Le montagne dei nomi

La montagna, la nostra montagna non è un nome, è decine di nomi, centinaia di toponimi. Antichi, misteriosi, buffi, assonanti, incomprensibili. Però parliamoci chiaro. È questa la montagna che c’interessa! La montagna dei nomi.

Cosa sarebbe la montagna senza i nomi? Cosa sarebbero gli Appennini se non li avessimo nominati? Solo roccia, terra, erba e alberi. Un luogo inanimato. Invece noi ci saliamo su perché cerchiamo una geografia immaginaria, il paesaggio. E il paesaggio è cosa diversa dalla natura: è il patto tra l’uomo e la natura. La magia del nominare, del dare nome, del dare un’anima alle cose. È la magia più grande che abbiamo avuto in dono.

14-chatwinUn viandante, un camminatore  come noi…si chiamava Bruce, Bruce Chatwin, se ne andava per sentieri lontanissimi dall’altra parte del mondo, agli antipodi, in Australia. Lì, gli aborigeni, quelli che nella grande isola ci stavano da sempre, gli insegnarono che ci sono viaggi che si fanno, su quella terra sterminata, seguendo non la cartina geografica, ma la filastrocca dei nomi che i padri dei padri dei padri avevano imparato dagli sciamani che per la prima volta davano un nome alle cose e ai luoghi che incontravano per strada, quando il mondo degli uomini era ancora giovane.

E qui da noi cosa credete che sia accaduto? Su queste nostre piccole montagne i luoghi non avevano nome, poi è arrivato qualcuno e li ha battezzati, magari per ritrovare meglio le pecore, perché quella montagna con la sua forma gli ricordava un oggetto, una capoccia pelata. Oppure perché lì c’aveva fatto l’amore con la sua donna, o era riuscito a scappar via da qualcuno che lo inseguiva.

Tutto questo è per mettervi in guardia. Perché ho come l’impressione che quasi tutti voi, che quasi tutti noi, abbiamo dimenticato i nomi dei posti di queste nostre vecchie montagne. E li hanno dimenticati soprattutto i politici, gli amministratori, i costruttori, gli speculatori. Soprattutto loro. E allora se non sappiamo più come si chiama un luogo, se gli abbiamo fatto perdere l’anima, se è solo pietra, terra e erba…che gli fa se ci facciamo una cava di pietra, un cementificio, se ci costruiamo un traliccio, una villetta di cemento, un viadotto? Che gli fa? Tanto quel luogo non esiste, è un non luogo. Oppure siamo noi che l’abbiamo dimenticato? Il problema è che dimenticandolo abbiamo rotto il patto con la natura e stiamo distruggendo il paesaggio. A cominciare dai nomi.01-intro

Perché, dopo tanti anni di progresso, di industrializzazione di costruzioni e di distruzione, alla fine cosa ci rimane? Ci rimane questo. I nostri monti, il nome dei nostri monti, gli Appennini, e le scarpe, gli scarponi per calpestarli, i nostri sensi per entrare in contatto con loro e la nostra voce per….

Ma se perdiamo i nomi dei luoghi, se perdiamo le storie, se perdiamo le canzoni e se perdiamo l’incanto nel guardarli, se perdiamo lo stupore, cosa resta dei nostri monti?

Però, per fortuna, per grande e straordinaria fortuna, abbiamo ancora i piedi per terra. E la terra, almeno in qualche posto, è sempre la stessa. Abbiamo gli scarponi ai piedi, ancora. E abbiamo qualche idea in più in testa, perché camminando, scendendo e risalendo, alla fine, un po’ d’esperienza ce la siamo fatta.

16-tucciE allora, ecco, arrivati sulla cima dei nostri monti, sembra in effetti di stare in un altro mondo. Tra terra e cielo. E mi viene in mente che una volta un antropologo ed esploratore, Giuseppe Tucci, uno che andava spesso in Tibet e in Nepal, guardandosi intorno, in quelle terre lontane e osservando i bambini che giocavano con i vecchi in un villaggio dignitosamente povero e splendidamente felice, fece questa riflessione: “Noi corriamo che ci manca il fiato, loro hanno il tempo per dimenticare il tempo”.

Il tempo per dimenticare il tempo. Di cosa di più avremmo bisogno, se non dsimonei questo. È roba che non si paga con tutte le ricchezze del mondo. Il luogo dove hai il tempo per dimenticare il tempo.

È questo il nostro altrove, quello la cui ricerca merita sempre un’avventura, grande o
piccola. In fondo però non bisogna andare in Nepal per trovarlo. Per trovare il tempo che ti fa dimenticare il tempo basta camminare per Appennini, i nostri piccoli grandi monti altrove.

Tratto e adattato dallo spettacolo “Con i piedi per terra”, 2016

 

2 pensieri riguardo “Le montagne dei nomi

  • 22 Settembre 2016 in 9:03
    Permalink

    Bello, come temi (e luoghi) siamo sicuramente in sintonia! La toponomastica sarebbe una cosa davvero interessante da approfondire. Per esempio il fatto che Appennini, monti Pennini in Gran Bretagna, e tutti i paesi che hanno un nome che contenga “penna” (Pennabilli, Penne, etc.) siano collegati. Però leggevo anche che spesso i montanari non danno dei nomi alle “loro” montagne, e molti nomi che si leggono oggi sulle carte sono state stabilite artificialmente perché le carte della burocrazia moderna hanno bisogno di nomi propri: il caso più famoso è il monte Somia https://filoglotta.wordpress.com/tag/monte-somia/ . Saluti!

    Risposta
    • 22 Settembre 2016 in 9:46
      Permalink

      Grazie Marco! Non sono un esperto di lingue e soprattutto di lingue antiche, ma ho letto anch’io che la radice “pen” è molto diffusa in Europa per definire le alture. Oltre al caso della Gran Bretagna, ti posso portare la testimonianza diretta dei molti toponimi Penn in Bretagna. Nel nostro dialetto locale (a Terni) le alture più vicine alla città sono tutte “Penne”. Sul fatto poi che i toponimi in alcuni casi siano imposti dalla burocrazia, non ci sono dubbi. Però spesso, in montagna, ancora convivono una toponomastica ufficiale e una popolare.
      Grazie ancora per le osservazioni! Un saluto!
      PS Bella la storia del monte Somia!!!

      Risposta

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