderno, si riempì di semplici e possenti dèi-forze vitali, d’imperscrutabili fate e ninfe, di madri grandi e prolifiche, di premurosi santi. E la notizia è che, a guardar bene, sono ancora tutti lì, e aspettano che qualcuno li riconosca quando li incontra. Si sentono soli. Ma mai quanto noi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il terzo motivo</strong> per non abbandonare l’Appennino e per continuare a frequentarlo è la necessità di <strong>svuotare lo zaino</strong> che ci mettiamo sulle spalle in pianura e di <strong>riempirlo con qualcosa di diverso da riportare a casa</strong>. È pesante quello che portiamo con noi quando saliamo. Un bagaglio grigio fatto di smarrimento, spaesamento, frustrazione, nevrosi e di tante domande che non trovano risposte sulle strade asfaltate e tra le spire della rete, che nessuna intelligenza artificiale o umana potrebbe risolvere, senza passare per il cuore e l’intuizione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Così, una volta saliti, questo zaino grigio si alleggerisce e si riempie di vuoto. In effetti lo zaino che riportiamo a casa, di ritorno dall’Appennino, è leggerissimo. Il suo vuoto vale però moneta sonante, in grado di cambiare il vortice delle nostre vite in una serenità senza confini.<br>Riabitare l’Appennino è un progetto difficile e complesso, riportarsene a casa uno zaino pieno (di tre gioielli: di vuoto, di essenziale, di sacro) è il primo passo dal quale ripartire per ricostruire noi stessi, prima ancora che le vecchie case e i paesi abbandonati.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="760" height="1024" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2025/01/WhatsApp-Image-2025-01-04-at-22.57.40-760x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-5162" style="width:342px;height:auto" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2025/01/WhatsApp-Image-2025-01-04-at-22.57.40-760x1024.jpeg 760w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2025/01/WhatsApp-Image-2025-01-04-at-22.57.40-223x300.jpeg 223w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2025/01/WhatsApp-Image-2025-01-04-at-22.57.40-768x1035.jpeg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2025/01/WhatsApp-Image-2025-01-04-at-22.57.40-1139x1536.jpeg 1139w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2025/01/WhatsApp-Image-2025-01-04-at-22.57.40.jpeg 1186w" sizes="auto, (max-width: 760px) 100vw, 760px" /></figure>
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		<title>Cuore di terra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Sep 2024 17:18:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna madre]]></category>
		<category><![CDATA[appennini]]></category>
		<category><![CDATA[Appennino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Facciamo sempre più fatica a sentirci in un luogo, a individuarlo come il nostro luogo. Viviamo piuttosto in non luoghi,</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Facciamo sempre più fatica a sentirci in un luogo, a individuarlo come il nostro luogo. Viviamo piuttosto in <em>non luoghi</em>, come diceva <strong>Marc Augé</strong>, utilizzando delle <em>non cose</em> come dice il filosofo <strong>Byung-chul Han</strong>,<em> (“Non abitiamo piú la terra e il cielo, bensì Google Earth e il Cloud. Il mondo si fa sempre più inafferrabile, nuvoloso e spettrale”)</em>. Viviamo in luoghi virtuali e inquietanti, quelli della rete, appunto. Eppure siamo figli della terra, della terra greve e del cielo stellato. Abbiamo, o dovremmo avere sempre i piedi per terra per poterci misurare con il cielo. E anche per <em>surfare </em>sulla rete.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per<strong> Carl Schmitt</strong> il <em>nomos </em>della terra ha governato il mondo per un tempo molto lungo e la fedeltà alla terra ha segnato generazioni di uomini. Ad esso sono succeduti il <em>nomos </em>del mare e ora forse è il tempo di quelli dell’aria e del fuoco, che spiegano il cammino dell’umanità e anche i suoi inciampi. La legge del mare ha portato alle talassocrazie, ai grandi imperi, all’imperialismo transcontinentale, fino alla globalizzazione. Il <em>nomos </em>dell’aria si sviluppa velocemente, insieme a quello del fuoco, del presunto dominio dei cieli, ma anche delle energie (compresa quella atomica) e dell’etere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di fronte a questo scenario apocalittico, o almeno di fronte a questa <em>ubris </em>sfrontata che non prelude a nulla di buono, cosa possiamo fare?