Valenza e il canto del mondo
Piove forte fuori. Un temporale d’agosto che annuncia la fine dell’estate. Il prato di gramigna quasi secco accoglie la benedizione dell’acqua e le nuvole che oscurano il sole sono allo stesso tempo un ristoro dalla calura e il presagio triste dei cieli autunnali.
Tuona in continuazione.
– Sai cos’è il canto del mondo?
Chiede all’improvviso il vecchio camminatore, mentre guarda fisso verso le montagne da dietro la finestra.
– No, non saprei. Dimmelo tu.
Risponde la ragazza, alzando gli occhi dal libro che sta leggendo seduta in poltrona, nella penombra della stanza.
– Il canto del mondo è una melodia che non puoi ascoltare, ma solo sentire. La suonano i luoghi, le rocce, i boschi, le forze della natura, gli animali, le sorgenti, l’acqua…sì, l’acqua è un ottimo interprete del canto del mondo. Ma di sicuro ne sono strumenti il vento, le burrasche del mare, le slavine e le frane montane. Ti potrei dire che lo intonano persino i terremoti e i fulmini, se non temessi di spaventarti.
– Un po’ mi spaventi, sì… sembra un suono terribile.
– Allora ti racconterò il canto del mondo nella sua forma più quieta, tra le nostre colline, ai piedi delle montagne d’Appennino e di come questo canto abbia cercato per millenni qualcuno capace di riconoscerlo, di dargli un nome, di trasformarlo in preghiera o in leggenda.
– Dove è successo?
– Qui vicino, dove meno te aspetti, anche se…
– Anche se?
– Anche se, a ben vedere, non mancano i segni che qualcuno lo abbia sentito, che lo abbia sentito forte e chiaro: in effetti molti tra quelli che sono stati in grado di sentirlo hanno lasciato tracce, segnavia e perfino monumenti affinché anche tu ed io lo possiamo sentire con più facilità.
– Parlami di queste tracce…
La ragazza chiude il libro che stava leggendo e alza gli occhi verso la finestra.
– Spesso il canto del mondo è stato interpretato attraverso la religione, anche se non sempre, e io direi per fortuna…In ogni caso qui siamo in Umbria e la religione c’entra spesso. Questa è una terra di grandi santi e santuari, ma tra tutti ce ne è uno solo costruito in epoca moderna: è il Santuario dell’Amore Misericordioso, a Colle Valenza…Colle Valenza…ti prego di memorizzare questo nome…
– Lo farò.
– Il santuario venne costruito a partire dal 1951, per volere di una suora spagnola, Madre Speranza, che riconobbe su questa collina tra Todi e i monti Martani il luogo di una visione…Di una visione che riteneva le fosse stata inviata da Dio. Un Dio che questa donna semplice considerava non come un padre severo, ma come un dispensatore di amore in tutte le manifestazioni del Creato.
– Un po’ come San Francesco quindi…
– Non saprei dirti, ma di certo anche San Francesco era un assiduo frequentatore di questi monti e di queste colline. E in fondo, anche Madre Speranza, come Francesco d’Assisi fece qualcosa di folle, di apparentemente folle. A un certo punto chiese a chi collaborava con lei di scavare un pozzo. Sosteneva che accanto al luogo da lei indicato per il santuario ci fosse una sorgente miracolosa. La gente del posto le disse che l’acqua semmai era più a valle. Ma lei convinse una ditta a trivellare il terreno per oltre cento metri di profondità.
– E l’acqua uscì?
– Uscì. Abbondante. Oggi i pellegrini vi si immergono per cercare la guarigione, proprio come a Lourdes. Per lei, per Madre Speranza, quell’acqua era il segno fisico della misericordia divina. Era il suo modo di sentire il canto.

– Ma è questo, allora, il canto del mondo? Una sorgente benedetta?
– È una parte del canto, una nota del coro. Perché, come ti dicevo, il santuario è a Colle Valenza e quel nome era già lì molto prima di Madre Speranza. Valenza. Valentia. Gli antichi lo pronunciavano già quando Roma era ancora lontana da queste colline. Era il nome di un’antica divinità italica legata al culto della salute. Vale, dicevano poi Latini, per augurare a chi incontravano di star bene. E uno degli elementi usati da Valentia/Valenza per curare, era l’acqua.
– Quindi stai dicendo che una suora cristiana e una dea pagana pensavano la stessa cosa?
– Non la stessa cosa. La stessa musica suonata con strumenti diversi.
– E perciò pensi che Madre Speranza non abbia scelto a caso questo posto?
– Non lo posso dire, ma ho il sospetto che questa suora spagnola come tutte le mistiche avesse una buona capacità di ascoltare le melodie del canto del mondo.
– Potrebbe aver letto qualcosa sulla tradizione di Valentia?
– Difficile, eppure il canto anche lì, a Colle Valenza e nel suo territorio, aveva già assunto le dimensioni di un coro.
– Cosa intendi?
– Intendo che qui le acque sono state considerate non sante, ma sacre da tanto tempo e da tanti. Pensa che c’è una leggenda su una santa del terzo secolo, Santa Degna di Todi, che proprio sotto il luogo dove si trova oggi il santuario dovette fuggire dal suo paese sommerso dalle acque; scappò grazie a una visione, anche lei, ma non seguì le indicazioni ricevute fino in fondo e così perse i suoi figli.
– Acque assassine, stavolta. Non sembrano misericordiose…
Un lampo vivido illumina la sagoma dei Monti Martani. La luce azzurrina entra nella stanza per un istante. Il vecchio cambia per un attimo espressione e il suo volto appare più duro.
