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Faunus e Valentino: un rapporto difficile

Accanto a una fonte montana appena risistemata, nel fitto del bosco spolverato dalla neve di metà febbraio, sul bordo della vasca di pietra che contiene l’acqua sotto la superficie gelata, può capitare di percepire le note del flauto di Faunus, mescolate allo stormire delle fronde degli elci agitate dalla buriana. In fondo sono i giorni di una delle sue feste maggiori e Fauno Luperco ha buone ragioni per suonare.

Come un controcanto dalla valle riecheggia però un altro suono, più forte e martellante: quello delle campane delle chiese per la festa di San Valentino. A ognuno il suo posto…

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Fonte “Le Regne”, Monti Martani

D’altronde San Valentino, nato in una città al centro dell’Appennino, Terni, l’antica Interamna, e Faunus, dio italico, da annoverare tra i di indigetes, le divinità primordiali, immaginato e riconosciuto in ambito sabino, oltre all’origine geografica hanno avuto in comune anche il destino di diventare famosi in tutto il mondo.

Faunus, a suo agio nei boschi, tra i campi e intorno alle greggi dell’Appennino umbro-sabino, viene citato in innumerevoli storie e leggende ed è protagonista della letteratura, dell’arte e dell’immaginario occidentali: da Mallarmé a Rimbaud, da C.S. Lewis a Shakespeare, da Debussy fino ai più moderni videogiochi.
Di Valentino vescovo di Terni, martire nel 273, è superfluo ricordare come sia diventato il patrono degli innamorati in tutto il mondo.

Ma fu proprio Valentino che sostituì Faunus Lupercus su disposizione di Papa Gelasio I nel 496. La fine dei Lupercalia, festa intrisa di simbologie profondissime e archetipali, rituale complesso e misterioso (1) d’origine sabina secondo Terenzio Varrone (2), segna anche una delle tante apparenti sconfitte del mondo appenninico, della sua spiritualità e dei suoi stessi archetipi fondanti per la religione romana. Segna anche l’inizio del tramonto della paganitas, la religione dei pagi, legata ancora – nonostante tutto – a rituali agresti e naturali e alle aree interne dell’Italia.

Di questi rituali era maestro Faunus, figlio di Picus e Pomona, nipote di Marte o di Saturno, sposo della ninfa Marica e padre di Latino. Si trattava di riti che riguardavano la purificazione, la fertilità, l’iniziazione all’età adulta, la forza creatrice del sesso, la rigenerazione ed il passaggio dalla morte alla vita: molto oltre, insomma, lo scambio dei bigliettini d’amore e dei cioccolatini di San Valentino.

Le statue di San Valentino e di Fauno a Terni

Come muovendosi da un sipario di fronde, Fauno pare introdurci in un mondo di cui avevamo non tanto perduto il ricordo, quanto la percezione interiore: quello delle presenza archetipiche della nostra terra. Presenze e immagini primordiali: almeno nella misura in cui la loro latenza nell’inconscio collettivo di una stirpe significa primordialità e norma originaria dell’organizzazione dell’essere immanente in una terra e nei suoi abitanti. Potrebbe essere sufficiente udire alcune note del flauto silvano per far ridestare le potenzialità latenti delle immagini archetipiche, per le quali non esiste né passato, né futuro, ma eterno presente, multiforme immobilità di sostanza metafisica e sacrale.
(Renato Del Ponte – Dei e miti italici)

Per questo al nostro Faunus, sotto il sole di febbraio coperto da nuvole veloci che portano piccoli fiocchi di neve nel vento, possiamo chiedere di ispirare con la melodia del suo flauto, il tenue ricordo della sua festa selvaggia e profonda, inglobata e semplificata in quella di Valentino.
Per questo a Valentino e ai “valentiniani” si suggerisce di non dimenticare donde siano venuti e dedicare un po’ dell’amore universale del santo al mondo appenninico, dal quale anch’egli, in modi diversi, discende.

P.S. Curiosamente proprio a Terni, patria di San Valentino, dallo scorso anno è stato riportato ed esposto al museo cittadino un grande fauno ritrovato negli anni ‘70 del secolo scorso all’ingresso della città, probabilmente utilizzato come telamone. A distanza di poche centinaia di metri ci sono ora la statua di San Valentino e quella di Fauno in pregiato marmo pentelico, forse questa perfino più grande della prima. Che si tratti di una piccola rivincita postuma di Fauno e dell’Appennino su Valentino e la città?
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1) Per un approfondimento sui Lupercalia: https://www.google.com/amp/s/fdrtempiodicallaighe.com/2017/02/13/il-nero-di-luperco/amp/
2) Lupercalia, celebrati ab Idibus Februariis per III dies = 13-15 febbraio. Festa in onore di Fauno (Varrone 6,3: Lupercalia dicta, quod in Lupercali Luperci sacra faciunt. Rex cum ferias menstruas Nonis Februariis edicit, hunc diem februatum appellat; februm Sabini purgamentum, et id in sacris nostris verbum non ignotum: nam pellem capri, cuius de loro caeduntur puellae Lupercalibus, veteres februm vocabant, et Lupercalia Februatio, ut in Antiquitatum libris demonstravi.

3) Per un approfondimento sul Telamone di Terni: https://www.aboutartonline.com/torna-a-terni-il-suo-telamone-del-ii-secolo-i-suoi-misteri-al-centro-di-un-convegno/

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