Reportage

Può un paese essere un seme?

C’è già aria di neve qui a Leonessa, almeno dieci gradi di meno rispetto alla valle dalla quale siamo saliti. Si cammina piano e con lo sguardo curioso tra i palazzetti di pietra con le incisioni sugli stipiti dei portali, le belle facciate delle chiese, le porte urbane, il corso, il santuario di san Giuseppe, la grande piazza con i portici che sale verso la chiesa di san Pietro. Dietro, a far da quinte, le montagne, il verde scuro dei boschi interrotto dalle bianche pietre della torre Angioina. Per strada pochi passanti si salutano, s’infilano nel negozio d’alimentari, in un paio di bar e si fermano davanti alla trattoria.
Tutto contribuisce a far apparire il paese come un posto fuori dal tempo. Lo è soprattutto per me che ci ho trascorso la prima vacanza in montagna della mia vita quando avevo appena cinque anni, con i miei genitori. Così piccolo, in un posto così diverso dalla mia città, potevo provare solo meraviglia e stupore. Continuo a provarli ancora oggi quando salgo quassù a cercare, o a ritrovare qualcosa.
E mi chiedo: può un paese essere un seme? E non so se a chiederlo sia l’adulto o il bambino.

Particolare del chiosco di San Francesco a Leonessa

Leonessa affascina ancora, sempre. A cominciare dal nome, che da bambino mi piaceva tanto, è un paese speciale, sembra quasi un borgo alpino prestato all’Appennino. Sotto al massiccio del Terminillo, sotto al Tillia e al Cambio, al termine della boscosa Val Leonina, che scende dalla sella di Leonessa, da quota 1900, Leonessa è figlia della montagna; aveva quasi 9000 abitanti nel 1900, adesso ne ha solo duemila, ma conserva dieci chiese e quaranta frazioni. Anche per questo Leonessa è testimone di un altro mondo e di un altro tempo. Eppure è ancora qui. Come Mario Polia, che ci aspetta nel suo regno, dentro lo splendido chiostro del convento di San Francesco, direttore, custode, guida e factotum del museo demo-antropologico del Comune. Polia, con la sua vita straordinaria di antropologo e archeologo in mezzo mondo, sempre sul campo, dalle Ande al Sudan, è anche il custode dell’anima di quest’altipiano. Qualche anno fa, insieme a Fabiola Chàvez Hualpa antropologa peruviana specialista del mondo femminile rurale, ha realizzato una ricerca accurata intervistando gli anziani, ascoltando le loro voci alle quali quasi nessuno sembra dare più importanza. (1).
Per dare un senso a questo lavoro di ricerca i due antropologi avevano ben in mente le domande alle quali anche Ernesto De Martino più di settant’anni fa, cercava risposte con i suoi studi. “Perché, oggi, dobbiamo raccogliere il nostro «folklore», o, come direi meglio, il nostro materiale etnologico nazionale? Perché dobbiamo studiarlo? Che cosa significa questo nostro studio nel quadro generale della attuale cultura italiana?”.

Dobbiamo farlo, risponde Polia, “…perché il patrimonio culturale della società rurale agricola e contadina, con la scomparsa degli ultimi depositari di quanto resta, non sparisca nel nulla”. “Dobbiamo raccogliere quel patrimonio perché possa essere consegnato alla storia dell’uomo”. “Le radici di questa cultura affondano in insondabili profondità, in un humus che appartiene per sua natura alla visione dell’homo religiosus. Ecco il senso di queste estreme testimonianze raccolte oggi, mentre una monocultura trionfante si appresta a dettare le norme del nuovo assetto planetario e del nuovo ordine etico nel segno d’un globalismo che, per affermarsi, ha adottato il criterio dell’imposizione d’una monocultura e l’ideologia dell’etnocentrismo eretta a criterio di verità. Un globalismo che applica il metodo dell’omologazione ottenuta mediante lo sradicamento e il soffocamento sistematico delle alterità culturali. Una monocoltura aggressiva che, in nome del progresso, ove non reputi opportuno distruggere direttamente le tradizioni, le ingloba, reinterpreta, digerisce e riduce a mode culturali, a residui dati in pasto ai mass media ed alle sette neospiritualiste, le svilisce a “folklore borghese consumista. Una monocultura che falsa e denatura volutamente i valori della cultura preborghese mediante il recupero a scopo lucrativo delle festività popolari, del patrimonio favolistico, della gastronomia, dell’arte rustica, dei canti popolari”. “Quel che abbiamo potuto raccogliere sono solo le sparse vestigia di un vasto naufragio”, continua il professor Polia. Eppure qui, sull’altipiano di Leonessa, un vero e proprio crocevia geografico e culturale, la civiltà rurale ha convissuto e si è sviluppata in una dimensione autenticamente europea con la sovrapposizione di culture che si sono avvicendate nei millenni: Sabini, Romano-Sabini, Longobardi, Carolingi, Svevi, Angioini e Spagnoli.