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chiediamocelo per primi noi, italiani, seduti (o in piedi) su questa piccola striscia di terra in mezzo al Mare Mediterraneo, lungo le coste di questa catena montuosa, su questo <em>cuore di terra</em>, l’<strong>Appennino</strong>, dove i popoli più antichi, gli aborigeni e gli italici, onoravano il <em>nomos </em>della terra. Il <em>nomos </em>della terra in mezzo al mare. Sì perché l’Italia è un’isola/non isola, è propaggine di un continente immenso, cuore di terra e di montagne. E questi non sono <em>monti naviganti</em>, come li ha definiti poeticamente<strong> Paolo Rumiz</strong>. Queste montagne sono colossi ben piantati, con radici di fuoco che ogni tanto li strattonano. <br>Noi eravamo sopra di loro, quasi a cavalcarli, e ci siamo nutriti della loro terra e delle loro energie. Ne abbiamo sfamato le nostre pance, quelle dei nostri animali e perfino le nostre anime. Poi ne siamo scesi. E abbiamo scoperto di essere anche un popolo di naviganti. Ma prima ancora, prima che Roma diventasse una potenza mediterranea, prima che i mari intorno a questa striscia di terra diventassero il <em>Mare Nostrum</em>, prima degli esploratori, prima dei <strong>Colombo </strong>e dei <strong>Vespucci</strong>, siamo stati un popolo di terra, italici e appenninici, come dice <strong>Giovanni Lindo Ferretti</strong>. Barbarici perfino, di sicuro rudi e duri se non puri e duri, come i Sabini e gli Umbri, come i Sanniti, come i Marrucini, i Peligni, gli Irpini, genti che sentivano la terra sotto i loro piedi e la qual cosa non gli impediva di guardare al cielo e di percepire insieme il Nume e il senso del limite, il finito e l’infinito, il presente e la perennità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non siamo più così, ma lo siamo stati. Non siamo più in quei luoghi, ma ci siamo stati. Ne conserviamo una memoria genetica e ancestrale, sebbene spesso inconsapevole. E quei luoghi sono lì, appena sopra le antenne paraboliche, sopra i ripetitori telefonici, sopra i capannoni dei centri commerciali e sopra a tutti gli altri non luoghi che ci soffocano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non possiamo farli saltare in aria, non possiamo bruciarli questi non luoghi. Ma abbiamo un termine di paragone, con i luoghi ancora miracolosamente intatti, proprio lì sopra. Possiamo allora provare a rimettere i piedi per terra e a togliere i polpastrelli dalle tastiere e gli occhi dagli schermi, lasciare i non luoghi infidi della rete per incamminarci in una faggeta. Cosa pensate ci potrà succedere? Incontreremo un <em>troll</em>? Può darsi, ma magari sarà un vero <em>troll</em>! O magari incontreremo <strong>Persefone/Proserpina</strong> che, con o senza il permesso di Ade, ci racconterà il suo segreto. Un segreto che l’AI non conosce ancora.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">O&nbsp;fortunatos&nbsp;nimium,&nbsp;sua&nbsp;si&nbsp;bona&nbsp;norint,<br>agricolas!&nbsp;Quibus&nbsp;ipsa&nbsp;procul&nbsp;discordibus&nbsp;armis<br>fundit&nbsp;humo&nbsp;facilem&nbsp;victum&nbsp;iustissima&nbsp;tellus.<br><br>Oh troppo&nbsp;fortunati,&nbsp;se&nbsp;conoscono&nbsp;i propri&nbsp;vantaggi,<br>agricoltori!&nbsp;Per loro&nbsp;spontaneamente,&nbsp;lontano&nbsp;dalle armi&nbsp;discordi<br>effonde&nbsp;al suolo&nbsp;facile&nbsp;sostentamento&nbsp;giustissima&nbsp;la terra.<br>Virgilio</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Cfr. <br><em>Iustissima Tellus &#8211; Carl Schmitt e la resistenza filosofica alla talassocrazia</em> &#8211; AAVV &#8211; Edizioni Arktos 2024 <br><em>Le non cose. Come abbiamo smesso di vivere il reale</em> di Byung-Chul Han &#8211; Einaudi 2022<br></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="902" height="578" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2024/09/persefone.png" alt="" class="wp-image-5142" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2024/09/persefone.png 902w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2024/09/persefone-300x192.png 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2024/09/persefone-768x492.png 768w" sizes="auto, (max-width: 902px) 100vw, 902px" /></figure>



