Le fate di Casertavecchia sul monte Virgo

A Casertavecchia ci sono le fate. Ci arrivarono nell’Alto Medioevo, quando le scorrerie dei Saraceni nell’880, ridussero a macerie fumanti l’antica e nobile città di Calatia, nel territorio che oggi è quello di Maddaloni.
Giunsero di notte le fate. Non avevano polverine o bacchette fluorescenti. Non erano quelle di Disney, dolci e tenere. Erano, semmai, quelle narrate da Basile: semidivinità capaci di maledire e di spanciarsi di risate per una vecchia smutandata. Potenti come Demetra.
Narra la leggenda che esse salirono fin sul pendio del monte Virgo, tra i Tifatini, portando con loro il peso delle antiche colonne corinzie (una sola, però, è ionica) che consegnarono a chi avrebbe eretto il Duomo di Casertavecchia.
Un autentico gioiello, incastonato in un borgo che gli fa da diadema. Risale al XII secolo e lo stile risente profondamente dell’influsso romanico e ancor più di quello longobardo. Non per caso è dedicato a San Michele Arcangelo, presidiato e difeso da leoni scolpiti nella pietra. Le colonne delle fate sono ancora lì e dividono in tre navate la pianta del tempio, a croce latina. Interessante poi la raffigurazione della Madonna col bambino che benedice. Un’icona che lascia intravedere la suggestione dei riti antichissimi delle matres matutae.
Ma è Casertavecchia stessa una suggestione. Un gioco di scorci e paesaggi che affascina il viaggiatore e gli dà l’impressione che qualcosa di volatile lo segua, benevolo. Giulietta Masina, invitata dall’amica Ursula Pannwitz che qui decise di vivere, li chiamò spiritelli. E fece, involontariamente, di quelle fate mascotte di buon augurio e souvenir di coccio dipinto.

di Giovanni Vasso
Tratto da Cultura Identità, marzo 2019
https://culturaidentita.it/

La foto di copertina è tratta da questo sito

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