Sulla frattura tra luogo e sacro e su come ricomporla in cima

Pare che sulle cime di alcune montagne d’Appennino le antiche popolazioni italiche avessero la consuetudine di creare auguracoli. In sostanza degli osservatori, postazioni dalle quali un augure, per conto dell’officiante, potesse osservare e ascoltare un quadrante di cielo per verificare l’augurio e l’auspicio.

L’augure incaricato del rito, dopo il patto sancito con la divinità dall’officiante, doveva verificare se quello fosse gradito dagli dèi invocati. Perciò tendeva l’orecchio per ascoltare i versi di determinati uccelli provenienti da destra o da sinistra: la cornacchia e l’upupa da destra; il picchio e la gazza da sinistra.
Se ciò accadeva, l’augure trasmetteva il messaggio all’officiante e l’augurio era favorevole. Si poteva così passare all’auspicio, cioè all’osservazione del volo degli uccelli nel quadrante designato. Se tutto era in ordine, si compivano i sacrifici, termine che rimanda all’attività propria del sacrum facere.

Come tutti i riti, anche questi non erano semplice superstizione, ma consentivano di osservare la realtà da una diversa angolazione. Permettevano cioè di stabilire una connessione tra terra e cielo, nella definizione di uno spazio sacro dove l’augure diventava un ponte tra diversi mondi, contenendoli, in qualche modo, in sé stesso. L’augure era dunque un mediatore, oppure un’antenna, alla ricerca di un’epifania, di un’apparizione del sacro, da trasmettere e condividere con la comunità.

Così oggi, 6 gennaio, da una delle cime più appuntite del morbido Appennino centrale, proviamo a osservare il cielo intorno e sopra la Valnerina, con occhi antichi, in cerca di epifanie, da una montagna non elevata, ma che – non per caso – si chiama Solenne.

Qui sopra, da questo belvedere che consente di abbracciare con lo sguardo il Terminillo, i Sibillini, la Laga, a volte perfino il Gran Sasso e il Soratte, i Martani e l’Amiata, si possono ammirare altre epifanie.

Forse qui un auguracolo c’era davvero. Di certo alle pendici del Solenne ci sono torri e castelli, grotte e cavità che ospitarono eremiti. C’è, soprattutto, una delle più importanti abbazie dei primi secoli della cristianità: San Pietro in Valle, fondata dai duchi Longobardi di Spoleto, quasi come un segnavia sulla strada in salita verso il sacro delle cime.
Quel che abbiamo avvertito oggi, salendo dalla valle, è il bisogno della ricerca di senso, di spazio dentro e fuori, di orizzonti, di bellezza per dimenticare sé stessi, per assottigliare il proprio io.

È l’ormai consueto bisogno d’Appennino, di ritrovare una terra, una patria e una madre, in un viaggio all’origine, in un ritorno al primato dell’essenziale e all’essenza della bellezza partorita dai luoghi.

L’arte creativa rivela la bellezza là dove altrimenti l’avremmo ignorata. Lo stesso vale per i luoghi numinosi (o aureati, come scriveva Elémire Zolla), che sono capaci di diminuirti per farti diventare immenso, di accompagnarti laddove la divinità non ha bisogno di fede, ma solo di essere riconosciuta.

Nella nostra storia ci sono state fasi nelle quali la frattura tra luogo e vita, tra luogo e sacro, si è manifestata in maniera più forte. È avvenuto anche nell’antichità italica e appenninica, con il passaggio dai Di Indigetes, le divinità dell’origine, geni dei luoghi e da loro stessi generate, agli dei importati dalle province orientali.
Ma sta succedendo anche ora, nelle more di questa lunga pandemia, che accentua la tendenza allo sradicamento già in atto e alla clausura apparentemente open delle bolle digitali, impigliati nella rete, trionfo delle connessioni virtuali e del non-luogo.

Chi ha vissuto e chi vive più vicino alle origini, ai luoghi e alle forze primordiali del cosmo, vede le cose da un’altra prospettiva. Come accade da questa cima-auguracolo, dove nell’aria fine e nel contrasto tra l’azzurro del cielo terso e il bianco delle nevi invernali sulle vette della catena, si coglie il significato e la potenza del luogo, nell’intersezione del cielo disegnata dal volo di un uccello e nella scomposizione del silenzio frammentato dal suo verso; luogo, terra e cielo, osservatore e osservato, essere e ente possono diventare così una cosa sola.

Il silenzio che troppo spesso manca nei riti superstiti e nelle chiese di oggi, ricompare, numinoso, nelle radure e sulle cime.
L’auguracolo del monte Solenne, per qualche minuto, può tornare in funzione.

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