La fortuna di essere a lato: l’Appennino di Arminio e Ferretti

Sono due strani tipi. Due eccentrici, a modo loro, Franco Arminio e Giovanni Lindo Ferretti. Fuori dal centro, dal tempo e dagli spazi più frequentati. Esuli in patria, frequentatori di sentieri a volte contorti, ma sempre in salita. Forse cercano la stessa cima, con la stessa mappa, ma da versanti diversi. Magari c’arriveranno senza incontrarsi, magari si ritroveranno in vetta. In ogni caso non potrà che essere sull’Appennino.

Intanto, mentre camminano, si sono incrociati in un libro, un po’ pamphlet e un po’ elegia, frutto delle conversazioni di una serata organizzata in dicembre. Una specie di canto a due voci, soliste. Che risuonano e fanno vibrare gli spazi vuoti dell’Italia profonda nell’Italia appenninica, nei paesi abbandonati, ma ancora abitati dal genius, dove ci sono sempre meno residenti e una manciata di resistenti, dove si può ancora cercare il senso, o i siensi, come diceva un altro affabulatore appenninico, Vinicio Capossela.

Il libro, un tascabile di 100 pagine, è appena uscito, fresco di stampa, per gli eleganti tipi della giovane e coraggiosa casa editrice Gog, e s’intitola “L’Italia profonda, dialoghi dagli Appennini”.  L’obiettivo, cercato e centrato, è l’aver messo insieme, in un confronto armonico, le molte cose in comune e le poche divergenti tra Arminio e GLF. Obiettivo non semplice, come non è facile cercare accordi tra gli eccentrici.

Un poeta paesologo e un cantante punk diventato “cantore scrivano, italico, appenninico, barbarico, cattolico romano”. Il primo, Franco Arminio, non ha mai voluto staccarsi dal luogo dov’è nato, dalle sue radici irpine di Bisaccia: per questo è diventato “un pescatore della desolazione” nei paesi che sono tutt’uno con la sua terra, estraendone il succo. L’altro, Ferretti, GLF come lo chiamano i fans, ha lasciato il suo paese nell’Appennino tosco-emiliano quando aveva cinque anni; è tornato sui monti, a Cerreto Alpi, appena se l’è potuto permettere, dopo un lungo percorso musicale iniziato con i CCCP e tante esperienze di vita. “Un lungo viaggio, km e stagioni, sono partito bimbo e sono tornato uomo”. Tornato sui monti quando ha capito che il suo senso di vuoto da colmare era in corrispondenza con un luogo vuoto, ma pieno di senso.

Il libro si sviluppa per temi. Ferretti e Arminio li affrontano uno per uno, uno ciascuno, separatamente, anche se, chiusa una pagina dell’uno, continuano a risuonare le parole dell’altro. Così le pagine e i pensieri si arrotolano come le giravolte di un sentiero montano, a cominciare dal tema della ricerca di Dio o del sacro in Appennino, il primo e impegnativo tornante…

“Le città possono pensarsi senza dio e anche contro dio, per le montagne è più difficile, persino un pensiero ateo si colora, in montagna di sfumature mistico-religiose”, dice GLF.
“La parola Dio mi viene in mente più sui monti che in pianura, più nei paesi che nelle città. Qualche volta, non tante volte, mi è capitato di sentire un filo di sacro nei posti più lontani, nei posti d’Appennino dove non va più nessuno”, aggiunge Arminio.

Poi su per un altro tornante, senza nascondere luci e ombre appenniniche, che danno fascino e realismo al paesaggio…
“Ci sono molti luoghi sfiatati, stanchi. E i riti sono spenti. Non è un altro mondo l’Appennino. Ci sono però delle bolle liriche. Ogni tanto arrivi da qualche parte dove c’è ancora un vago sentore di quella pressione che univa gli uomini, le cose e gli animali”, dice Arminio.
“Gli Appennini custodiscono un passato irriducibile, evidenziano le mancanze del presente e la sua comoda pochezza. Custodiscono la vita e la morte nel loro mistero”, aggiunge Ferretti.

Le differenze, se ci sono, riguardano il taglio della ricerca dei due: più laica quella di Arminio che nell’Appennino ricerca memorie e prospettive sui modelli di vita e i rapporti comunitari da proporre a un mondo che va in altre direzioni, a altre velocità…
“Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, gente che sa fare il pane, che ama gli alberi e riconosce il vento. (…)
Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, rallentare più che accelerare,
significa dare valore al silenzio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza”. (da Cedi la strada agli alberi, Franco Arminio)

Più sacra e arcaica la visione appenninica di GLF per il quale “gli  Appennini sono la patria di una religiosità millenaria, domestica, palpabile e pervasiva”.

E dunque gli Appennini dell’Italia profonda non sono solo un luogo in abbandono, non sono solo una bella meta per le gite del fine settimana e il loro futuro non può essere quello di un parco naturale, o di un parco giochi. Gli Appennini costituiscono un modello culturale e sociale altro, sono il mondo delle prime cose e la loro miniera incustodita. Un mondo che, apparentemente, non c’è più, ma che potrebbe tornare utile, se si conserva la memoria dell’anima dei luoghi e l’essenza dei paesaggi, cioè del rapporto tra gli uomini e la natura.

Gli appenninici hanno cambiato luogo, e hanno lasciato sola la montagna, con la sua necessaria e conseguente concezione della vita e del rapporto con il sacro. Che però non è morta, sta ancora lì, perché vive nei luoghi, si nutre dei luoghi. Almeno finché ci saranno delle persone che li interrogano, che li cantano, come gli sciamani di Chatwin che davano vita alle cose e ai luoghi nominandoli.

In principio era il verbo/logos. I due eccentrici Arminio e Ferretti sono cantori del logos appenninico, lo tengono in vita e lo tramandano perché esso venga ri-usato e re-interpretato. Oltre le porte chiuse dei paesi vuoti.

“Io credo che la fortuna dell’Appennino stia ora nell’essere a lato, più vi si accomoda e meglio è. Se c’è salvezza sta nell’ombra e ci si salva per qualcosa che in questo momento non si sa cosa sia né se avverrà. Si tratta di salvaguardare, conservare, difendere attitudini, comportamenti e saperi che al momento non hanno ragion d’essere, sono fuori tempo e fuori luogo. Si tratta di coltivare e allevare uno sguardo libero e fiero sui secoli, esposto al tempo senza essere succube del contingente. Il contingente passa, l’eterno dimora”.
Giovanni Lindo Ferretti

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