L’arte rubata nell’Appennino ferito

Il terremoto e la burocrazia hanno portato via la gente dalle proprie case, lontano dai paesi d’Appennino. Ora si stanno portando via anche le opere d’arte: “Ci tolgono la base sulla quale ricostruire le nostre comunità. Ci tolgono i simboli, la speranza e la bellezza”.
Non è solo il terremoto del dolore delle famiglie, delle case squarciate, delle aziende svuotate, della rabbia per i ritardi nella consegna dei moduli abitativi, o delle stalle provvisorie. Il grande terremoto d’Appennino è anche il terremoto del furto della cultura. Lo denunciano alcuni sindaci dell’area marchigiana del cratere che lottano per evitare lo spopolamento di quei territori e per far sì che gli enormi giacimenti culturali di questa terra non subiscano dispersioni. L’occasione è un convegno organizzato a Campofilone, in provincia di Fermo, per la festa di San Patrizio, dall’associazione Arte Nomade.
“Ho fermato i Carabinieri”
Raffaele Tassotti è sindaco di un piccolo comune, Montalto Marche. Soprattutto è uno che vuol bene alla sua terra. E dopo il terremoto dorme poco, perché pensa a cosa fare per salvare il salvabile, a come e cosa ricostruire, a come rimettere in piedi il suo paese.
“Sotto Natale – racconta – stavo facendo la legna quando mi chiamano per dirmi che una squadra del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri si stava portando via quadri e opere d’arte da una delle nostre chiese inagibili. Sono corso là senza cambiarmi e non odoravo certo di buono. Ho fatto una scenata violenta: avevano già impacchettato cinquanta pezzi, compresa la pala d’altare di Pagani. Gli ho detto che non si sarebbero portati via niente. E alla fine così è stato: le opere d’arte devono restare sul territorio del terremoto. Adesso tutto è stato sistemato in locali messi a disposizione dal municipio, dove abbiamo aumentato i sistemi d’allarme”.
“Stanno rubando l’arte dei nostri territori”
Contro l’idea di portar via le opere d’arte dai comuni di montagna dell’area del terremoto, si schiera anche il sindaco di Macerata Romano Carancini.

“È importante capire quanto la presenza di quelle opere determini l’identità del territorio e delle comunità. Forse – aggiunge un po’ sottovoce – il terremoto è stato anche un’opportunità. Ci ha consentito di accorgerci di queste cose e ha ridestato la voglia di lottare per esse.
“Il problema – dice il sindaco di Macerata – è che qui non siamo di fronte ad un’arte in fuga come è scritto nel titolo del convegno, ma per dirla senza tanti giri di parole, si tratta di arte rubata”.
“Non serve ai comuni del terremoto che le opere d’arte delle loro chiese e dei loro musei siano portate via e custodite ad Ancona, o magari utilizzate per fare mostre a Firenze, Siena o Osimo. Serve invece creare subito dei luoghi di custodia nelle aree stesse del terremoto, serve al contrario portare altre opere d’arte su questi territori, magari in prestito da musei importanti, per fare qui le mostre, per far tornare la gente a Tolentino, a Camerino, a Visso”.
Il Manifesto della Marca
Per questo alcuni comuni della zona hanno sottoscritto, insieme a quello di Macerata, il Manifesto della Marca Maceratese“. C’è scritto, tra l’altro: “Le nostre opere d’arte rimangano nel nostro territorio. E’ essenziale che i depositi attrezzati per la messa in sicurezza e i laboratori per il restauro siano realizzati qui, nel nostro territorio. Sono occasioni di lavoro, opportunità di sviluppo, investimenti culturali che, se programmati altrove, aiuteranno altri territori ma non il nostro”. E c’è scritto ancora che “Il territorio, anche se è provato, è vivo e non è inagibile”.
Tepicentroerremoto culturale con EpiCentro
L’area del cratere è viva, vuole combattere e produrre idee, iniziative per sostenere la rinascita dell’Appennino ferito, come dice l’associazione EpiCentro (Fb @EpiCentroTerremotoCulturale) auspicando che le prossime scosse lungo la dorsale appenninica siano di carattere culturale, riaccendendo l’attenzione sulle aree montane per troppo tempo colpevolmente considerate marginali nel nostro Paese. EpiCentro propone che siano proprio cultura, produzioni e spettacoli a dare un contributo determinante per far ripartire le aree del terremoto.


