Il fuoco che non si spegne
Le faville che salgono al cielo sopra le fiamme del grande fuoco madre delle ‘ntusse (o Intusse, o Antusse) di Itieli tra Umbria e Sabina; l’attesa per l’accensione delle fiaccole, il rintocco delle campane e il profumo della resina che brucia. E poi la processione di San Nicola che scende dalla chiesa fino ai piedi del paese, ma che da qui riparte al buio, per muoversi in cerchio lungo un percorso di oltre un chilometro tra i lecci e le querce, nel bosco notturno, intorno al colle Censo.
Camminiamo calpestando i piccoli frammenti dei carboni ancora ardenti caduti dalle fiaccole di chi è davanti e guardando in alto quando è possibile, oltre i rami degli alberi. Guardiamo la luna crescente e il cielo di maggio pulito dalla tramontana, trapuntato di stelle che si confondono con le scintille delle ‘ntusse.
Alla fine del cammino il cerchio si chiude e le fiaccole ancora accese vengono restituite al fuoco che le ha generate, salvando solo il bastone di sostegno in frassino che viene gelosamente conservato per le future processioni. Poi si torna in chiesa, anche se non sono tutti a farlo, perché ormai lo dicono solo gli anziani, che “la processione da dove esce rientra”.

I più sono già in fila per ricevere la ciambella, il pane devozionale con i semi d’anice, benedetto dal parroco e da conservare a lungo in casa perché è capace di curare il male e i malanni.
Una volta questa grande ciambella veniva infilata direttamente sul bastone, privilegio e ricompensa per chi aveva portato la ‘ntussa, oltre che simbolo di fertilità. Oggi le ciambelle preparate dalle donne e dagli uomini di Itieli sono per tutti, anche per i pochi forestieri che sono saliti quassù, in questo piccolo paese tra Narni e i monti Sabini nei giorni del patrono San Nicola, nei giorni in cui la primavera inizia a manifestarsi con tutta la sua forza.
La passeggiata circolare, il bosco, il fuoco, le fiaccole, il pane benedetto, sono tutti elementi fortemente simbolici. Ma quel che più colpisce nel fare parte di questo cerchio di fuoco è il percepire di essere per brevi momenti fuori dalla realtà ordinaria, come avvolti o trasportati da un’aura potente. La sensazione cioè di avere partecipato a un rito vero, tenuto in vita più o meno consapevolmente dalla comunità che ne è custode. Camminando al buio in questa fresca nottata di primavera si ha la sensazione di aver attraversato per brevi attimi la soglia del sacro.
Su questa festa e sulle analoghe feste di fuoco dei piccoli paesi circostanti, così intime e riservate, c’è chi ha voluto indagare a livello antropologico. Ormai più di 20 anni fa la Provincia di Terni ha edito un libro-resoconto tanto evocativo nel titolo “Valle di antichi fuochi“ e nelle immagini, quanto scientifico nella ricerca del senso della festa. Un’analisi etnografica affidata al Dipartimento Uomo e Territorio dell’Università degli Studi di Perugia che puntava soprattutto sugli aspetti sociali, mettendo a confronto il caso di Itieli con altre esperienze simili, attraverso interviste ai festaroli e ai partecipanti. Vi si legge di una identità intesa in maniera piuttosto negativa e ne emerge l’immagine di una festa che si fa, che si continua a fare, perché si deve fare.
È la realtà? Sicuramente ne è una parte. L’altra, ascoltata e sentita venti anni dopo (quando la festa si fa ancora) senza il blocchetto degli appunti o il registratore dell’antropologo, è quella dei due anziani signori che mentre preparano le fasi iniziali della festa, avviano tra loro un’ appassionata discussione se sia più potente il fuoco o l’acqua, tra gli elementi. È nello stupore che si legge negli occhi dei bambini, traccia di uno stupore antico che non si trova on line e che è difficile da trasporre nelle indagini scientifiche; è soprattutto nei profumi dei fiori della primavera che combatte l’ultima battaglia con la tramontana.

Resta la domanda, se proprio non possiamo fare a meno di porla: che cosa stanno facendo questi uomini e queste donne con le fiaccole in una notte di maggio del 2026, intorno al colle Censo di Itieli?
L’impressione è che chi partecipa alla processione percorra gli stessi passi già battuti da decine di generazioni nei secoli precedenti. Riti devozionali e di protezione che pescano in un passato lontanissimo e pure vicino: gli Ambarvalia, le processioni che a Roma e prima di Roma servivano a benedire e a salvaguardare luoghi speciali, pascoli o terreni agricoli, affinché gli dèi, ovvero le forze della natura, fossero favorevoli. Il collegio degli Arvali, figli della Madre Terra, le celebrava alla metà del mese di maggio. Poi sono arrivati i cristiani, ma nelle campagne sono rimaste le circumambulazioni care agli Arvali e si sono trasformate nelle Rogazioni guidate dai parroci, che sono processioni penitenziali: chiedono la benedizione di Dio sui raccolti sul lavoro umano e la protezione dalle calamità naturali. Le Rogazioni minori si celebrano il 25 aprile, le maggiori per l’Ascensione. Ma l’obiettivo resta sempre lo stesso: consacrare, preservare un luogo, una vigna, un oliveto un campo di grano e salvarlo dalla grandine o dalla siccità.
Quando solo una settantina d’anni fa è collassata la civiltà rurale che durava da almeno venticinque secoli molte di queste usanze, di questi riti, di queste devozioni sono fatalmente cessati, essendone esaurita la funzione. Molti, ma non tutti. Restano dei relitti, dei magnifici relitti, come questi sorprendenti riti di fuoco.
Solo nell’Appennino centrale ce ne sono ancora moltissimi che scandiscono le date del ciclo sacro dell’anno. Le ‘ndocce di Agnone in Molise, le farchie, le fracchie, le torciate e tanti altri riti di fuoco provenienti da ben ventisei diversi Comuni appenninici che ora si riuniscono proprio ad Agnone per la Festa annuale dei fuochi rituali in dicembre.
Perché queste feste continuano ad essere celebrate, visto che con il crollo della civiltà rurale se ne è persa la funzione?
In alcuni casi sono diventate un’attrazione folkloristica e anche una innegabile risorsa turistica. A Itieli colpisce che questo non sia accaduto: a vedere le Intusse non salgono turisti, solo pochi curiosi dalla città e dai paesi vicini. Non c’è dunque un ritorno economico o d’immagine.
Resta una forte valenza devozionale e forse anche qualcos’altro. Quel cerchio di fuoco non serve più a proteggere il terreno, i boschi e magari anche gli spiriti o i numi di Colle Censo. Serve però a delimitare un’identità che va – a nostro modesto parere – ben oltre quella descritta nella ricerca “Nella valle degli antichi fuochi”. Un’identità che mira a conservare il senso del sacro anche nella modernità a segnare un confine tra la potenza della globalizzazione e del suo materialismo e la capacità di stupore che ancora promana dai luoghi, in ogni luogo diversamente, ma sempre seguendo le tracce degli archetipi del sacro, foss’anche con una ciambella in mano e nell’altra il bastone di frassino che ha resistito al fuoco e con il quale sfottere il vicino che non è riuscito a farlo così bello. Sempre però nella consapevolezza di aver difeso non solo la memoria della propria comunità, ma anche una parte della propria anima, da usare nel nostro complicato presente e come supporto per continuare a camminare verso il futuro, da uomini e donne quali siamo e non come ci viene raccontato di dover essere. Alla luce di un fuoco che, comunque, resta acceso.


