Credete alle capre-mannare? Nell’Appennino di Landolfi sono bellissime…

“La ragione è nemica d’ogni grandezza; la ragione è nemica della natura; la natura è grande, la ragione è piccola”.

Ci voleva di rileggere quel grande inventore letterario di Tommaso Landolfi per scoprire non tanto un altro meraviglioso pezzo d’Appennino, i monti Aurunci, quanto piuttosto il modo giusto di guardare la montagna, di sentirla, di viverla.
“La pietra lunare” , scritto nel 1937, è un ben strano racconto. Narra di una realtà che si sdoppia e diventa fantastica, ma proprio per questo ancor più reale. Il punto di partenza è il paese natale di Landolfi, Pico, nel basso Lazio alle pendici di un antiappennino affascinante, come sempre.

Il protagonista è un alter ego dell’autore, giovane studente universitario che torna alla disabitata casa paterna per le vacanze estive. Landolfi non nomina mai il paese, se non per l’iniziale P. 
Tra le case e i palazzi del borgo di P. si svolge una vita provinciale, banale e uggiosa, descritta con sottile ironia, tra parenti inebetiti e pensionati innamorati della polvere. A cambiare completamente il punto di vista – e anche il registro della narrazione – basta però un notturno sguardo ferino colto attraverso i vetri della finestra. Ne seguono la conoscenza e l’innamoramento di una ragazza, Gurù, che vive solitaria facendo la rammendatrice, ma che, ad onor del vero, è una capra mannara.

Gurù è bellissima, ma talvolta ha le zampe di capra. Ha qualche problema con la luna, ma è attratta dalla montagna che conosce benissimo e dove vuol condurre il giovane appena conosciuto…

Era tanto che…attraverso la notte ti chiamavo….non mi piace la luna, mi fa soffrire. Ma lassù, verso la Rova, dove il sentiero si biforca, sai? E prosegue attraverso Vallentra, e attraverso la Limata Cupa, sai?…
….Eppoi sul fianco dei Sordi, e ancora prosegue sulla costa della montagna, fino alla Pietra Zenna, e oltre fino alla Capriola, e fino a Sorvello, e ancora fino alla Valle Tombara e fino alle Serre del Faggeto, ma qui non c’è più sentiero….Lassù si scoprono groppe brulle di montagne rocce e pietre; spesso anche vi scoppiano fulmini silenziosi, ma io non ho paura dei fulmini. Lassù potremo andare. Verrai lassù?

Tommaso Landolfi, “La pietra lunare”

Quel verrai lassù…quella domanda, quell’invocazione seducente e pericolosa, è forse la stessa che muove ognuno verso l’animo, o l’inconscio d’Appennino. Gurù e Giovancarlo (che è il nome del protagonista) saliranno in montagna nottetempo e ci troveranno, neanche a dirlo, un mondo lunare e fantastico all’interno di una geografia e di una toponomastica più che reali. Incontreranno i fantasmi dei briganti, ne saranno rapiti e condotti in una ben singolare oscurità cavernosa, dove i sensi si risvegliano. Si troveranno in mezzo a violente e sanguinolente sfide brigantesche, dove anche i fantasmi possono morire sgozzati. Ma soprattutto incontreranno altre Gurù e – infine – le tre Grandi Madri.
C’è tanto dell’immaginario d’Appennino in questo breve romanzo: le fate di Castelluccio dalle zampe di capra, i briganti truculenti, i tesori nascosti e il culto delle grandi madri. E ci sono i racconti, le leggende e le grotte degli Aurunci.

L’Eremo di San Michele Arcangelo nel Parco degli Aurunci

C’è soprattutto, da parte di Landolfi, l’invito a non avere paura di confrontarsi con la realtà che si sdoppia, a salire, ognuno di noi, sul proprio monte analogo, a cercare la nostra Gurù, ad aprire le porte della percezione e a non scappar via se nel profondo dell’inconscio, o verso la cima, nel fitto della selva, sentiamo qualche colpo d’archibugio, oppure se intravediamo, in mezzo alle foglie, la lama del coltello del brigante luccicare alla luna.
La realtà non è semplice, non è una, e la montagna ci aiuta a ritrovare un sentiero che, in fondo, ben conosciamo e dal quale siamo irrimediabilmente attratti. Così anche le parole, non sono solo quelle che conosciamo. Ce ne sono altre milioni, come le stelle…

Sotto la cupola del cielo
Piegano i calici lo stelo
Dall’ansa colano le stelle,
Bollono i pollini, anzi pullulano
Dove si cullano i corimbi
Vaga il sospiro dell’anemone
E goccia il pianto dell’amono
E i nembi un demone dischioma (…)

Pico e i monti Aurunci (Foto di Franco Carnevale tratta da www.comeinciociaria.it)

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