La terza geografia e la forza misteriosa dei luoghi

Cosa resta degli Appennini, cosa resta delle aree interne del nostro Paese?
Restano, soprattutto, il silenzio e gli spazi vuoti, dentro ai quali si nascondono luoghi potenti e un paesaggio familiare. Perché l’Appennino è stato il nostro luogo e il nostro paesaggio per millenni. Oppure – semplicemente – perché un luogo con l’anima è di tutti coloro che hanno un’anima e, per chi ha il privilegio, la capacità e la sensibilità di dissetarsi con questo vuoto-pieno come ad una fonte, non c’è posto migliore per bere. 

Carmine Valentino Mosesso ha la fortuna di abitare in una delle aree più ricche di vuoto e allo stesso tempo più cariche di senso dell’intero Appennino: l’Alto Molise, con i suoi spazi da western italico, con i grandi tratturi, con un’economia e un futuro che non vogliono e non possono rompere del tutto con il passato.
Qui Mosesso scrive poesie e porta le capre al pascolo, rinsaldando la lunga tradizione dei poeti-contadini.

Per fare il pastore devi avere la statura dei giganti
e delle formiche, devi saper prendere la montagna
sulle gambe,
e reggerla tutto il giorno negli occhi.
Il pastore ha scelto la voce delle cose
più che le parole degli uomini, ha scelto il vento,
un altro modo di abitare il tempo.

Carmine Valentino Mosesso

Nella sua “voce delle cose” riecheggiano i versi montani e altrettanto appenninici del poeta folle di Marradi, Dino Campana, quando parlava della sanità delle prime cose, le cose essenziali: 
…Salgo (nello spazio, fuori del tempo)
L’acqua il vento/La sanità delle prime cose
.

Nella sanità delle prime cose ci sono anche le poesie di Mosesso che – non si fa fatica a percepirlo – dialogano col silenzio e non hanno bisogno di altra colonna sonora se non dell’essenziale. Quell’essenziale che la terra d’Appennino può ancora insegnare.

Con impegno e con idee originali, Mosesso si occupa anche del suo territorio, del suo paese, per il quale immagina uno sviluppo da costruire, comunque, con i piedi per terra, per non rischiare che anche stavolta il futuro scappi via. Ha pubblicato una raccolta di poesie dal titolo “La terza geografia”, che per lui è quella misteriosa forza intima dei luoghi, che ti fa restare, che ti fa tornare, che ti fa sentire addosso la pelle e che ti fa uscire dalla tua pelle.

Sento me nel paesaggio e il paesaggio in me,
riesco a entrare e a uscire dal corpo
insieme a una forma qualsiasi del mondo,
la paglia, il grano, un bicchiere vuoto…

Carmine Valentino Mosesso

Queste parole sono come le “patate della levatrice” , portate tanto tempo fa a Castel del Giudice da una levatrice nordica e regalate alle famiglie delle partorienti. Quando tutti le avevano dimenticate, Carmine ha avuto in dono le ultime, senza necessità di una gravidanza in casa (o forse sì, ma di altro tipo!). Così le ha ripiantate e le ha moltiplicate, facendo rinascere, oltre ad un prodotto tipico, una storia antica e una narrazione. La voce della terra può essere anche quella delle patate…

Le parole-sementi si alzano nel cielo del Molise, ma non troppo alte, senza perdere mai di vista la terra, le capre, i muli e le patate. Tuttavia incrociano – inevitabilmente – quelle di chi, a qualsiasi latitudine, avverte il senso del luogo, la religione del luogo. E quel sentire il paesaggio dentro e se stesso nel paesaggio, echeggia i versi di un grande poeta irlandese, Seamus Heaney, quando scrive: “Ho avuto la mia vita, sono stato lì, io nel mio luogo e il mio luogo in me”
“I had my existence
I was there
Me in place and the place in me”.

Molise, Irlanda, La Verna di Campana e magari anche gli stralunati Spaesati di David van de Sfross: ci sono tanti modi di ascoltare i luoghi, i vuoti, i campi, i paesi e i paesani e di farsene voce. Quella di Carmine tuttavia è allo stesso tempo una voce intima e corale, quasi urlata a basso volume (l’urlo dello strappo che per adesso tace, direbbe Van de Sfross), con garbo, con umiltà, con forza e una potenza che sembra venire da un Nume antico.

Carmine Valentino Mosesso in una foto di Emanuele Scocchera

Così, nella terza geografia c’è la missione dei paesi che…. “vanno visitati come fosse una preghiera”, che…”si salveranno (…) come non lo saprà nessuno, faranno come hanno sempre fatto, una mela in due, un fil di ferro e la sorpresa del miracolo”; con le porte delle case che si aprono “…sulle solite montagne con quella luce così intensa che non sa di questo mondo”.
Nella terza geografia c’è, soprattutto la medicina del paesaggio, della Majella, “dell’ultima foglia sull’altura”. Una medicina “che cura con la terra, con l’aria, con una fetta di pane, distesi nelle parole di un anziano”.

Nella terza geografia ci sono le poesie d’amore, dove “la morte è tutto il tempo trascorso a non amare” e, infine ci sono gli esercizi di una nuova umanità, per la quale l’Appennino può e deve essere un laboratorio.
Un bel viaggio con un “cantore del vuoto-pieno”, che riconcilia con la propria terra interiore, dando forse forma alla risposta rispetto ad una vecchia questione…

Perché saliamo in Appennino, perché ci restiamo o ci torniamo?
Probabilmente lo facciamo per esercitare il coraggio che ci rimane ancora, in un angolo del cuore: quello di confrontarci con la terra, con il luogo, con il luogo aperto e silenzioso (quando non ci basta più quello virtuale), con tutto ciò di cui abbiamo realmente timore, ma che genera senso: gli spazi reali e non occupati, la terra e il cielo, la morte e la vita, l’amore.

Certi luoghi
non sembrano partecipare
alla giostra dei viventi,
Hanno un peso irripetibile,
una fisicità irreale.
È come se non fossero appoggiati al mondo
ma conficcati dentro.
In una severa beatitudine,
attorno a un prosperoso seno di silenzio
che li nutre
Non è facile raggiungerli,
si può soltanto essere raggiunti.
È in luoghi come questi
che è ancora possibile sentire
la svagata vicinanza delle cose
ascoltare confidenze lontane,
partecipare al battesimo dei temporali,
alla comunione delle rose.

“La terza geografia”, di Carmine Valentino Mosesso – Edizioni Neo – 2021


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