I misteri di Morro e la Vergine delle rocce sabine

In montagna il camminatore dello spirito procede per analogie. Se nel cammino dal basso all’alto la vetta rappresenta il punto di congiunzione tra terra e cielo, la grotta è invece l’inizio di un viaggio verso la propria interiorità più nascosta. Culti antichissimi sono legati alle profondità della terra, alle sue energie ctonie che si allineano o si sovrappongono a quelle dell’inconscio.

Nel cuore di terra degli Appennini, tra fitti e oscuri boschi di lecci penetrati da rari raggi di sole, sotto falesie calcaree a picco che imbiancano improvvise il profilo delle alture, in mezzo a porte di pietra sostenute da colonne di stalagmiti e decorate dai merletti delle stalattiti, risiede quest’anima, custodita da serpenti e draghi, cullata da una grande madre, sempre vergine, sine macula.

Tra i serpenti e la sapienza della madre, come in un viaggio iniziatico che non ti aspetteresti di affrontare proprio qui, c’è però bisogno dell’intervento di un mediatore, di un angelo guerriero.
San Michele Arcangelo, con la sua spada sguainata, custodisce le grotte di mezza Europa, dalla Cornovaglia alla Bretagna, dal Piemonte al Gargano. Lo stesso San Michele e il culto micaelico interpretano un ruolo particolare nell’Appennino centrale, in Umbria e nella Sabina dove l’arcangelo guerriero venne adottato dai Longobardi come nuova ierofania del tanto amato e rispettato Odino.

Così San Michele si è insediato sopra ai monti-santuari di pietra, in Valnerina, dominando Ferentillo e la longobarda abbazia di San Pietro in Valle; ma l’Arcangelo e la sua spada tengono a bada i demoni anche nelle grotte del Tancia, oppure in quelle appena sotto al Terminillo, in Sabina, sullo scoglio di Sant’Angelo nella Valle Avanzana.

Qui, a Morro, al pari di altri luoghi micaelici, la grotta di San Michele, frequentata da tempi immemori, è stata trasformata in eremo, perché nel senso del sacro c’è una continuità, orientata dai mitemi e dagli archetipi che quasi sembrano giocare a rimpiattino in culture e religioni diverse.

Dal piccolo borgo di Morro, come in processione, nel mese di maggio si va ancora verso San Michele e i suoi misteri. Bisogna prima scendere e poi risalire tra i boschi, lungo sterrate e sentieri; infine, giunti allo scopulus, allo scoglio e all’eremo e varcate le porte d’ingresso della chiesa rupestre accanto alla falesia, ci si addentra nei meandri di una cavità dapprima ampia e voltata e poi a forma di utero.

All’ingresso, appena gli occhi si adattano alla penombra, con un brivido dovuto anche all’abbassamento della temperatura, ci si ritrova immediatamente di fronte a lui, l’arcangelo Michele, dipinto su un tabernacolo staccato dalle pareti che sembra posto lì a sorvegliare la parte più profonda della grotta, a fare da barriera.

San Michele, come di consueto, trafigge i demoni: sul suo modesto altare, ornato da un cristogramma, c’è una teca di vetro con ossa umane. Occorre superare tutto questo e sperare che il santo guerriero abbia fatto per bene il suo lavoro a protezione delle profondità della caverna e del vostro inconscio. Magari rivolgendogli una muta preghiera.

Se così è, o se cosi ritenete che sia, potrete proseguire oltre il tabernacolo in questo piccolo e breve percorso d’iniziazione che vi porterà in pochi metri sulla parete di fondo della caverna. Dove lei vi aspetta.
Una vergine dipinta sulle rocce, con in braccio, quasi aggrappato, il bambino. Una madre bionda, dai bei lineamenti, serena e protettiva che si offre a noi, orfani della bellezza e del sacro, eppure sempre in cerca dell’anima, nel profondo…

Uno dei simboli più potenti che costellano l’idea di anima nell’immaginario cristiano è quello della Vergine. Nel simbolismo mariano la Vergine Maria è la Ianua Coeli, la porta misteriosa che, per opera dello Spirito Santo, può trasfigurare la terra che vincola l’uomo al mondo e alla morte e introdurlo al cospetto di Dio. Questo ruolo di Mediatrice tra uomo e Dio viene svolto dalla Vergine in uno spazio puro e incorrotto, celato nel profondo dell’anima e che dell’anima costituisce l’aspetto più vitale. Ogni uomo nasconde nel cuore, secondo questa concezione, un calice che ha il potere di ricevere in sé una “sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4, 14) e che rende fertile quella parte di Terra Vergine che portiamo in noi. Per molti padri della chiesa il concepimento del Cristo è anche una allegoria di ciò che ogni uomo è chiamato a ripetere dentro di sé (citiamo, tra gli altri, Sant’Ambrogio: “Quando un’anima si converte viene chiamata Maria”…“e diviene un’anima che spiritualmente genera Cristo”, “De Virginitate”, 4,20 PL 16, 271 e San Giovanni Crisostomo che sostiene che ogni anima porta con se, in un grembo materno, il Cristo, “De Caeco et Zachaeo”, 4, PG 59, 605)
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Alessandro Orlandi

L’anima, è anemos, un vento, un soffio interno collegato al respiro, forse al respiro stesso dell’universo. L’anima si accompagna alla domanda di senso e alla necessità di collegare il microcosmo con il macrocosmo. Per i montanari, la grotta alla vetta.

I sentieri del materialismo ci conducono altrove, quelli di Morro e dello scopulus di san Michele ci riportano verso casa.

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  1. La Vergine, l’anima e il sale filosofico degli alchimisti – di Alessandro Orlandi

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