Ciccilla e il passaggio al bosco dei briganti

Ciccilla, ovvero Maria Oliverio, era una brigantessa. L’unica capobanda nella guerra civile del Sud contro i Savoia, o meglio nell’ennesima effimera e violenta ribellione senza speranze, per l’affrancamento dalle catene dello sfruttamento, per una illusoria libertà.
In quanto brigante e donna, la storia di Ciccilla è stata sempre molto raccontata. A cominciare da Alexandre Dumas, quando, subito dopo l’annessione, scriveva da giornalista per L’Indipendente di Napoli. Qualcuno dice che proprio dalle vicende di Ciccilla e di suo marito Pietro Monaco, Dumas abbia colto l’ispirazione per il suo Robin Hood.

Su Ciccilla da poco è uscito il bel romanzo di Giuseppe Catozzella, “Italiana” (Mondadori, 2021).
Quel che ne emerge, in una scrittura scorrevole e a tratti emozionante, è anche il rapporto di Maria/Ciccilla con il bosco e con la montagna d’Appennino che, nel suo caso, è la Sila Grande e in particolare il monte Botte Donato, sopra il paese d’origine di Maria, Casole Bruzio.

Sila deriva il suo nome dal latino silva e dal greco “ὕλη”, col medesimo significato di “foresta“. La Sila era nota infatti come la foresta dei Bruzi. Ma alla radice del termine Silva, secondo alcune interpretazioni, c’è l’indoeuropeo surya che può voler dire luce suprema e fuoco. La luce che filtra tra gli alberi, in questo caso abeti e larici, oppure quella che viene dal fuoco che arde dal legno delle selve, percorse da carbonai, come il marito di Maria “Ciccilla”.

Così fin da bambina la Ciccilla di Catozzella vede nel bosco e nel monte la naturale via verso la libertà, la giustizia e la ribellione: verso la luce ed il fuoco che avvampa, purifica e distrugge.

Io ho guardato fuori dalla finestra. In lontananza c’era la montagna, più in là c’era il bosco di Colla della Vacca. Sarei scappata lì, solo lì c’era la salvezza.
(Italiana, di Giuseppe Catozzella)

Maria nel romanzo fugge tre volte verso il monte, ovvero per tre volte vi cerca riparo, consolazione, protezione e vendetta: quando sa che verrà data in adozione e dovrà lasciare la sua famiglia d’origine, quando l’imprevisto ritorno della sorella gli toglie il posto nella sua povera casa, quando dopo l’omicidio della sorella stessa e la fine dei sogni garibaldini di giustizia sociale e di spartizione delle terre, si fa brigante, insieme al marito.

Il bosco, la selva, il monte ed il selvatico sono, in effetti la sede di ogni ribellione brigantesca d’Appennino. Non solo la Sila di Ciccilla e di Pietro, ma i boschi del Vulture di Carmine Crocco e di Ninco Nanco tra Campania e Basilicata, quelli della Montagna dei Fiori e del Piceno per Giuseppe Costantini “Sciabolone” e per Giovaanni Piccioni e il suo grande platano; quelli della Sabina per la banda Viola e quelli dell’Appennino marchigiano per la banda Grossi

In questo salire al monte riecheggia il passaggio al bosco jungeriano dove Il Waldgänger è una rappresentazione contemporanea dell’archetipo dell’Uomo Selvatico, colui che si salva grazie al suo sapere naturale, colui (o colei) che cerca la giustizia nel principio delle cose, nella loro causa prima, priva di mediazione: lo cerca dunque nella selva oscura, o magari scavando in profondità nell’inconscio. Che forse è la stessa cosa…

Così i briganti possono essere considerati come l’inconscio del nostro popolo d’Appennino, che ogni tanto riemerge, come la lava d’un vulcano. Una zona d’ombra, oppure di luce più profonda, oltre le normali categorie del bene e del male.
Il loro codice morale, quando i pozzi sono secchi o inquinati, attinge direttamente al fiume. E attira con una promessa di ribellione e di libertà che sconfina nel mistero del sacro, ovvero rappresenta il modo più naturale di rendere sacro qualcosa, di sacrificarsi, per un mondo diverso, per un sogno che risplende tra le tenebre, come un raggio di sole che penetra nel fitto della selva.

Vivevo secondo i cicli naturali del sole e della luna, secondo quelli delle stagioni, come aveva vissuto zia Terremoto…da quando vivevo nel bosco, a colpirmi più di tutto era la luce. Si presentava timida col sorgere del giorno, ma appena il sole superava i fusti scoppiava dentro il cielo e bruciava tutto. Ogni mattina fissavo quel miracolo con occhi bene aperti: era una luce che si sottraeva all’ingiustizia, che rinnovava la forza di lottare.
(Italiana, di Giuseppe Catozzella)

Diciott’anni, o mio Signore,
sono belli da portare.
Com’è bella da donare
questa vita quand’è in fiore.
Il brigante contadino
l’ha falciato l’oppressore,
come un filo d’erba dritto
disarmato dalla morte
dorme un sonno di bambino
coricato alle tue porte.
O Signore, tu lo puoi:
dagli il cielo degli eroi.

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