– L’acqua salva e l’acqua uccide. È questa la forza del canto. Non è una ninna nanna, è la voce della terra. È la voce che risuona sulla terra e che viene prima della terra, come una vibrazione infinita che va e che viene.
– Non ti capisco…
La ragazza si alza e si avvicina alla finestra dove si trova il vecchio, in piedi. Appoggia il palmo della mano sul vetro, mentre le gocce corrono verso il basso veloci, intersecandosi come venature. Un altro fulmine cade nel bosco più a valle. Il tuono arriva qualche secondo dopo, lungo e profondo.
Il vecchio si volta verso l’interno della stanza e si siede sulla poltrona lasciata libera dalla ragazza, incrociando le mani sopra le gambe..
– Ascolta la terra, anche nel sottosuolo. Qui ci sono tante sorgenti d’acqua minerale. Le conoscevano già i Romani che a Carsulae facevano fermare le legioni mentre rientravano a Roma per purificarle. I geologi ti parlerebbero del carsismo dei Martani. Ti direbbero che l’acqua scivola nei calcari, scompare nelle viscere del monte e riappare chilometri dopo. Il monte respira e tira fuori l’acqua che ha inghiottito. La leggenda di Santa Degna e del suo paese sommerso? Forse solo il crollo di una dolina, un fenomeno comune qui.
– Però così stai passando a una spiegazione scientifica! Dov’è finito il canto?
– Il canto è dovunque. Ti racconto un’altra leggenda: nell’immaginario popolare Degna era la madre di tre santi: Fidenzio, Terenzio e Valentino.
– San Valentino, quello degli innamorati, dei bigliettini e dei fiori?
– Dimentica i fiori. Valentino era il vescovo di Terni. La sua basilica sorge proprio in una zona chiamata Valenza, vicino alla città. Il suo nome viene da Valentia: significa forte, sano, vigoroso. Era un taumaturgo, un uomo che riportava i corpi alla salute. Forse usava l’acqua, forse solo la fede, ma riportava la gente in piena valentia. Vedi come tutto torna? Terni, Colle Valenza, la salute, l’acqua. È un filo rosso che non si spezza.
– Quante coincidenze! Ma, perdonami, a me sembra che tu veda collegamenti dappertutto, che tu voglia per forza trovare un disegno dove invece c’è solo il caso…
– È possibile. O forse siamo noi che abbiamo perso la vista… Ma se vuoi e se il canto t’incuriosisce ancora, ti racconto di qualche altra coincidenza.
– Dimmi, sono comunque storie interessanti!
– Lì vicino, sempre poco più sotto Colle Valenza c’è una solfarola, la conosci?
– No, cos’è?
– È una pozza dove l’acqua gorgoglia per i gas che emergono dal sottosuolo. L’odore è mefitico. Un aggettivo che viene da un’altra dea d’Appennino: la Mefite. Una divinità ambigua. I pastori portavano le pecore malate di brucellosi a bagnarsi nella pozza per guarirle. Gli uomini ci curavano la pelle e i polmoni. Ma quegli stessi gas uccidono i piccoli uccelli che si posano a bere sul fango.

– Inizio a capire quel che vuoi dire…una cura che può anche uccidere…
– È la natura nella sua essenza, nella sua idea più pura, imperscrutabile. Un’idea che ogni uomo e ogni dona capaci di stupore hanno cercato d’interpretare. Con questa stessa acqua e con quella dell’Amerino faceva miracoli anche San Francesco che il canto lo ha scritto nel cantico…
– Ti piacciono i giochi di parole, come sempre…
– Mi piace giocare, anche con le parole: ma pensa che perfino un poeta, uno che creava con le parole, Gabriele D’Annunzio è stato qui a cercare il canto, e ha appoggiato le sue mani su un seno che per una volta era di roccia fredda e immortale e non di carne.
– Ma che dici?
– Questa te la racconto un’altra volta.
Sorride, mentre la luce nella stanza sta cambiando, man mano che il temporale si allontana.
– Il canto è la forza stessa della vita su questo pianeta e nell’universo. Solo che non sempre ce ne accorgiamo. Abbiamo bisogno di uno stato di grazia particolare per ritrovare lo stupore necessario a percepirlo. Oppure abbiamo bisogno di qualcuno che ce lo faccia notare.
– Come stai facendo tu adesso…
– O come le tante storie che ti ho raccontato e che però alla fine ne raccontano una sola. Perciò, voglio fare un esperimento con te.
La ragazza torna a girarsi verso il vecchio e gli sorride. Lui si alza di nuovo in piedi come per richiamare la sua attenzione.
– Prova a togliere tutto: togli Madre Speranza, togli la dea Valentia, togli Santa Degna, togli San Valentino, la Mefite, San Francesco, le pecore con la brucellosi, gli uccellini morti, i legionari romani e perfino D’Annunzio. Che rimane?
– L’acqua. Resta l’acqua.
Dice la ragazza dopo un momento di riflessione, con voce calma.
– Brava! Ma non soltanto l’acqua. Resta il canto che l’accompagna e la precede. Il canto, o l’idea, di un’acqua potentissima, capace di guarire ma anche di uccidere. Ognuno lo ha ascoltato a modo proprio: dèi, santi, pastori, pellegrini. Ma il canto era già lì. E di sicuro ci resterà anche quando noi non ci saremo più.
Fuori dalla finestra il temporale è finito, fulmini e saette continuano a illuminare lontano il profilo dei monti, sull’altro versante. Ora tutti e due stanno di nuovo guardando lo spettacolo dalla finestra. E forse ne sono parte.