<h1 class="wp-block-heading"></h1>
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		<title>I timidi dèi della tramontana</title>
		<link>https://www.appenniniweb.it/2024/01/21/i-timidi-dei-della-tramontana/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Jan 2024 20:56:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna madre]]></category>
		<category><![CDATA[appennini]]></category>
		<category><![CDATA[appenniniweb]]></category>
		<category><![CDATA[Appennino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Riabitare l'Appennino significa prima di tutto provare a riportarlo dentro ciascuno di noi</p>
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<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;inverno rende i boschi essenziali e le faggete più sacre di quanto lo siano in primavera e in autunno. Nelle giornate di tramontana le faggete ululano al cielo, ma te lo lasciano vedere, te lo indicano quasi, ti fanno alzare la testa e lo sguardo. L&#8217;azzurro, il biancore dei rami spogli e dei tronchi come colonne antiche, il tappeto di foglie, la terra gelata che crocchia sotto le suole degli scarponi. In mezzo ci sei tu. Dentro. Finalmente dentro qualcosa di reale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella complessità delle strategie del riabitare l’Appennino abbandonato c&#8217;è anche questo. Andarci, passarci del tempo, non solo per sport o per divertimento. Per riportarsene a casa un po&#8217;. Per cominciare a ricostruire l&#8217;Appennino dentro di noi. Per rientrare nei luoghi abbandonati, sentirne le voci.<br>Cosa ci farai con queste sensazioni? Non si sa. Lo sai solo tu, anzi lo sa la tua anima più profonda e più antica. Quella appenninica e italica. Intanto oggi hai di nuovo assaggiato il benessere della fatica di una salita senza meta, della stanchezza, di una birra alla fine della passeggiata, dei gatti che ti vengono incontro, di un piatto di pasta insieme. Hai giocato a confondere la tua ombra con quella dei tronchi degli alberi. Hai seguito le tracce dei selvatici. Hai sperimentato la malinconia di una casa abbandonata, di un bosco non curato, di un eremo senza eremiti. Ma hai visto il cielo e il sole come non li potrai mai vedere in uno schermo o in un poster. Te ne potrai ricordare, sempre, in ogni tua azione, se vorrai.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Riabitare l’abbandono significa prima di tutto provare a fare un’operazione culturale. Significa il superamento dell&#8217;ipertecnologia e dell&#8217;iperecononia. Significa accettare di nuovo di fare i conti con la natura piuttosto che solo con il proprio io. Ma la ricostruzione dei villaggi, dei paesi, delle case, forse anche di una nuova economia, di un nuovo rapporto con il paesaggio, son tutte questioni che vengono dopo. <br>Prima bisogna tornare a parlare con i luoghi e a percepirli.<br><br>Ogni luogo nasconde una mitologia. Gli dèi si nascondono ma i luoghi che li hanno generati restano. Quando Hölderlin, Heine, Shelling cercavano di rifondare una mitologia che sostenesse idee nuove, non trovavano gli dèi dell&#8217;oggi e neanche le comunità adatte a riconoscerne i misteri: perciò erano costretti ad evocarli con i nomi antichi.<br>Ripartire dai luoghi essenziali d&#8217;Appennino, in una giornata di tramontana e faggete significa camminare per cercare di rimettersi in contatto con dèi che forse han cambiato nome, ma che, timidamente, si nascondono dietro i tronchi e lassù tra i rami mossi dal vento. Significa provare a riaprire le porte, prima ancora che ricostruire materialmente le case. Significa provare ad ascoltare il canto di Orfeo reinterpretandolo nella modernità. I luoghi erano e restano le porte. I luoghi naturali o quelli sui quali le generazioni passate hanno lasciato un segnavia, che non è facile da vedere come quelli del Cai, ma che indica il sentiero lungo e tortuoso verso un Appennino riabitato non solo da uomini e donne, ma anche da un nuovo senso del sacro.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="760" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2024/01/timidi-1024x760.jpeg" alt="" class="wp-image-5013" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2024/01/timidi-1024x760.jpeg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2024/01/timidi-300x223.jpeg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2024/01/timidi-768x570.jpeg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2024/01/timidi-1536x1139.jpeg 1536w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2024/01/timidi.jpeg 1599w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