Nelle voci dei tanti testimoni anziani intervistati da Polia emergono frammenti di un sistema sociale e culturale disintegrato. Un sistema molto diverso dal nostro, dove ancora, a distanza di quasi tremila anni si continuava a cercare la pax deorum. Si credeva, infatti, che “solo un corretto rapporto fra umano e divino potesse garantire l’ordinato svolgimento dei cicli stagionali e naturali e, quindi, la salute e l’abbondanza”.
E poi qui, fino all’immediato dopoguerra, erano ancora forti e sentiti i legami col microcosmo della famiglia, “…c’era un profondo il rispetto per gli anziani e per il mondo di valori che essi esprimevano. (…) L’anziano serviva da esempio e pietra di paragone nell’ambito etico e religioso e metteva, inoltre, a disposizione del gruppo il tesoro prezioso della sua esperienza di agricoltore, allevatore, artigiano, padre e sposo. Suo compito era testimoniare i valori fondanti della famiglia e della società e, trattandosi di valori etici e religiosi, tale compito era per sua natura sacro. Per raggiungere questo scopo, oltre che dell’esempio, l’anziano si serviva della parola utilizzando quel formidabile strumento di educazione che è la favola e il racconto, spesso in rima, narrato accanto al fuoco della sera”.

Dagli anni ’50 del secolo scorso il cambiamento è stato vertiginoso e rapidissimo.
“A un ethos si è sostituito un ethos diverso e spesso opposto”. Uno strumento fondamentale di questo cambiamento è stato l’introduzione della televisione, che alcuni testimoni anziani tra quelli interrogati nelle campagne dell’altopiano di Leonessa definiscono come “lu sfasciafamije”.

Riflessioni analoghe vengono dallo studio del ciclo delle feste annuali, gran parte delle quali legate agli stessi cicli agricoli: “…le feste dei santi patroni dei villaggi, le feste dei patroni delle attività pastorali, le processioni dei morti, le novene, ma anche le feste in occasione del battesimo, della prima comunione o del matrimonio, del Carnevale, della mietitura e quella che accompagnava l’uccisione del maiale”. Questo feste erano un ancoraggio nel tempo che si ripeteva di anno in anno. Come scrive il filosofo Byung-chul Han le feste rappresentano nel tempo quel che la casa rappresenta nello spazio. “La festa – aggiunge Polia –era anche un momento importante di coesione del demos: il clima festivo favoriva intensamente la socializzazione; rinsaldava i vincoli di parentela, riaffermava l’identità culturale della classe rurale e del villaggio che si stringeva compatto attorno ai suoi santi ed alle proprie tradizioni”.

Infine il sacro, anche qui, nelle interviste raccolte, c’è la testimonianza di un approccio molto diverso rispetto a quello dei giorni nostri. Nelle campagne di Leonessa come in molte aree dell’Appennino il dio degli avi, “era un padre solerte e benevolo ma terribile nei castighi, signore della neve, della pioggia, della folgore, del sole. Un dio dal cui volere dipendeva l’ordinato alternarsi delle stagioni, la fertilità della terra, la fecondità del bestiame, la buona riuscita dei matrimoni, la crescita dei figli; il cui volere poteva essere propiziato con la preghiera tramandata dagli anziani, sacerdoti del culto domestico, coi gesti abituali e sentiti della devozione popolare oltre che dalle preghiere celebrate dall’officiante. Un dio-bambino che non disdegnava sedersi, la notte di Natale, sulla seggiola che il padre sistemava per lui accanto al rinnovato fuoco, prima che la famiglia andasse a dormire”.

Il museo demo-antropologico di Leonessa

Tornando a camminare per le silenziose vie di Leonessa mi chiedo a cosa serva ancora questo centro storico, le sue tante e vuote chiese, i palazzi pressoché disabitati eppure ancora bellissimi nei loro decori, nella loro imponenza, i conventi senza più frati e monache…
Le ricerche del professor Polia, il suo piccolo museo antropologico e analogico, la bellezza dei palazzi e il senso del sacro degli edifici di culto che permane, il rapporto tra il paese e la natura circostante, stanno lì a testimoniare che c’è stato non solo un altro mondo, ma soprattutto un altro modo di affrontare la vita prima del nostro. Non necessariamente più comodo più giusto, ma c’è stato. Tutto questo va ricordato e conservato come un seme.

C’è un luogo dove vengono conservati i semi di tutte le specie vegetali del mondo, la Svalbard Global Seed Vault: qualcuno la chiama la banca dei semi dell’Apocalisse. Si trova nell’arcipelago delle Svalbard in Norvegia, è scavata nel permafrost ed è stata progettata per conservare i semi come riserva globale in caso di guerre o eventi devastanti.
Anche Leonessa e tanti, tanti paesi dell’Appennino sono semi che racchiudono una memoria preziosa da fare germogliare su altri terreni, nel futuro che ci aspetta e che, nella complessità di questo presente, non si mostra ancora nella sua compiutezza. Questi semi, i semi dei paesi d’Appennino vanno protetti e conservati in maniera adeguata e amorevole, al pari di quelli della banca dei semi dell’Apocalisse, perché sono semi che possono germinare altrove, semi di futuro e di salvezza.

“Se cantava, da tutte le parti, se cantava. Noi se cantava sempre, al mulino, quando se mieteva il grano, eravamo molto allegri ‘na volta. Mo, adesso, vedo ‘sti ragazzi… ma ‘na volta se cantava. Era ‘n altra vita”.

La piazza di Leonessa

(1) Tutte le citazioni di questo articolo sono tratte da “Mio padre mi disse. Tradizione, religione e magia sui monti dell’alta Sabina”di Mario Polia e Fabiola Chavez Hualpa – 2002 

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