Le montagne dell’io sottile

L’Appennino è un luogo dove si affina l’aria, dove si estende il sentire, dove – talvolta – si entra in contatto con altri mondi, superando e sorvolando il proprio io.

Se si pensa che l’anima possa essere conosciuta sulla via e costruita passo dopo passo, in questo senso l’Appennino è la poesia che aiuta a crearla, è poiesis, forza creativa; è il luogo dei paesaggi poetici, dell’immaginazione, dove sulle cime – e non solo – s’incontrano gli dei, entrando in confidenza con loro. È, in definitiva, spazio armonico inviolabile che consente di dilatare il proprio spazio personale, assegnandogli un senso, ma non una direzione.

Senza scomodare la gnosi, o la psicologia profonda, un buon modo per fare anima, è dunque quello di vivere e sentire la montagna, l’Appennino innanzitutto.

Così può succedere che sui crinali, sugli altipiani, sui valichi, ci ritroviamo a fare i pastori, come i nostri progenitori. Può accadere che ci sentiamo, seppur per pochi e luminosi istanti, pastori dell’essere, come suggeriva Martin Heidegger.

Si dice che non sarà mai possibile trovare i confini dell’anima per quanto si possa camminare: in montagna se ne ha una rappresentazione plastica che manca invece nel mondo domestico, cittadino o virtuale, dove l’anima sbatte sugli schermi, sui muri dei condomini, abbagliata dai led delle insegne, o delle Tv.

Qui, sui monti della prima Italia, l’io si fa sottile, il soggetto trascende non solo sé stesso, ma anche l’oggetto.

Così, a ben cercarle, in Appennino si troveranno miniere, dove le gemme più preziose saranno tali da illuminarci interiormente, donandoci visuali e prospettive nuove.

Così, se la salvezza è un evento che ha luogo nell’anima, stando sulla cima e non nel chiuso di una stanza è più semplice intuire che quest’anima non è solo la nostra, ma è l’anima del mondo. Perciò la conoscenza salvifica non è solo un fatto personale, ma ha a che fare con la ri-animazione del mondo.

Quindi cosa dobbiamo fare, giunti a questo punto del sentiero? Niente. Dobbiamo lasciare essere l’anima e guardare il panorama, oltre. Dobbiamo lasciare essere il mondo. Dobbiamo lasciare essere l’essere.

Ci sono dunque situazioni e luoghi nei quali l’essere appare velato e altri nei quali i veli si sollevano, per qualche raro istante, mostrando aure.

Così i culti più antichi e immaginali erano intimamente legati a questi luoghi alti d’Appennino e  riconoscevano i numi nella natura, nelle fonti, nei monti, nei boschi, nei fulmini…

Nel nume, nel suo cenno, intuivano la potenza divina, o la potenza dell’essere.

Così l’Appennino trasmuta da categoria orografica in categoria interpretativa, da terra interna a terra interiore e torna ad essere luogo della riflessione, della ricerca, del dialogo con il metafisico.

Così in Appennino si può trovare l’anima, assottigliando il proprio io, si possono incontrare di nuovo gli dei.  

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