Montagne di libri

Una storia ribelle per un Appennino dove i cani parlano

Ci sono molti modi di riabitare l’Appennino e altrettanti per raccontarlo. Arjuna Cecchetti già dalle prime pagine del suo nuovo libro Questa è una storia ribelle | Dalia Edizioni, ci fa scivolare dentro una storia che parla di un Appennino ferito due volte, dal terremoto e dalla ricostruzione. Ce lo mostra con gli occhi di due ragazzine che hanno perso quasi tutto, ma che non vogliono perdere i loro sogni. E quelli dei loro genitori.
In questo racconto ribelle c’è rabbia, una rabbia esplosiva, una rabbia che solo chi ha visto andare in frantumi i propri sogni, oltre alle proprie case e alla propria vita, può capire fino in fondo. Ma a distruggere le case e le famiglie di Selvaggia e Penelope non è stato solo il terremoto (peraltro nel racconto non si parla di un terremoto specifico, ma di uno dei tanti…). A distruggere i loro sogni e quelli di chi le ha messe al mondo e le ha fatte crescere tra le nostre montagne non è neanche soltanto un sistema di ricostruzione che bada più al guadagno (o alla speculazione) che al benessere reale degli abitanti dei paesi trasferiti nelle SAE di anonimi compound senza nome.
Cosa ha consentito tutto questo? Cosa consente a chi gestisce la ricostruzione di prendere le decisioni per gli altri? Cosa consente alle istituzioni di far assurgere la sicurezza al rango di una divinità e a considerare la burocrazia come la sua casta sacerdotale? Cosa impedisce a chi ha scelto di abitare quelle terre difficili e selvatiche di tornare alle proprie case di pietra e restaurarle senza passare sotto le forche caudine di procedure umilianti?
Il fatto è che il terremoto, i terremoti nelle aree interne hanno colpito un sistema sociale già tramortito e moribondo, fiaccato da almeno sessant’anni di spinta culturale verso le aree metropolitane e il loro modello di vita, contro qualsiasi modello alternativo. Ad esempio un modello come quello proposto dalle terre d’Appennino, fatto di piccole comunità, di autoproduzione, di essenzialità, d’immersione nei ritmi e nella sacralità della natura, che obiettivamente non è più molto di moda ed è anche piuttosto faticoso da sostenere. In questo senso il terremoto è stato un buon alleato di chi ritiene ormai inutile abitare in aree che suggeriscano, o ispirino uno stile di vita diverso. Meglio, tutt’al più, trasformare i paesi in villaggi turistici.
E allora chi può combattere tutto questo? Chi può provare a farlo saltare in aria? Probabilmente solo chi conserva nel proprio animo lo stupore dei bambini e la rabbia degli adolescenti, la loro purezza e in qualche modo la loro ingenuità che può trasformarsi in furore e in azioni sconsiderate, ma forse proprio per questo efficaci e stupefacenti, soprattutto per chi non se le aspetterebbe mai. Può farlo solo chi odia un mondo dove gli animali non parlano, come invece fa il cane della protagonista, dove i genitori non raccontano storie ai loro bambini ma li mettono davanti a un televisore o a un tablet, dove i fichi non si colgono dalla pianta ma si comprano al supermarket.
Per provare a ribaltare questo mondo e a riabitare l’Appennino con i propri sogni, si può (o forse si deve) diventare delle rivoluzionarie, dei ribelli e, in qualche modo “passare al bosco”, come fanno Selvaggia e Penelope. Ma questo l’autore non lo dice, perché nel suo libro non c’è una morale, ma solo delle affascinanti suggestioni. Come quelle che piacciono tanto ai bambini, o a chi non ha dimenticato del tutto di esserlo stato.

Questa è una storia ribelle | Dalia Edizioni

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