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		<title>Andar per boschi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Luca Diamanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Oct 2023 18:33:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Montagna madre]]></category>
		<category><![CDATA[appennini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Andare per boschi è come navigare il mare: significa confrontarsi con la profondità, oltre che con l’ampiezza. Anche con la</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Andare per boschi è come navigare il mare: significa confrontarsi con la profondità, oltre che con l’ampiezza. Anche con la nostra profondità. Significa confrontarsi con la <em>Dynamis</em>, con la forza della natura, che trasforma, distrugge e rigenera. Il bosco, come giustamente scrive Giovanni Sessa è, per antonomasia, custode di ogni “possibile”, visibile e invisibile. Come il mare, è un luogo dove la natura si manifesta nella sua forza primigenia. Così la potenza immaginale che si coglie nell’attraversamento di un bosco, solo ad essere desti e con i sensi aperti, è enorme. E arriva da lontano, da molto lontano.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Camminare in una faggeta.</strong> <em>C’è stato un tempo nel quale tutto l’Appennino era coperto di selve, un bosco immenso era sull’intera Italia e su buona parte d’Europa. Iniziava una convivenza difficile e dura tra gli uomini e gli alberi. Servivano spazi liberi, radure per coltivare, legna da ardere, legname per costruire ricoveri, carbone per scaldarsi. E poi frutti, funghi, radici, bacche. Uomini e donne lavoravano nei boschi e mentre si saliva, accompagnando gli animali o cacciandoli, si attraversavano selve fittissime, quasi inestricabili labirinti vegetali. Fino a intravedere di nuovo la luce, l’azzurro del cielo, le stelle di notte, in un bosco più aperto e pulito, tra alberi alti come giganti.<br>Siamo in una grande faggeta, intorno ai mille metri d’altitudine. Attraversarla apre il cuore alla speranza e l’anima a pensieri più lievi. Forse è una memoria senza ricordo che conserviamo nel nostro inconscio a darci quiete nelle faggete.<br>In un paesaggio invernale in bianco e nero, i tronchi dei faggi sembrano grandi pilastri che affondano nella neve e s’innalzano a reggere il cielo grigio. In primavera e in estate sono colonne altissime a sostegno di una volta verde (colorata in autunno), ma aperta alla luce, capace di filtrare i raggi del sole e scomporli, come in un caleidoscopio&#8230;come nelle grandi vetrate delle cattedrali gotiche, concepite, progettate, nate ad imitazione delle faggete. Come nei templi più antichi dove le colonne di pietra sostituirono i tronchi, quando le radure di montagna sembrarono non bastare più alla celebrazione dei riti. Come nelle nostre semplici pievi appenniniche che incontriamo alla fine del sentiero, che confermano e sottolineano, con le loro aure, quelle dei boschi appena traversati.</em></p>



<figure class="wp-block-image alignleft size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="682" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/appe6-1024x682.jpg" alt="" class="wp-image-4315" style="aspect-ratio:1.501466275659824;width:198px;height:auto" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/appe6-1024x682.jpg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/appe6-300x200.jpg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/appe6-768x512.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/appe6-1536x1023.jpg 1536w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2021/04/appe6.jpg 1600w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il bosco è stato il luogo incantato, il luogo del mito: di Artemide e Atteone, di Numa e Egeria, delle ninfe, delle fate e delle streghe, delle favole antiche e moderne, della nostalgia della selvaticità, come nella storia di Masha e Orso; dei geni degli alberi ne “Il bosco vecchio” di Buzzati; della ribellione ad una società che si allontana dai canoni naturali come – seppur in modi diversi – in Junger e in Thoreau. Il bosco è il luogo in cui perdersi per ritrovarsi, come in Herman Hesse, è il luogo romantico per eccellenza, miniera e riserva di tutte le tradizioni popolari e orali, custode di simboli e archetipi, come per i fratelli Grimm, o per il movimento giovanile dei Wandervogel all’inizio del Novecento; è dimora di chi si sente signore di tutto e padrone di nulla, come il Tom Bombadil di Tolkien; di alberi animati, come gli Ent, e di popoli che vivono in simbiosi con le forze magiche della natura, come gli elfi.</p>