Opere d’arte primo mattone per la ricostruzione sociale

Eppure Milko Morichetti che di beni culturali e terremoti se ne intende, per aver vissuto in prima persona, da esperto del settore, il recupero delle opere d’arte negli altri grandi eventi sismici del Centro Italia, non è ottimista. “Stiamo lavorando male, non facendo tesoro delle esperienze del passato anche quelle del terremoto del ’97. Il ministero ha pensato di avviare il recupero delle opere d’arte in maniera casuale, mentre la regione indicava dei luoghi di custodia vicini”.
“Il bene culturale – dice  è il primo elemento della ricostruzione sociale. È il primo passo per ricostruire speranza. E’ un elemento d’identità, ma anche un’opportunità di sviluppo”.

Serve pensare e progettare con il respiro lungo

I beni culturali del terremoto devono dunque essere conservati e restaurati in loco. Ci vorranno anni. Ma come ha fatto notare Sandro Polci che ha coordinato il convegno di Campofilone, in questo caso occorre avere “il respiro lungo”. Occorre anche pensare che tra dieci/quindici anni quando si tornerà alla normalità la popolazione delle aree colpite dal sisma sarà ulteriormente invecchiata. A meno che non si decida da subito di puntare sui giovani, sull’innovazione, sulla qualità, sulla sostenibilità, anche per i restauri, oltre che per la ricostruzione. C’è chi ci sta già pensando: ad esempio Legambiente ha attivato un progetto insieme ad altre associazioni che intende finanziare le attività imprenditoriali giovanili all’interno del cratere che non a caso si chiama rinascita cuore giovane. Ce ne vorrà molto, davvero, di cuore per ricostruire il cuore d’Italia. E se ci si dovesse riuscire non servirà solo alla gente d’Appennino, ma a tutto il Paese. Statene certi.

2 pensieri riguardo “L’arte rubata nell’Appennino ferito

  • 20 Marzo 2017 in 16:32
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    L’Arte fa parte dell’identità di un territorio… ed è importante che resti nei luoghi a cui appartiene. È un grande incentivo a visitare i luoghi feriti per poter ricostruire in modo responsabile. Portare via ciò che c’è di piú prezioso é come rubare l’anima.

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  • 21 Marzo 2017 in 21:19
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    Grazie alla segnalazione di un amico, apprendo che il sottosegretario Toccafondi ha risposto ad un’interrogazione parlamentare su questo tema il 7 febbraio scorso. Il Governo riferisce che commissario straordinario e protezione civile nel mese di novembre hanno discusso insieme alla sovrintendenza con il sindaco di Macerata e con il presidente della provincia sulla possibilità di allestire dei depositi in loco per i beni culturali che si trovavano in edifici danneggiati. Pare che il sindaco di Macerata non abbia fornito la disponibilità di locali adeguati. Il sottosegretario riferisce che questa disponibilità è venuta solo dal sindaco di Ancona. Inoltre Toccafondi fa sapere anche che “nel corso di un’altra riunione, convocata il successivo 12 gennaio, il Presidente ANCI riferiva di aver inviato a tutti i comuni una richiesta scritta di eventuale disponibilità di depositi senza tuttavia ricevere proposte formali”.
    Se avessi la possibilità vorrei sentire su questo i sindaci intervenuti al convegno.
    Resta comunque il fatto che – pur nella complessità e drammaticità degli eventi conseguenti al terremoto – qualcuno dovrebbe affermare chiaramente il principio che portare via i beni culturali dalle comunità dove si trovavano costituisce un ulteriore danno per i paesi del cratere. Le comunità si riconoscono nei loro simboli, nella loro cultura. Per questo occorrerebbe fare di tutto per far sì che le opere d’arte restino in loco e vengano restaurate sul posto.
    https://www.anquap.it/categorie03.asp?id=3089

    Risposta

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