Curarsi con le pietre, i santuari terapeutici in Appennino

C’è stato un tempo, molto lontano, nel quale le porte della percezione erano aperte. Ci sono luoghi che aiutano ancora a tenerle socchiuse. Sono luoghi nascosti, scuri, sotterranei, nell’Appennino più profondo: si possono trovare seguendo certe linee, certe energie…

Entrarci è piuttosto semplice, non bisogna essere speleologi, basta chinare un po’ la schiena e stare attenti a non battere la testa.

Siamo in una piccola cavità, appena sotto una enorme pietra di calcare, come infissa nel terreno scuro, tra le foglie gialle e marroni che lo coprono, nel bosco di lecci e di faggi, tra muschi e felci. La grotta sembra fatta su misura, devia leggermente a destra e in fondo, in una specie di camera, e lascia spazio appena sufficiente per un sedile naturale, un minuscolo giaciglio. Ti stendi sulla roccia e sei nel ventre della terra.

Dopo un po’, nella luce fioca che filtra attraverso la ramaglia all’ingresso della grotta, ti sembra di sentirne se non il respiro, almeno le vibrazioni, l’energia.

Esattamente in questo stesso punto veniva a coricarsi – e forse a caricarsi Francesco d’Assisi.

Siamo sui Monti Martani, una propaggine dell’Appennino umbro, nei pressi di Cesi e dell’antica città romana di Carsulae, pochi metri sotto il convento francescano della Romita, uno dei più autentici e sperduti eremi della regione che dette i natali al santo patrono d’Italia.

Qui Francesco si fermò nei suoi vagabondaggi montani e scrisse l’Exhortatio ad laudem dei, che poi divenne il Cantico. In questa piccola grotta, come in tante altre incontrate e frequentate durante i suoi cammini, il santo di Assisi, con la sua straordinaria, arcaica sensibilità, avvertiva qualcosa, un’energia, un magnetismo, forse.

Pochi chilometri ad Est, in direzione dell’Appennino vero, in Valnerina, la lunga e stretta valle che unisce l’Umbria alle Marche seguendo il corso del fiume Nera dalla sorgente dei Sibillini, ci sono molte altre cavità naturali sui fianchi delle montagne.

Grotte ricche di acque sorgive o filtranti e cariche di energie. Vi trovarono sede culti arcaici e leggende millenarie, sibille, divinità del sottosuolo, draghi, streghe, folletti e poi eremiti.

Tanti eremiti che arrivavano in questi luoghi dal Medio Oriente, dalla Siria, attratti come da una calamita. Erano anacoreti come Spes, Eutizio, divennero cenobiti seguendo gli insegnamenti e la Regola di Benedetto.

Ma quel che c’interessa è che anche loro, i monaci siriaci, vivevano nelle grotte e dormivano sulla roccia cercando di sentirne il fuoco, con la fede e la capacità di percezione.

Per entrare in quest’altra grotta non c’è bisogno di chinarsi: è sotto a un grande blocco di calcare, ma da secoli è all’interno di una chiesa dedicata a Sant’Antonio, eremita egiziano, fiero e astuto combattente del demonio.

Come un druido dalla lunga barba bianca Antonio ci aspetta all’ingresso della grotta. La sua effigie di pietra colorata con ai piedi il maialino-cinghiale va aggirata per toccare il fondo della cavità. Qui ci sono delle nicchie, nelle quali, secondo la tradizione locale, è bene appoggiare la schiena per guarire dai dolori. E poi occorre bagnarsi con le miracolose acque che filtrano dalle pietre e che ringiovaniscono le giunture delle ginocchia.

L’eremo di Sant’Antonio a Polino è uno dei tanti, tantissimi santuari terapeutici disseminati sulla dorsale appenninica. Qualcuno dice che la disposizione geografica di questi santuari nei quali ci sono sempre delle rocce e delle acque alle quali vengono attribuiti poteri miracolosi, segua una linea, o delle linee di energia sotterranea. Forse le faglie stesse che fanno tremare il nostro Appennino liberando energie profondissime.

Se fosse vera quest’ultima ipotesi, la dimostrazione più eclatante verrebbe da Sant’Eutizio, splendida ed elegante culla del monachesimo benedettino, in Val Castoriana tra Preci e Norcia, semidistrutta dal terremoto del 2016. Nella chiesa abbaziale c’era un altare particolare: per antichissima tradizione, strisciando sotto di esso si poteva guarire dal mal di schiena, grazie ancora alla fede e all’energia delle pietre e del terreno. Un’energia dirompente che si è scatenata nell’ultimo devastante evento sismico la cui faglia è stata individuata proprio qui sotto.

Stesso discorso potrebbe valere per il santuario dei Santi Pietro e Paolo a Cancelli, sulla montagna di Foligno, altro luogo sismico e di cura legata alle energie della terra trasmesse, in questo caso a una famiglia che di generazione in generazione è capace di alleviare i dolori della sciatica, segnando i sofferenti all’interno della cripta, in un luogo già frequentato in età protostorica e colpito duramente dal terremoto del ’97.

Potremmo viaggiare per centinaia e centinaia di chilometri su e giù per l’Appennino da Nord a Sud e continuerenmmo a scoprire luoghi carichi d’energia con i loro segnavia ben evidenti. Pietra Perduca, ad esempio è uno spuntone di roccia inconfondibile sopra le colline piacentine della Val Trebbia. Qui c’è una chiesetta medioevale, dove già si onorava Giove Pennino Sotto questo sasso, davanti alla chiesa, due vasche scavate nella roccia, i “letti dei santi”, dove l’acqua non evapora mai, neanche d’estate e nemmeno ghiaccia d’inverno. Qui si compivano riti d’immersione per le donne che volevano avere figli.
Potremmo continuare dal Monte san Biagio di Maratea con la chiesa di San Vito e le sue pietre, fino a tornare in Valnerina con la chiesa di San Felice, il suo drago e le sue acque miracolose, come quelle di san Giovanni nella chiesa di santa Maria di Pietrarossa che coserva una roccia dove le donne dovevano infilare un diito per diventare feconde.

Potremmo continuare, ma lo faremmo solo per avere conferme. L’Appennino è percorso da linee d’energia sotterranea che possono guarire o distruggere.

Di sicuro è carico di un’energia talmente potente tanto che potrebbe cambiarne ancora una volta la storia, facendolo tornare ad essere il centro e la spina dorsale del nostro Paese, distribuendo quest’energia accumulata per tanti millenni a terre e pianure che invece ne sono sempre più carenti. Questo sì sarebbe un miracolo!

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