<figure class="wp-block-image alignright size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="766" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2023/10/bosco1-1024x766.jpeg" alt="" class="wp-image-4900" style="aspect-ratio:1.3366750208855471;width:200px;height:auto" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2023/10/bosco1-1024x766.jpeg 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2023/10/bosco1-300x224.jpeg 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2023/10/bosco1-768x575.jpeg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2023/10/bosco1-1536x1149.jpeg 1536w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2023/10/bosco1.jpeg 1600w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Camminare in una lecceta</strong>. <em>Il leccio, o l’elce, è un albero sempreverde, ma cupo. Così tra i lecci secolari o tra i giovani lecci dei boschi cedui, non si cammina allegri, ma sempre con rispetto, perché le leccete sono la sostanza stessa degli Appennini. Il loro fogliame fitto nasconde la vita del bosco; tra i tronchi scuri ci aspettiamo di vedere uscire un cinghiale da un momento all’altro; oppure un’istrice, una volpe, un’upupa, preceduti e annunciati da un fruscio improvviso. Il bosco fitto nasconde presenze, genera inquietudine, folletti e dèi. Eppure, più prosaicamente, ci gioviamo dell’ombra dei lecci nelle sudate salite estive e il loro verde, seppure cupo, ci rende più facile auspicare il ritorno della primavera in inverno. Tra i lecci camminiamo a casa nostra: sono gli alberi più antichi, sacri ai popoli della Prima Italia; nel lucus, dove era proibito tagliare la legna, sotto i lecci, si conservavano iscrizioni antichissime, come quella del Monteluco di Spoleto o del leggendario leccio del Vaticano ,a Roma, descritta da Plinio il Vecchio. I lecci, nella loro gentilezza, hanno riconosciuto quella di alcuni camminatori e per questo si narra che alcuni di loro si siano chinati al passaggio di San Francesco sulle montagne umbre e sabine. Difficile che succeda ancora oggi, ma è altrettanto difficile che si possa tornare da una passeggiata in una lecceta senza qualche idea nuova. E di questo occorre</em> <em>sempre ringraziare la gentilezza del cupo leccio.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra i boschi degli Appennini e ai loro margini sono nati la grande madre Cupra, signora della vegetazione e degli animali, Silvano e Fauno, figlio di Pico e Pomona, nipote di Marte o di Saturno, sposo della ninfa Marica e padre di Latino, a suo agio nelle selve, tra i campi e intorno alle greggi dell’Appennino umbro-sabino, citato in innumerevoli storie e leggende protagonista della letteratura, dell’arte e dell’immaginario occidentali: da&nbsp;Mallarmé&nbsp;a&nbsp;Rimbaud, da C.S. Lewis&nbsp;a&nbsp;Shakespeare, da&nbsp;Debussy&nbsp;fino ai più moderni videogiochi. E poi ancora i nostri boschi montani hanno ospitato l’incantatrice Angizia, capace di curare con le erbe, di creare veleni e antidoti, come una Morgana appenninica, antesignana della Sibilla, di ogni Sibilla, e infine l’enigmatica Gurù di Tommaso Landolfi, la giovane ragazza dei monti Ernici, affascinante e trasgressiva, quanto lunare e capace di trasformarsi perfino in capra mannara e onorare le grandi madri.</p>



