I Monti Sabini, Vacuna e quel meraviglioso senso di vuoto

Se l’Appennino ha un’anima è molto probabile che stia in Sabina, giusto al centro della catena montuosa. Di questa lunga striscia di montagne che ha messo radici in mezzo ai mari, i Sabini sono stati il popolo semente. I padri dei popoli italici vivevano qui, in queste selve ancora ben conservate dopo tremila anni, ma che nella Prima Italia dovevano essere ben più estese e avvolgenti.

In questo mondo selvatico, del quale gli uomini non si sentivano ancora padroni, i patres ascoltavano e guardavano con stupore la natura e gli dei. Alzavano gli occhi al cielo e scrutavano il movimento degli astri, coglievano il veloce passaggio di un cinghiale nel fitto dei boschi, la luce filtrante in una foresta. Ascoltavano i rumori, lo scroscio delle acque dei ruscelli, il suono del vento tra le fronde, il canto degli uccelli e soprattutto i silenzi, gli immensi silenzi.

Sulle pendici del boscoso monte Tancia c’è un luogo sacro ad una delle più importanti divinità dell’antico popolo dei Sabini, la dea Vacuna che, insieme a Feronia, rappresentava lo spirito femminile della fertilità e della natura. Ma Vacuna era la dea silente, la dea che c’è e non c’è, che non si può scorgere, non si può sentire, che non è intellegibile. Se non nella contemplazione della natura, laddove la conoscenza è nulla senza fede.

Vacuitas è l’etimo trasferito dalla divinità sabina al latino e poi nella nostra lingua, a indicare il senso di vuoto.

Dall’osteria di Tancia, antico punto di ristoro sulle vie di passaggio di pastori e transumanze che scendevano o salivano tra le montagne, la valle del Tevere, l’agro romano e che porta nel nome (Tancia) la storia dell’incastellamento medievale di questi territori, si scende nella Valle Gemini, in mezzo ai boschi, giungendo nell’ombrosa frescura della forra dove scorre il torrente Galantina. Qui s’ammirano piccole e suggestive cascate, con pozze che prendono il nome dal demonio, ma intorno alle quali non è difficile immaginare gli allegri bagni delle ninfe.

Proprio dal diavolo, dai serpenti e dal mitema della signora della caverna, inizia un’altra storia. Ora bisogna risalire nel bosco sempre più fitto dove s’incontrano i primi faggi, finché non si giunge in una radura sovrastata da un’enorme parete rocciosa. In cima alla parete c’è l’ingresso della grotta. Dal quarto secolo dell’era cristiana è stata dedicata all’arcangelo Michele e leggenda narra che papa Silvestro, l’eremita del Soratte, colui che guarì e convertì Costantino, vide l’arcangelo piombare su questo monte e uccidere la grande serpe che era rintanata in quel buco.

Le pozze del diavolo

Il demone, il daimon, la dea, l’inquilina sfrattata era proprio Vacuna, che – come altre grandi madri – risiedeva nelle cavità della terra, ma che – a differenza di altre sorelle – non curava con le erbe, non riservava vaticini ai pellegrini, o rituali d’altro tipo. Piuttosto – ci piace pensare – fosse dispensatrice di silenzi e vacuità.

Vacuna era una dea venerata in diversi altri luoghi della Sabina, a cominciare dal sacro lago di Cotilia, dotato di un’isola galleggiante che poteva esserci, come poteva non esserci.
Quel lago oggi si chiama Paterno e fu punto di partenza di ogni ver sacrum dei Sabini, vero e proprio ombelico della Prima Italia.

Il lago di Paterno

A Vacuna sono legati i paesi di Vacone dove ogni estate si organizzano i Sacra Vacunae, Bacugno e Bocchignano e diversi altri toponimi.
In suo onore nell’antica Roma si celebravano i Vacunalia all’inizio di dicembre e al termine dei lavori agricoli.
Il nome della dea sabina resta dunque legato all’ozio e alla contemplazione, derivandone perfino il termine vacanza.

Nell’eremo del Tancia, varcato con emozione l’ingresso della cavità, quasi come il Meschino nei non lontani e altrettanto sacri monti della Sibilla, cercherete invano la dea. Troverete invece tracce di affreschi, San Michele che schiaccia il serpente, un antico ciborio, pareti di calcare annerite dal fumo, stalattiti….tra queste ce n’era una che forse ritraeva le fattezze della dea. O magari era scolpita dalla natura stessa. Ma quella stalattite che c’era, ora non c’è più. Qualcuno l’ha fatta sparire, credendo di essersi appropriato di un antichissimo e prezioso simulacro della dea.

L’immagine di Vacuna trafugata dalla grotta

Eppure quel furto sacrilego è stato forse l’onore più grande per la dea silente e invisibile, la dea che non può essere raffigurata. Perché la vacuità, il vuoto non possono essere visti se non con l’occhio interiore di chi assottiglia il proprio io. Così il vuoto si trasforma in pienezza e plenitudine e la vacuitas in esenzione dai tormenti. Così si ridestano la tacita e mimetica Vacuna con le sue ninfe, dimostrando ancora una volta che queste montagne nascondono segreti evidenti, oggi nascosti agli occhi dei turisti e dei superficiali, ma ben chiari alla stirpe sabina nota già ai Romani per l’indole austera, volta alla semplicità, all’essenzialità, ma anche per la profondità dei riti e il senso del sacro.

Contempla il mondo come vacuità, o Mogharajan, sempre restando rammemorante, così disse il Beato.

Sutta Nipàta, 1119, in Canone Buddhista
La grotta di san Michele

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