Respirare l’Appennino dei patres

Portarsi dentro l’Appennino: è un programma di vita, una mappa d’orientamento. Significa onorare una patria antica, confrontarsi con i patres, i nostri antenati, con chi ha già vissuto qui e ha segnato questa terra di mezzo, nominandone i numi, tracciando solchi per terra e sentieri nei boschi, cercando la direzione nella nebbia, sulla neve fresca, alzando lo sguardo sulle stellate notturne. Significa provare a entrare in confidenza con chi questa terra ha seminato e dalla sua sacralità si è fatto segnare l’anima.

Portarsi dentro l’Appennino non vuol dire necessariamente abitarci. In molti ne siamo scesi. In troppi, senza dubbio. Ma possiamo ancora guardarlo dalla finestra (specie in questo periodo), camminarci, frequentarlo, sentirlo soprattutto: con i nostri geni, oppure interrogando i Lari.

L’Appennino, ora e per molti, è un altrove, strumento di comparazione per le nostre vite di valle. È l’Appennino delle nostre madri. Di quelle semplici, col fazzolettone in testa per tenere a bada i capelli nella tramontana e di quelle grandi: Kerres, Cerere, Cupra, Bona Dea, Diana, Angizia e Sibilla.

L’Appennino che ci portiamo dentro è quello dei nostri padri, che lavoravano per sfamarci, per portare a casa il pane, che ha la stessa radice semantica di padre: pa-dre e pa-ne. Ma è anche l’Appennino dei grandi patres: di Saturno, Giano, Dispater, di Giove e Marte.

Non è semplice troncare il rapporto con le madri. Difficile liberarsi dai padri, grandi o piccoli, umani o divini. Forse non conviene nemmeno. Si cresce solo quando finalmente si riesce a rispettarli e ad amarli con serenità e distacco. A quel punto si diventa uomo, vir, e si riesce finalmente a capire che il loro percorso è una parte del nostro e qualche scintilla del loro fuoco può consentire ad altri fuochi di ardere.

Chi mantiene una connessione con le proprie origini, chi ha sentito parlare delle antiche tradizioni italiche e romane, sa o può immaginare quanto il fuoco sia stato importante per fondare e saldare i legami tra le comunità, sui nostri monti.

Il fuoco del culto familiare era quello acceso in ogni casa, ravvivato dal pater familias, custodito dalla consorte: attorno ad esso si scaldavano gli anziani e i bambini e si onoravano gli antenati, come se ancora facessero parte di una famiglia più grande, più estesa nel tempo.

Per secoli il focolare è stato l’elemento centrale del culto privato, ma anche strumento della demografia d’Appennino, tanto che gli abitanti di un luogo si calcolavano sulla base del numero dei fuochi nel villaggio. Lo stesso fuoco sacro di Roma, altro non fu che l’unione dei fuochi di ciascun pater, di ciascuna famiglia.

Oggi che i fuochi sono in gran parte spenti, i padri sembrano lontani. I paesi sono trasformati in residence (se va bene), i focolari sostituiti da moderne caldaie, lo spirito dei luoghi pare essere volato via, o dissolto.

Ci si può però interrogare – anche a livello personale – se lo stesso processo di dissolvimento sia compiuto negli animi di chi si è allontanato fisicamente dai padri e dai luoghi d’Appennino.
Oppure se chi viene d’Appennino, dalla parte più interna e interiore del nostro Paese, conservi ancora con esso legami più o meno consapevoli, se quei fuochi siano ancora accesi dentro chi discende da generazioni di montanari italici, selvatici frequentatori di divinità.

Qualora restasse anche solo un ricordo del calore di quel fuoco, varrebbe la pena non sprecarlo e usare l’energia che ne deriva per provare a rimettersi in cammino, in mezzo alle crisi, alle pandemie e all’apparente morte del senso del sacro e iniziare così una nuova e straordinaria passeggiata sull’Appennino dei patres, per provare a respirare aria pulita. Senza maschere e mascherine.

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