<figure class="wp-block-image alignleft size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="576" height="1024" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/10/20181018_184942-576x1024.jpg" alt="" class="wp-image-3417" style="aspect-ratio:0.5625;width:113px;height:auto" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/10/20181018_184942-576x1024.jpg 576w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/10/20181018_184942-169x300.jpg 169w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/10/20181018_184942-768x1365.jpg 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2018/10/20181018_184942.jpg 1836w" sizes="auto, (max-width: 576px) 100vw, 576px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Camminare tra i castagni. </strong><em>Se lo si fa a fine settembre, magari proprio il 29 nel giorno di San Michele, s’inizieranno a trovare i frutti maturi. Questa era una delle date spartiacque nella civiltà rurale, quando le greggi rientravano dalle transumanze e s’iniziava a metter via il cibo per l’inverno. I castagneti ricoprivano e ricoprono ampie zone d’Appennino e ne hanno segnato gli usi e le tradizioni gastronomiche. Il lavoro nel bosco non è come quello in mezzo ai campi a falciare il grano sotto il sole. Le castagne, i funghi, le bacche e perfino la legna da ardere si raccolgono come fosse una sottrazione ai boschi, da fare con riconoscenza e gentilezza, senza litigare con gli alberi e il loro mondo, con i loro geni. Portar via i frutti del bosco non è come prendersi ciò che si è seminato e coltivato. Perciò nel castagneto, tra i giganti dalle foglie seghettate si cammina con rispetto. E il rito del metato che sopravvive nell’Appennino del Nord, con la comunità del paese che si ritrova nell’edificio adibito ad essiccare le castagne, a vegliare per giorni il fuoco che non brucia sotto le castagne nuove, appare come un ultimo omaggio a questi frutti che sfamano e al bosco che li ha prodotti per noi. E ai quali si può finalmente brindare per San Martino.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Così è e così è giusto che sia: il bosco, come il mare, resta tra i pochi luoghi veri, autentico in quanto selvatico, che è ancora possibile attraversare in questo mondo. In quest’Appennino che torna ad essere incolto, che si sta di nuovo ricoprendo di selve, in mezzo a un’Italia sempre più connessa con il mondo digitale del calcolo per lucro e sempre più disconnessa dal mondo delle analogie e dell’immaginazione, del cosmo e della natura.<br>Ma dove i nostri antenati hanno scorto la luce tra il fogliame fittissimo, con le apparizioni di Diana e Lucina, oggi possiamo tornare a camminare per cercare un ponte verso un futuro che non dimentichi le connessioni con gli altri esseri viventi del nostro pianeta, quelli più antichi innanzitutto: gli alberi, partecipi del nostro stesso mistero. Non a caso il bastone di Demetra e le bacchette magiche delle fate sono di legno, all’interno del quale è passata l’energia creatrice.<br><br><strong>Camminare tra le querce</strong>.<em> I grandi boschi di querce d’Appennino sono solo un ricordo, ma la quercia produttrice della ghianda sacra a Giove, resta l’albero più imponente e rispettabile delle nostre montagne, che quando l’incontri quasi d’istinto ti vien voglia di carezzarlo sulla corteccia rugosa per condividere un po’ della sua energia. Lungo le strade di campagna, ai piedi delle montagne di mezzo, s’incontrano filari di querce superstiti dei grandi boschi che la saggezza e il buon senso rurale hanno ben pensato di risparmiare in cambio dell’ombra che questi giganti concedono ai viandanti, siano essi uomini e animali. Così un filare di querce in mezzo alla campagna indica di certo un’antica viabilità. Ma ancor più affascinanti sono le querce isolate lasciate in mezzo ai campi, per dare ombra e riposo ai mietitori e alle bestie nella calura estiva. La quercia non serba rancore all’uomo e alla sua scure. Dalla sua ha i secoli e la potenza dei suoi semi.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Così l’ombra dei boschi non crea oscurità, ma genera analogie, ritempra l’immaginazione e riconcilia l’uomo con il mondo vegetale, con la sua potenza, con la sua saggezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="655" src="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2020/02/oak-1024x655.png" alt="" class="wp-image-3825" style="aspect-ratio:1.5633587786259542;width:411px;height:auto" srcset="https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2020/02/oak-1024x655.png 1024w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2020/02/oak-300x192.png 300w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2020/02/oak-768x491.png 768w, https://www.appenniniweb.it/wp-content/uploads/2020/02/oak.png 1033w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
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