Circeo, l’Appennino che va al mare


di Fabrizio Manuguerra (La Filibusta Pontina)

Percorrendo il lungomare pontino, tagliando così i 25 km del cordone dunale costiero nel Parco Nazionale del Circeo, una strana “isola” di fronte a noi disegna quello che può sembrare il profilo di una donna addormentata.

Nelle giornate di foschia è come essere di fronte ad un monolite, rigoglioso nel suo versante nord; i lecci con le loro chiome formano una coperta dalla base fino alla punta del naso. Intorno, le onde del Mar Tirreno a spumeggiare contro le pareti bianche calcaree, tempestate di antri e grotte.

Arrivare ai piedi del promontorio vuol dire innanzitutto entrare a contatto con una bellezza antica e con una storia che intreccia il Mito, la Leggenda e un ambiente unico nel suo genere.

Quell’isola in realtà è una propaggine dell’Appennino; una montagna un po’ strana, poiché la sua massima elevazione ci porta fino a 541 metri a picco sul mare e sull’intero Agro Pontino, chiuso a sua volta dalla catena degli antichi Monti Volsci, costituiti oggi dalla dorsale dei Lepini, Ausoni, Aurunci.

Qui le comunità risiedono e si incontrano dalla notte dei tempi: dalla Grotta Guattari con i ritrovamenti dei primi resti fossili dell’Uomo di Neanderthal, passando poi per il mito Odisseo e per la misteriosa Arx Circeii con le sue mura poligonali.

È un susseguirsi di nomi, popoli e personaggi mitologici. Qui, in questo piccolo lembo di terra compresa tra Roma e Napoli, si deve per forza fare i conti con delle grandezze storiche e culturali.

Il sentiero che inizia da Torre Paola edificata per volontà di Papa Pio IV, risalente al XVI secolo, ci conduce più che in un’escursione, in un viaggio nella storia: dirigersi verso il Picco di Circe significa inerpicarsi attraverso una lecceta incantata, arrampicarsi sulle rocce ed affrontare precipizi e balconate a strapiombo sul mare.

Più si sale più si respira un’aria particolare; la macchia mediterranea che costella la montagna rilascia un tripudio inebriante di profumi tra rosmarino, lentisco e mirto; una volta un ragazzo durante un’escursione disse che questo luogo vibra. Il termine è stilisticamente perfetto.

Una volta arrivati a poche decine di metri dalla cima ecco che affiorano i resti di quello che doveva essere il basamento di un tempio. Ciò che resta dei blocchetti irregolari dell’opus incertum narra di un tempio edificato per omaggiare una divinità femminile, Circe o Venere, tra il II e il I secolo a.C.

La testa di questa divinità, ritrovata solamente nel 1928 alla base nord del Picco, è più che un messaggio. Questo posto baciato dal sole per la sua esposizione a sud, non può che essere stato protagonista di incontri che fondano la Civiltà Europea; secondo la tradizione, con la sua nave, Ulisse sarebbe rimasto vittima degli incantesimi della Maga Circe. Nei secoli si è cercato di individuare geograficamente la dimora di Circe tra le isole pontine e le Egadi in Sicilia. Noi rimaniamo però fedeli al toponimo dettato dal luogo.

Il Mito detta il racconto:

… Ecco, ed all’isola Eèa giungemmo, ove Circe abitava, Circe dai riccioli belli, la diva possente canora,ch’era sorella d’Eèta, signore di mente feroce.

(Odissea, Canto X, vv. 135-137)

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