Una smemorata città d’Appennino

La questione è dove camminiamo, dove teniamo i piedi. La terra è sempre quella. Arriva altra gente, tutto si mescola, c’è confusione, c’è inquinamento, non solo dell’aria. Ma continuiamo a camminare. Con i piedi per terra.
Questa città d’Appennino è cambiata. Dicono che il cambiamento sia la sua vocazione. Il cambiamento è bello, è buono, porta crescita e progresso. Ma non tutto può cambiare, non tutto deve cambiare. La terra non cambia.
Questa città d’Appennino per millenni è stata tutt’uno con il suo territorio, con la sua valle e le sue montagne.
Si nutriva del suo territorio, ma non lo consumava, usava l’energia delle sue acque, ma non le sporcava, prendeva i colori delle sue montagne e ci dipingeva le strade e le case. Festeggiava le stagioni delle sue campagne e ne conosceva i ritmi.
Miseria e bellezza non necessariamente abitavano separate. E la bellezza nutriva l’anima del povero e del ricco nelle chiese, nelle piazze. Non tutto era bello in quel mondo. Non tutto era comodo, quasi tutto era più semplice. Perfino la malattia e la morte.

La città di oggi non è nel suo territorio. E’ contro il suo territorio. I suoi abitanti non sanno più dove sono: potrebbero vivere qui, o altrove. Come molti burattinai auspicano. Sradicati non conoscono più le feste rituali, hanno case piene di oggetti, ma prive di focolare. Non vanno in chiesa perché il sacro non fa più parte del loro mondo. Hanno tante medicine, ma temono la malattia più dei loro avi.

Il fatto è che, nonostante tutto, questo territorio d’Appennino che circonda la città, che arriva fin dentro alla città con il suo fiume, è un territorio potente. E’ impossibile rinunciarci o pensare di poter fare a meno dei suoi effetti, vivendo qui. Peggio ancora è pensare di vivere qui contro di esso.

Le sue acque, i suoi odori, i suoi colori, il suo cielo, la sua umidità, i suoi alberi, i suoi paesaggi, sono dentro di noi. Che lo vogliamo o no. Distruggendoli, distruggiamo una parte di noi stessi. Credendo di poter vivere senza questi influssi, avremo bisogno presto di uno psicanalista.

Per questo serve una nuova alleanza con il nostro territorio, per andare avanti, non per tornare indietro. Il cambiamento si può fare anche guardando le nostre radici e reinterpretandole con la modernità.
Ma non abbandoniamo mai il genius loci. Mai: quando costruiamo una casa, quando pensiamo ad un nuovo sistema di produzione, quando mangiamo, quando beviamo. Non dimentichiamo mai che i nostri piedi sono su questa terra e ne fanno parte. Anche se a volte ci sembra di affondare.

Dedicato a Terni, una città che ha dimenticato di stare in mezzo all’Appennino.accia

2 pensieri riguardo “Una smemorata città d’Appennino

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