Per una pedagogia d’Appennino

Fare pedagogia in Appennino vuol dire provare a essere un ponte, cercare di riannodare il filo che univa le vecchie e le nuove generazioni, provare a spegnere gli schermi che sono stati messi tra gli occhi dei bambini e la terra che calpestano. Vuol dire tentare di essere “tessitori di esplorazioni educative”, come dice in quest’articolo Sara Andreoni, pedagogista milanese, innamorata dell’Appennino. Lei ha lavorato a Campi, tra i bambini di un paese distrutto solo fisicamente dal terremoto e poi con il Museo della Canapa, a Sant’Anatolia di Narco. Intanto qui ci racconta qualche sensazione, qualche emozione, frutto di uno dei suoi tanti viaggi in Valnerina.

di Sara Andreoni

Oggi vi vorrei raccontare una storia che poi, in fondo, forse non è neanche una soltanto, è l’esito di molteplici vite vissute, del trascorrere della storia e dei segni lasciati da questa. Per chi è pronto ad ascoltare, chiuda gli occhi e provi a immaginare.

Un suono acuto, fin troppo per essere prima mattina, luce calda e penetrante, dolce profumo, ticchettio veloce e scricchiolio di chiave.
Eccoti lì, lì dove so di poterti ritrovare sempre.
Seguo il tuo corso, guidi la mia strada.
Ti guardo dal vetro, mentre scorri veloce o forse sono io che sono in ritardo, tu non lo sei mai.
Strada, acqua cheta che scorre e poi sciaborda assordante, nebulosa si posa sul mio vetro. Ed io ti osservo affascinata.
Alberi dai mille fiori violacei, dal nome traditore, giunti fin qui da lontano, mi ricordano che ormai è primavera.
Mi salutano le rocche, dandomi il buongiorno.
Puntuale, il solito trattore! Non può essere che così, qui i campi sono tanti e la terra va lavorata secondo i suoi tempi.
Sorrido, è tutto così familiare, mi ritrovo a pensare tra me e me.
Curva dolce e poi un poco più aspra, montagne che nascondono il sole facendo da cornice a grandi distese verdi.
Paesi, borghi e castelli.
Strada che sale intrecciando le fila della storia.

Percorrere la Valnerina è volgere uno sguardo sorridente ad ogni angolo, ma richiede anche uno spirito curioso e un poco vagabondo, voglia di andare alla scoperta della storia.
Sì, della storia. Non solo di quella che si studia sui libri, ma la storia che racchiude in sé quel prezioso patrimonio umano fatto di racconti, memorie, ricordi. Oggetti capaci di rievocarli, legati ai luoghi e ai ritmi della natura. Una storia che oggi, più che mai, necessita di essere ascoltata, tutelata e, per alcuni aspetti, recuperata nei suoi gesti più semplici eppure così rispettosi dei tempi di madre terra.
Una storia che non si esaurisce in Valnerina ma che innerva molteplici territori, percorrendo l’Appennino in lungo e in largo.

Vorrei dirvi ora che questi territori, queste storie, richiedono una profonda cura, la costruzione di un ponte intergenerazionale.

Serve una pedagogia d’Appennino. Servono però, anche, pedagogisti ed educatori d’Appennino amanti appassionati di questa storia, di questi luoghi. Sguardi curiosi e capaci, promotori di intense e sempre nuove ricerche, custodi silenziosi dall’orecchio sempre teso.
Persone competenti e capaci nell’ordire esperienze adatte ad ogni età, di narrare molteplici storie a partire dagli spunti, materiali e immateriali, che questi territori possono offrire.
Professionisti, però, anche capaci di prendersi cura di chi si prende cura dell’altro, di chi si fa cassa di risonanza di quei racconti famigliari, territoriali.
Pedagogisti, educatori che sappiano farsi facilitatori nei confronti di questo ricco patrimonio, tessitori di esplorazioni educative, capaci di scorgere nel territorio, nella Terra, un primo ed importante educatore.

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